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L'Articolo 41 della Costituzione

Luci, ombre (e tempi) del difficile processo di liberalizzazione

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Si potrebbe iniziare con una semplice ma allarmante constatazione. Se la Germania, paese virtuoso, con saldo del commercio estero invidiabile e con tutti i conti in regola, mette in atto una manovra quadriennale da far morir d'invidia i nostri più strenui rigoristi, c'è qualcosa di cui preoccuparsi. E molto.

Ma anche in Italia, in questi ultimi giorni sta succedendo qualcosa che non è esagerato definire di importanza storica. Per dirla con parole semplici ed immediate, per effetto delle vicende economiche internazionali, sta crollando il pluridecennale mito dell'intangibilità della Costituzione. Ma questo, se da una parte sembra rendere finalmente ragione a quanti sostengono da tempo che qualche aggiustamento sia necessario, dall'altra parte lascia un po' tutti nello sconforto. Non soltanto perché i tempi che sembrano strettamente necessari per apportare le modifiche son tanto lunghi che non è affatto detto che quando il processo di revisione costituzionale sarà finalmente completato potrà servire a qualcosa, ma anche perché viene il sospetto che possa trattarsi della solita manfrina per dire che le cose son tanto complesse che non è possibile far nulla.

Cos'è successo? È semplicemente successo che immediatamente dopo che Tremonti ha enunciato una verità sacrosanta, ossia che anche in Italia era necessario consentire tutto ciò che la legislazione penale e le normative Ue escludevano tassativamente, ci si è resi conto che per far sì che ciò fosse possibile – ovvero per evitare che il nostro sistema imprenditoriale ed economico finisse in breve tempo schiacciato dalla concorrenza internazionale e dalle regole che il sistema politico gli aveva imposto – era necessario modificare, se non eliminare, l'articolo 41 della Costituzione. Il fatto è che quell'articolo: “L'iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale”, è un po' il cardine della nostra costituzione economica.

Noi, o alcuni di noi, ci eravamo illusi che i problemi dell'Italia derivassero da Berlusconi, dalle presunte matrici mafiose di FI, da Gomorra, dall'evasione fiscale, dal fatto che si vorrebbe vietare di emettere sentenze mediatiche prima che fossero terminati i processi, dalla volontà di Berlusconi di togliere Santoro dalla Rai, dal taglio di finanziamenti a cinema, enti lirici, istituzioni culturali, etc. Ma niente rende la situazione italiana così drammatica quanto il rendersi conto che per ridurre i tempi di avvio di un'impresa occorrerebbe, secondo la tesi prevalente, cambiare la Costituzione.

Chi scrive ovviamente non si duole per il fatto che anche il Ministro che fino a pochi mesi fa parlava di “economia sociale di mercato”, di etica economica e di “mercatismo”, sia anche lui giunto alla conclusione che in un sistema di mercato concorrenziale, come è anche quello tra stati che ha preso il posto delle guerre condotte tramite eserciti e mezzi di distruzione di massa, il nostro sistema economico abbia impellente bisogno di una cura da cavallo a base di liberalizzazioni e che i richiami all'etica e all'utilità sociale lasciano il tempo che trovano quando va bene, e quando va male fanno ridere cinesi, indiani, etc. Verrebbe quindi da dire 'meglio tardi che mai' e rallegrarsene se non fosse che resta la sensazione che quell'immane processo di liberalizzazione non potrà essere portato a termine in tempo utile. E questo per una serie di motivi.

Il primo è, come si è detto, che se pure ci fosse la volontà politica per avviarlo i tempi sarebbero così lunghi che il semplice avvio non garantisce che la speculazione internazionale non prenda di mira direttamente l'Italia poiché avviandolo essa riconosce che il nostro sistema è marcio.

Il secondo è che quelle normative Ue non sono la soluzione ma una delle cause del problema. E che non appaiono, neanche esse, smontabili in tempi brevi.

Il terzo è che una liberalizzazione come quella sognata da Tremonti significa rivedere tutta la normativa riguardante i rapporti tra stato ed enti locali. E che questo non potrà essere realisticamente fatto se, contemporaneamente, non si velocizzano i tempi della giustizia civile e si elimina la possibilità di ricorrere ai Tar o alla Corte Costituzionale per tutto ciò che concerne le conseguenze impreviste o meno della revisione dei rapporti tra Ue, stato nazionale, enti locali, sistema imprenditoriale e cittadini.

