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Unione per il Meditteraneo

Luci e ombre nel summit di Parigi. Ora Sarkò è atteso alla prova dei fatti

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Ci si poteva attendere di più dal vertice di Parigi del 13 luglio, primo passo per il lancio del progetto di Unione per il Mediterraneo? È giusto soffermarsi a sottolineare più il bicchiere mezzo vuoto o quello mezzo pieno? Si può certamente cominciare elencando i problemi e i momenti di imbarazzo.

È mancata la foto finale di gruppo, passaggio di solito obbligato per i grandi summit internazionali. Il siriano Assad pare non fosse presente alle ultime fasi della discussione.  La sede e il titolare del segretariato permanente non sono stati decisi e spetterà al ministro degli Esteri francese Kouchner proseguire nell’estenuante mediazione diplomatica per ottenere un risultato entro la fine del semestre di presidenza francese. Infine il finanziamento dei sei progetti pilota, di quello che formalmente dovrebbe essere il rilancio del Processo di Barcellona (autostrade marittime, energia solare, università mediterranea, decontaminazione del Mare nostrum, protezione civile e agenzia per lo sviluppo delle medie imprese), non è assicurato e le difficoltà sorte nel recente passato per il budget comunitario del periodo 2007-2013 non fanno ben sperare.

È lecito fermarsi a questi ostacoli e archiviare il summit di Parigi come l’ennesimo tentativo di occupazione della scena mediatica da parte del Presidente bling bling? L’«Unione per il Mediterraneo: Processo di Barcellona», questa la formula completa voluta in particolare dalla Commissione europea e dalla Germania per sottolinearne il carattere di continuità con i progetti comunitari, nasce da un elaborato confronto interno alla diplomazia francese (non sono mancati i momenti di tensione tra Eliseo e Quai d’Orsay), tra la diplomazia transalpina, le principali cancellerie europee e quelle dei Paesi arabi. 

Centrale, da un lato, è stata la presa d’atto che nell’Europa a 27, Parigi non può più svolgere il ruolo di baricentro politico ricoperto per 50 anni. L’allargamento ad est ha inevitabilmente accresciuto il ruolo della Germania, quindi all’Eliseo non è rimasto che giocare la carta mediterranea. Sin dalla campagna elettorale, Sarkozy, sostenuto da Henri Guaino, ha cominciato a tratteggiare i contorni di quella che originariamente avrebbe dovuto chiamarsi Unione Mediterranea e coinvolgere soltanto i Paesi rivieraschi. La forte opposizione tedesca (e di altri Paesi del nord), i dubbi della Commissione e il tiepido appoggio a Parigi fornito da Spagna e Italia, hanno spinto l’Eliseo a ridimensionare le proprie aspettative e a riportare il progetto all’interno dell’alveo comunitario. 

Dall’altro lato la nuova diplomazia francese, fondata sul pilastro europeista almeno quanto su quello atlantista, si è resa conto della necessità che la Ue sia in grado finalmente di svolgere un ruolo concreto nell’area chiave per il futuro politico ed economico del mondo multipolare. In fondo, al di là delle sue lentezze e dei suoi vuoti decisionali, dove aveva clamorosamente fallito il Processo di Barcellona lanciato nel 1995? Proprio nella sua incapacità di incidere nel processo di pace mediorientale. 

Dopo la giornata di Parigi del 13 luglio si può certamente affermare che dei due obiettivi iniziali, almeno per il secondo sono state gettate solide basi. Sarkozy ha scommesso tutto il suo capitale di autorevolezza sul reintegro della Siria nel novero dei Paesi mediorientali con i quali è possibile dialogare, con l’obiettivo palese di separarla dal rapporto privilegiato con l’Iran. Si tratta di un azzardo? Solo il tempo potrà dirlo. Di certo nella contingenza del summit, alcuni significativi risultati, anche se al momento solo simbolici, sono stati raccolti. 

Lo storico incontro tra Assad e il presidente libanese Suleiman, con la promessa di avviare regolari contatti diplomatici tra i due Stati. La stretta di mano tra Abou Mazen e Olmert, con le parole di quest’ultimo a proposito di «una pace mai così vicina». Infine i nuovi incontri tra Siria e Israele, attraverso la mediazione, e ancora una volta Assad al centro dell’attenzione con la sua disponibilità all’apertura di un dialogo concreto con Israele in vista di una pace futura.

Al momento parliamo di impegni poco vincolanti, ma si tratta anche di gesti simbolici e ricchi di significato storico. Ebbene, in questa fase di nuova impasse del processo di integrazione europea, dovuta in particolare alla crisi di sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni comunitarie, che il Presidente di turno, Nicolas Sarkozy, sia riuscito a portare l’Unione al centro dei negoziati complessivi per raggiungere la pace in Medio Oriente è un passaggio di evidente importanza. 

Si è molto parlato in queste ultime settimane di un’Europa che deve incidere sulle vite dei propri cittadini e assumere iniziative concrete. Questo attivismo in politica internazionale segna una netta discontinuità rispetto al passato. Troppe volte il termine «volontarismo» si è tenuto a debita distanza dalla parola «europeismo». Il 13 luglio 2008 a Parigi le due parole si sono, per una volta, incontrate. Solo il tempo potrà dire se si è trattato di un incontro fugace o di un fidanzamento duraturo.

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