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L’Ue si prepara al rinnovo e l’Italia resta a guardare

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Un accordo necessario ma non sufficiente, così può essere sintetizzato l’esito del Consiglio europeo informale di Lisbona del 18-19 ottobre scorsi, al quale seguirà la firma del nuovo Trattato europeo il 13 dicembre prossimo e la fase di ratifica da parte dei 27 Paesi membri.

Dopo i fallimenti di Amsterdam (1997), Nizza (2000) e l’impasse creato dal no franco-olandese del maggio-giugno 2007, l’Ue non poteva permettersi un’altra battuta d’arresto. I leader riuniti a Lisbona sono apparsi fin dall’inizio consci che un nuovo nulla di fatto avrebbe certificato la discesa dell’Unione nell’irrilevanza internazionale.

I risultati da un punto di vista istituzionale ci sono stati e non bisogna sottovalutarli. Finalmente l’Ue avrà un volto, con un Presidente del Consiglio eletto per due anni e mezzo, avrà un Alto rappresentante per la politica estera con più poteri, il voto a maggioranza qualificata praticamente come regola e una Commissione, a partire dal 2014, con un numero di membri pari ai 2/3 dei Paesi dell’Ue.

Il decision-making è dunque migliorato e quella che si prospetta all’orizzonte è certamente un’Europa più intergovernativa e meno comunitaria. Esemplificativo da questo punto di vista è il parziale ridimensionamento dei poteri della Commissione. Il suo Presidente si troverà infatti stretto tra un Presidente del Consiglio con un’autorevolezza rafforzata e un titolare della politica estera della Ue che è anche vice-Presidente della Commissione stessa.

Si è detto di un accordo necessario ma non sufficiente. Alla nuova articolazione istituzionale dovrà seguire ora un imponente sforzo politico da parte dei leader dei principali Paesi europei. Da questo punto di vista emblematiche sono le parole del Presidente francese Sarkozy, vera anima, insieme al Cancelliere tedesco Merkel, dell’uscita dall’impasse europeo. «L’Europa esce da dieci anni di confusione istituzionale con istituzioni moderne, riformate e che le permetteranno di essere il più efficace possibile. L’obiettivo è oramai quello di riempire di contenuti queste istituzioni».

L’Europa che conta non ha tardato a mostrare cosa significhi riempire le istituzioni di contenuti. Londra, Parigi e Berlino, a margine del Consiglio di Lisbona, hanno elaborato e presentato un documento comune per sollecitare maggiore trasparenza sui prodotti finanziari. Destinatari i Ministri delle Finanze del G7 e dell’Ecofin. Al di là dell’impatto concreto della dichiarazione due sono gli importanti significati che sottende. Il documento è il frutto di un accordo in precedenza elaborato da Berlino e Parigi, al quale poi Brown ha aggiunto la sua firma. La proposta contiene molti degli spunti sui quali il Presidente francese ha insistito in questi suoi primi cinque mesi di presidenza: la necessità che il percorso avviato con la moneta unica si completi con un vero e proprio governo economico-finanziario dell’Europa. L’Ue, con questa iniziativa, raccoglie per altro il grido lanciato dalla Confindustria europea riguardo l’euro forte e la scarsa volontà continentale di elaborare un vero e proprio patriottismo economico europeo.

Il secondo dato è tutto politico e testimonia la creazione, oramai sempre più concreta, di un vero e proprio direttorio a tre dell’Europa formato da Francia, Germania e Gran Bretagna. L’Italia, nemmeno al corrente dell’iniziativa, si è limitata, con un comunicato del Ministro degli Esteri D’Alema, a dichiarare che «è velleitario pensare di governare l’Europa con un direttorio». L’imbarazzo del titolare della Farnesina è comprensibile, ma l’esclusione del nostro Paese dal nucleo che conta della Ue è oramai concreta e sotto gli occhi di tutti.

Nell’immediato futuro la situazione potrà avere ricadute anche peggiori rispetto a quelle di una firma mancante in calce ad un documento come quello indirizzato al G7. Il 2008 non sarà soltanto l’anno dedicato alle ratifiche nazionali del nuovo Trattato, ma vedrà anche concretizzarsi i negoziati per scegliere le personalità politiche che occuperanno i ruoli di rilievo nella nuova architettura istituzionale europea.

Per il posto di Presidente europeo Sarkozy e  Merkel hanno già avanzato la candidatura di Tony Blair (sostenuto anche da Brown), mentre per quanto riguarda la Presidenza della Commissione si parla di un rinnovo per Barroso. A questo punto l’altra nomina di rilievo è quella di Alto Rappresentante per la politica estera e di difesa, vero e proprio Ministro degli Esteri europeo, ma soprattutto vice-presidente della Commissione. L’Italia ha già avanzato più o meno esplicitamente, la candidatura di Massimo D’Alema ma, a dimostrazione di quanto in questa fase sia in declino la stella italiana in Europa, da Londra hanno puntualizzato che «la scelta dei nuovi incarichi europei dovrà rispettare l’equilibrio sinistra-destra, Nord-Sud, Est-Ovest e Paesi grandi e Paesi piccoli». Per altro, il successo del conservatore moderato e filo-europeista Tusk, fa salire di molto le quotazioni di Varsavia nel gioco delle poltrone europee in quanto Paese dell’Est, di grandi dimensioni, con la popolazione in crescita, rilevante dal punto di vista strategico e strettamente legato a Washington.

Nell’immediato altri nomi dovranno emergere per costituire il «gruppo di saggi» che, su richiesta di Sarkozy, dovrà riflettere e preparare un documento sul futuro dell’Europa nella mondializzazione. Il Presidente francese tiene particolarmente a questo progetto che partirà dal Consiglio europeo di dicembre prossimo e vi ha legato la possibilità di aprire i nuovi capitoli del negoziato con la Turchia.  

L’Europa che si appresta a raggiungere l’importante traguardo delle elezioni del giugno 2009 e il conseguente dispiegarsi della sua nuova struttura istituzionale sembra profilarsi come più atlantica, più intergovernativa, con un ruolo accresciuto per le leadership nazionali e per le cooperazioni rafforzate.

Per il momento non si può che prendere atto di quanto Roma sia assente dal suo nucleo di testa e rischi di accomodarsi nel gruppo dei Paesi che seguono e non di quelli che decidono e precedono. Sarà una questione di assenza di leadership? Sarà una questione di turbolenze a livello di politica interna? Le spiegazioni sono molteplici, il risultato è però inequivocabilmente preoccupante.

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