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Luis Althusser e la lucida follia della realtà

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Louis Althusser è stato il più grande filosofo marxista di tutti i tempi. Ancora più grande di un autentico gigante del pensiero come Lukàcs, autore di un summa filosofica come “Ontologia dell’essere sociale”, tre volumi di peso teoretico impressionante. Un’opera che oggi solo pochi eletti riuscirebbero a realizzare. Questo è un tempo che fa della dissoluzione del pensiero il suo centro strategico. Sia la teoria politica che la teoria economica si limitano a riformulare il già-detto, male e senza alcun rispetto della realtà. Esempi eclatanti di questa temperie sono i libertari: nulli come filosofi e agitprop come economisti. Con un’eccezione, e si tratta di un filosofo della politica, de Jasay, e se c’è qualcos’altro di decente spero che un giorno qualche anima buona me lo indichi. Chiusa parentesi.

Althusser nasce nel 1918 e muore nel 1990: in questo lasso di tempo, riesce a pubblicare un’opera di culto come “Lire le Capital” (“Leggere il Capitale”, oggi riproposta nella bella collana filosofica della Mimesis), una serie di saggi che hanno riaperto sentieri interrotti del pensiero, uscire dal PCF, polemizzare con tutto l’establishment comunista e socialista europeo, infine diventare mezzo matto, ammazzare la moglie e scrivere la sua autobiografia “L’avenir dure longtemps”, un bestseller filosofico e un altro libro di culto. Un geniaccio matto ancora da scoprire e discutibilissimo come tutti i grandi.

Quel che, a mio avviso, può particolarmente interessare il lettore che intenda ancora tenacemente concepire la lettura come gesto originario di scoperta è la concezione del materialismo di Althusser. Egli mise sotto accusa il materialismo volgare, anche di stampo marxiano, e puntò dritto al cuore della filosofia moderna, ripescando Hobbes e Spinoza, con una scelta di corollari politici degni di attenzione. Ne sottolineo soltanto uno, che mi pare centrale nel nostro tempo: “Noi viviamo un tempo nel quale la politica come “centro strategico” è realmente sparita” (L’unica tradizione materialista (1985), in Id., Sul materialismo aleatorio, Mimesis, collana althusseriana, Milano, p.112). Sono le scelte teoriche di Althusser, maturate nell’ultima fase della sua vita, a rendere il filosofo francese disilluso e dunque attento alla realtà, alla conoscenza di essa ed alle articolazioni laterali, meno note, intriganti, suggestive. Da questa pista di ricerca derivano due convinzioni che oggi meritano adeguato approfondimento: a) la politica non esiste senza la conoscenza reale della società e del mondo; b) la fuoriuscita dalle ideologie non basta se ad essa non accostiamo un gigantesco lavoro di scavo e di conoscenza della realtà.

Dunque, Althusser, da un lato, si fa politico per sfuggire alla disillusione post-comunista, dovuta al suo abbandono della sfera militante di comunista francese sostanzialmente leninista (importanti i suoi saggi raccolti sotto il titolo Freud e Lacan, pubblicati in Italia, a cura dell’attuale appartenente al Pd Claudia Mancina, per la casa editrice del PCI, Editori Riuniti, anno 1977), e si getta nelle braccia della realtà materiale, con i suoi misteri e le sue opportunità. Dunque, per farsi politico, decide di farsi scienziato della realtà. Dall’altro, butta alle ortiche pezzi interi di ideologia marxista-leninista, ma non si accascia al suolo affranto e gonfio di retorica, ma reagisce con forza teorica ed equilibrio geniale, recupera la modernità dei materialisti, ribattezza le categorie, affastella dati e problemi, indica soluzioni. Una lezione di metodo preziosissima. Più attuale che mai. Ecco, Althusser, da filosofo di razza, è un maestro di metodo, perché le questioni di metodo sono esse stesse teoria e produzione intellettuale, infatti sapere come arrivare ad una meta è altrettanto importante che stabilire la meta stessa. Anzi, forse ancora più importante. Se c’è una cosa che oggi manca alla politica è lo spessore teorico e, dunque, la capacità di porre problemi ed avanzare soluzioni adeguate alla complessità della realtà.  Conoscere per deliberare. E’ il risultato che i più grandi pensatori hanno raggiunto, espresso in uno slogan che potrebbe apparire schematico, come ogni slogan, ma che, in realtà, attraversa interamente il dominio epistemologico, ridonando senso e con-senso alla politica.

Essere marxisti non equivale ad essere pensatori politici, soprattutto dopo decenni di studi sul Capitale; Althusser lo divenne alla fine, lo divenne compiutamente, proprio per salvare la sua testa dai contorcimenti astratti e intellettualistici. Diciamolo altrimenti: divenire filosofo per sprofondare nella realtà. Fino al dramma della follia ed al gesto insano che lo ha bollato per il resto della vita. E’, questo, il territorio di un pensatore straordinario e inavvicinabile, ma proprio per questo irresistibile. Il dèmone filosofico è tanto pericoloso quanto attraente. Come la doppia faccia della crisi secondo la sapienza cinese: Ying e Yang. Opposizione polare che mette in moto il reale. Ogni crisi è sempre opportunità.

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