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La guerra nella maggioranza

L’ultimo “miracolo” di Giuseppi: far sembrare Renzi uno statista

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Negli ultimi interventi del senatore Matteo Renzi nei confronti della sua stessa maggioranza sembra di cogliere, al di là di superficiali ironie, degli accenti di politica “alta” quali da tempo non era dato ascoltare dalle aule parlamentari.

L’analisi spietata delle metodologie del governo Conte da parte di Matteo Renzi ne ha messo a nudo la matrice “catecontica”. Come evidenziato da Gentili (L’agonia del potere), l’attuale struttura governativa nella sua figura di riferimento è quella del “katechon”: secondo la seconda lettera di Paolo Di Tarso ai Tessalonicesi ciò o colui “che trattiene, frena, rallenta, dilaziona o differisce”. In tale logica il katechon non rappresenta tanto un freno all’avanzare dell’anomia, del disordine, ma finisce esclusivamente per neutralizzare l'”eschaton” ovvero la spinta verso un concreto agire per il bene e la giustizia.

Nelle argomentazioni del senatore di Scandicci sono presenti non banali riferimenti a Carl Schmitt e a Gramsci. Di Carl Schmitt Renzi riprende l’instaurarsi del conflitto del dualismo amico-nemico che, ricordiamo, rappresenta per lui il “criterio del politico” che il katechon è chiamato a produrre in epoche di “neutralizzazione” della politica, in epoche di “spolitizzazione”. In epoche quindi come la nostra.

Pertanto l’attribuzione del potere catecontico non definisce soltanto chi o che cosa è portatore dell’istanza politica, ma individua anche il suo nemico, il suo avversario. Ogni epoca deve avere il suo katechon: così scrive Carl Schmitt. E la questione che pone Renzi è una questione essenzialmente politica e cioè che la politica di matrice catecontica del governo Conte sia impotente a governare gli effetti “biopolitici” della pandemia sanitaria che si sta convertendo in una pandemia economico-finanziaria.

Renzi ha assunto, e bisogna dargli atto di essere il primo, il ruolo di “avversario” del katechon utilizzando nei confronti del governo Conte toni quasi gramsciani quando indica quale principale caratteristica dell’azione governativa il “perpetuarsi del vecchio” e il “dilazionare” l’avvento del nuovo che, pertanto, non può nascere: una sorta di interregno. Per Gramsci, infatti, la crisi che configura l’interregno è una “crisi di autorità” in cui il ceto governativo dominante, sebbene abbia perso il consenso, mantiene il potere non già nonostante la crisi bensì in virtù di essa: istituzionalizzando, come ben nota Giorgio Agamben, lo stato di eccezione. Quindi la crisi è funzionale alla sopravvivenza del vecchio ordine dello “status quo” espresso da formule ormai arcinote: “c’è la crisi, non c’è alternativa” o “ce lo impone la crisi”.

Va dato atto al senatore Renzi di aver trasportato nelle aule parlamentari quanto affermato da Agamben: “quando gli storici futuri avranno chiarito che cosa è stato veramente in gioco nella pandemia, questo periodo apparirà come uno dei momenti più vergognosi della storia italiana e coloro che lo hanno guidato e governato come degli irresponsabili privi di ogni scrupolo etico”. Con il discorso di ieri, ai miei occhi, il senatore Renzi si è definitivamente riscattato da quel “pasticciaccio brutto” del referendum istituzionale.

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