Il quarto è che quella liberalizzazione potrebbe sortire risultati positivi se, e soltanto se, contemporaneamente, venisse portata a compimento una trasformazione radicale dei metodi e della mentalità della pubblica amministrazione statale e periferica, e se fossero abolite tutte le forme di incentivazione. Comprese quelle alle energie rinnovabili. In altre parole si dovrebbe procedere a sgonfiare quella bolla mediatica che, prendendo spunto dalla tesi (sempre meno credibile) del riscaldamento globale, ha imposto ai sistemi economici dei paesi che ci credono tanti di quei vincoli, ambientali e normativi, che ne hanno indebolito la competitività rispetto ai tanti paese che, per dirla brutalmente, se ne fregano delle fisime occidentali. Anche perché al mito del riscaldamento globale prodotto dall'uomo non credono.

Quinto, un processo politico di questo tipo si sa come e per che cosa inizia e non si sa quando e come finirà.

Inutile dire che si tratta di sfide ardue ed esaltanti che mettono in discussione quasi tutte le idee, certezze ed illusioni coltivate in questi ultimi decenni. Sfide che ci pongono di fronte ad una realtà che è anche più amara della constatazione che abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, e che solleveranno lamenti, proteste ed ire di incolpevoli lavoratori e di quanti per decenni hanno vissuto tra le maglie di un sistema che si fondava sull'intermediazione giuridica, sugli incentivi, e che, con risultati catastrofici per la nostra competitività, hanno prosperato come esperti del nostro complesso, costoso ed incomprensibile sistema di regole (per un'analisi 'scientifico-comparativa' del problema rinvio a R. Cubeddu- A. Vannucci, L'illusione di un “paese normale”. Le politiche di liberalizzazione in Italia tra annunci e non-decisioni, in Società Libera, 8° Rapporto sui Processi di liberalizzazione in Italia, Milano, Guerrini a Associati, 2010).

Per dirla in breve, il mondo della politica, dell'impresa e quasi tutti i cittadini si sono cullati nella credenza che si potesse accelerare e contemporaneamente 'eticizzare' il processo di distribuzione del benessere tramite la produzione di regole e l'incentivazione di processi 'virtuosi'. Quel parametro dell'”utilità sociale”, per quanto difficile da definire e da comprendere, era la base su cui poggiava il nostro sistema di illusioni. E c'è da augurarsi che l'opinione pubblica si accorga che è necessario liberarsene con la stessa velocità con la quale Tremonti si è accorto che i ritocchi, la finanza creativa, ed una “saggia politica” che creava “buone regole” non servono a nulla quando ci si trova in mezzo ad una spietata concorrenza tra imprese e stati da una parte, e dall'altra a istituzioni finanziarie che giocano sulle sorti degli stati che si sono ulteriormente indebitati per salvarle e per mantenere in vita illusioni, aspettative e posti di lavoro.

Insomma, sembra si stia finalmente tornando a “regole semplici per problemi complessi”, a tanta responsabilità individuale. Alla fine di un'epoca in cui, anziché accelerare i processi con dosi inflattive di moneta, di bonds e di regole, la politica prende atto che quel che realisticamente può fare è rallentare i processi facendoli poggiare su “solidi fondamentali”. Tra i quali, in un sistema di concorrenza tra stati, è la realistica possibilità che anche gli stati, come aziende e banche, possono fallire per eccesso di debito e per aver sottovalutato a quali rischi si va incontro quando la politica non riesce a frenare aspettative ed illusioni individuali e sociali.

Sembra una sfida mostruosa e mortale, ma il rischio di fallimento è dietro l'angolo e farebbe felici tanti. Compresi quei paesi Ue i quali, pur avendo come la Germania, una situazione ben migliore della nostra, si son resi conto che per scongiurare quel rischio bisogna fare riforme ben più drastiche di quelle che il nostro governo ha prospettato con non poche cautele quasi non si volesse produrre allarmismo e si pensasse che gli apprezzamenti che gli organismi Ue riservano alla manovra, sia pure temperati da un immediato innalzamento dell'età pensionistica femminile, lascino pensare che le cose stiano per noi volgendo al meglio.

 

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