L’Ucraina scelga: l’Europa o la Crimea
03 Marzo 2014
di Mario Rimini
I commenti che si inseguono identici tra le capitali europee e Washington sulle vicende ucraine sembrano basarsi su due semplici principi: l’improvvisazione, e il pregiudizio. Le reazioni alle mosse della Russia di Putin in Crimea parlano di invasione, di violazione della sovranita’ ucraina, e citano persino l’invasione sovietica della Cecoslovacchia o addirittura dell’Afghanistan. Ma e’ proprio così o si tratta di una coinveniente reinterpretazione della storia moderna e contemporanea ad usum imperii – e mi riferisco all’impero di Obama, non di Putin?
I fatti sono i seguenti. Il deplorevole ma legittimo governo ucraino e’ stato deposto da una piazza la cui identita’ e’ duplice: pro-europea, ed etnicamente ucraina. Si tratta di un movimento in parte moderno e progressista, che chiede l’associazione all’Europa e la modernizzazione del paese; e in parte arcaico, in quanto attraversato da un’innegabile corrente nazionalista e sciovinista che affonda le radici nei territori dell’Ucraina occidentale, storicamente a maggioranza etnica e linguistica ucraina. Il nazionalismo ucraino e’ per natura anti-russo e si contrappone all’eredita’ dell’Unione sovietica, che ha lasciato una cospicua popolazione russofona nelle province orientali del paese e uno stretto legame economico e politico tra le due repubbliche orfane dell’impero comunista. Sin qui tutto appare plausibile.
Ma non lo e’, se si guarda con occhi privi di pregiudizio e interessi di parte alla realta’ dell’Ucraina. Il paese e’ di fatto un’entita’ multietnica, come lo era la Cecoslovacchia. Quello che il movimento di Piazza Indipendenza rappresenta e’ la volonta’ di una parte della popolazione di asserire la propria identita’, i propri interessi e la propria rappresentanza all’intero territorio – incluse le province orientali russofone. Non a caso il primo provvedimento della rivoluzione e’ stata l’abolizione del russo come seconda lingua ufficiale dell’Ucraina. Il parallelo corretto con la Cecoslovacchia non e’ allora quello dell’invasione sovietica, bensi’ quello dell’indipendenza post-sovietica. Cosa sarebbe successo se a Praga avessero deciso di togliere dignita’ alla lingua slovacca e di formare un governo espressione esclusivamente della componente etnica ceca, ma esteso all’intero paese?
Forse la transizione cecoslovacca non sarebbe andata come e’ andata. L’Ucraina non e’ un paese monoetnico che si sta liberando del giogo di una potenza straniera. Il governo di Yanukovich, sebbene corrotto e inetto, non era espressione di una dittatura imposta dall’esterno, ma frutto degli equilibri di voto dell’Ucraina contemporanea. La sua deposizione non e’ soltanto un movimento di liberazione dall’innegabile corruzione – e’ anche espressione di una tensione nazionalista e sciovinista che di fatto spacca il paese in due.
E poi c’e’ la Crimea. Considerare la Crimea come una qualunque regione del’Ucraina e’ un legittimo e abile esercizio di retorica e di geopolitica da parte di Obama e di Bruxelles, ma fa torto alla storia e alla realta’ della Penisola del Mar Nero. Perché la Crimea, storicamente e culturalmente, non e’ ucraina. Si tratta di uno dei gioielli della corona zarista e di un territorio russo sotto tutti i punti di vista. La contraddizione della retorica ocidentale in merito sta nell’argomentazione addotta a pretesto per la condanna della Russia di Putin.
Due sono gli argomenti in campo. Uno e’ quello tradizionale dell’autodeterminazione dei popoli. La rivoluzione ucraina e’ supportata dall’Occidente in quanto rientra nell’aspirazione di un popolo con forte identita’ etnica, linguistica e storica a gestire il proprio destino autonomamente e senza influenze esterne. Benissimo. Ma la Crimea non e’ ucraina, e’ russa. Gli abitanti della penisola si sono espressi per anni in favore della separazione dallo Stato ucraino e del ricongiungimento con la Russia. Le milizie russe che presidiano in questo giorni la Crimea sono accolte con entusiasmo dalla popolazione, e di certo non sono viste come invasori. Il legittimo leader dell’autonomia di Crimea ha chiesto alla Russia di intervenire per salvaguardare la Penisola. Perche’ allora il principio di auto determinazione per loro non vale?
E qui si passa al secondo argomento: l’eredita’ sovietica. La rivoluzione ucraina e’ percepita come l’atto finale dell’emancipazione dalla storia sovietica e dalle sue dinamiche. Dovuto e sacrosanto. Il problema e’ che la Crimea come teritorio ucraino appartiene alla medesima storia. Solo sessant’anni fa un atto lunatico e impulsivo di uno dei leader dittatoriali dell’impero sovietico – Nikita Khruscev – strappo’ la Crimea alla sovranita’ russa e la regalo’ letteralmente alla repubblica sovietica ucraina. Ai tempi, il gesto era simbolico e non aveva alcuna ripercussione concreta – si trattava di Unione Sovietica e poco contava che nominalmente la Penisola appartenesse all’una piuttosto che all’altra republica.
Ma con il collasso dell’impero, la geopolitica e’ tornata prepotentemente alla ribalta. L’Ucraina ha scelto piu’ volte di separare il proprio destino da quello russo. Gia ai tempi di Gorbachev si rifiuto’ di firmare la bozza di federazione con la quale l’ultimo leader sovietico sperava di salvare l’Impero. Allora, Gorbachev stesso espresse la preoccupazione per la deriva ucraina affermando che "senza l’Ucraina un’Unione e’ impensabile". Nei successivi anni di transizione traballante e incerta, la Russia di Eltsin non aveva ne’ i mezzi ne’ la volonta’ di affermare i propri interessi sullo spazio geopolitico sovietico. Sebbene la Crimea gia’ allora fosse menzionata piu’ volte come possibile pomo della discordia tra repubbliche ex sorelle, tutto filo’ liscio per una combinazione di debolezza russa e condiscendenza ucraina.
Bisogna ricordare tuttavia che la storia russa e’ stata segnata dall’ininterrotto tentativo di assicurarsi uno sbocco ai mari caldi. La Crimea e’ lo snodo cruciale per questa aspirazione. La flotta piu’ importante dell’URSS prima e della Russia poi e’ a Sebastopoli, in Crimea. E la Russia di Putin non e’ più l’orso moribondo di Eltsin. Sebbene ancora economicamente debole e instabile, la Russia e’ tornata a giocare un ruolo sull’arena internazionale ed e’ determinata a perseguire i propri interessi vitali. La Crimea e’ uno di questi, per ragioni storiche, etniche, geopolitiche. Ignorarlo puo’ far comodo all’aministrazione di Obama ma si tratta di una finzione ipocrita e basata sul nulla.
Sinche’ l’Ucraina era ancora nella sfera di influenza russa, gli accordi che permettono a Mosca di mantenere la flotta a Sebastopoli era sufficienti per evitare conflitti. Ma il gioco e’ cambiato repentinamente – e non e’ stata la Russia a modificarlo ma la rivoluzione ucraina supportata dall’Europa e dall’America. Il tappeto e’ stato strappato da sotto i piedi di Mosca in un baleno e con toni apertamente ostili. E così l’orso ha reagito a tutela dei propri interessi.
La nuova leadership ucraina deve scegliere a quali principi ispirare il futuro del paese. Se vuole un paese etnicamente, linguisticamente e culturalmente ucraino ed europeo, deve abbandonare la retorica anti-russa e riconoscere i diritti dei russofoni dell’Est. E se vuole cancellare l’eredita’ sovietica, non puo’ escluderne il capitolo piu’ spinoso – la questione della Crimea. Forse e’ giunto il momento del redde rationem e l’Ucraina deve accettare di essere uno stato indipendente, affiliato all’Europa, democratico e prospero – senza la Crimea.
Altrimenti rischia di tradire gli stessi principi in nome dei queli ha lanciato una rivoluzione – il rispetto dell’autodeterminazione, la definitiva separazione dal capitolo sovietico e la democrazia, che vuol dire rappresentazione, diritti e tutele per le minoranze, inclusa quella russa. L’America di Obama di certo non ignora le verita’ storiche. E’ semplicemente impegnata in una campagna di public relations che mira a isolare Mosca negandone gli interessi vitali, in nome di una politica da guerra fredda che poco o nulla ha a che vedere con la democrazia e la liberta’. E l’Europa, come al solito, ripete slogan che non comprende, irrilevante e dimentica financo della propria storia.