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Contro le tendenze neo-centriste

L’unità dei cattolici in politica rischia di essere fine a se stessa

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Un tema che periodicamente ritorna sui quotidiani è quello del ruolo dei cattolici in politica. Di recente, sulle pagine del Corriere della Sera e su quelle di Avvenire si è assistiti nuovamente a interventi in tal senso. Ma una costante in questi continui dibattiti è la perenne mancanza di un’analisi di fondo sulla realtà complessiva dei cattolici. Normalmente si dà per scontata la necessità della presenza cattolica in seno alla società, ponendo l’accento esclusivamente sul come i cattolici dovrebbero esprimersi in politica. Ci si chiede quali dovrebbero essere le modalità di espressione politico-partitica dei cattolici, ma non ci si chiede mai chi siano questi cattolici che dovrebbero far politica, dando per assodata la loro esistenza e non individuando le loro caratteristiche essenziali.

Tuttavia, i dati sociologici sulla situazione interna alla Chiesa cattolica degli ultimi decenni dovrebbero far spostare il baricentro della discussione verso altre più pressanti questioni. Prima di chiedersi, infatti, come riunire i cattolici impegnati in politica o quale offerta fornire ai cattolici nelle urne elettorali, ci si dovrebbe chiedere se esistano questi “cattolici”, chi siano, e se sia concretamente possibile (e realmente auspicabile) una loro unità. Un piccolo recentissimo volume, dal titolo Gentili senza cortile. “Atei forti” e “atei deboli” nella Sicilia Centrale, racchiude un’indagine sociologica operata dal CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni) presieduto da Massimo Introvigne. L’indagine, svolta di concerto con la Diocesi di Piazza Armerina in Sicilia, completa ulteriori studi già pubblicati e, per quanto territorialmente limitata, si rivela preziosa per comprendere il problema che qui interessa. L’analisi del CESNUR sottolinea come la situazione sociale cattolica sia quasi disastrosa, o comunque a tinte non rosee: sebbene il numero dei battezzati nella società sia ancora elevatissimo, si assiste a uno scollamento sempre maggiore delle persone dal cattolicesimo.

Nello specifico, si nota come il numero dei cosiddetti “atei forti”, vale a dire quelli “effettivi” (ideologici e ostili alla religiosità), siano un’esigua minoranza (il 2,4%) della popolazione. Questo dato, tuttavia, non può essere letto in positivo, posto che l’appeal mediatico di cui essi godono – sui giornali, in televisione e sul web – è molto elevato, ma soprattutto posto che, a fronte di questa minoranza, i cattolici non possono dirsi un popolo dotato di straordinari numeri e vitalità. In effetti, essere battezzati non significa essere persone dotate di idee conformi al cattolicesimo: anzi, l’analisi sociologica mostra come, a loro volta, i cattolici “effettivi” siano anch’essi minoranza nella società, una minoranza che si situa intorno al 30% della popolazione. Tra cattolici e altri credenti, solo il 23% dichiara di frequentare settimanalmente funzioni religiose e soltanto il 9,4% più volte alla settimana. Il dato è, a sua volta, non del tutto veritiero: come mostrava l’analisi precedente a quella qui considerata, rispetto alle “dichiarazioni d’intenti”, cioè rispetto alle risposte fornite alle domande d’indagine, i frequentanti effettivi delle Messe si rivelano spesso essere di numero inferiore (intorno al 18,5%).

Che il dato sia pienamente confermato o meno, ciò che conta è che l’enorme maggioranza della popolazione vive in modo sostanzialmente refrattario alla fede cattolica: sono i cosiddetti “atei deboli” (il 70,8%, secondo l’indagine), in cui confluiscono i “lontani” dalla Chiesa cattolica, colpiti dai più vari stimoli culturali e sub-culturali, i “cinici” rapiti da uno stile di vita nichilistico, intenti soltanto alla soddisfazione consumistico-materialista di sé, e gli indifferenti alla vita strettamente religiosa, tutt’al più attirati da filosofie orientali, operanti una sorta di consumismo ribaltato, un “consumo dello spirito”, cercando in prospettive religiose e para-religiose esclusivamente aspetti di soddisfazione interiore, conoscendo poco delle radici culturali cui appartengono, nonché delle radici delle prospettive verso cui fuggono. Dato importante è che, tra questi atei deboli, moltissimi sono i giovani e moltissime le persone con una più elevata istruzione. In altri termini, si assiste a un (parziale) vuoto generazionale che interessa, per lo più, le fasce maggiormente “attive” della società, quelle che più servirebbero per costruire un discorso socio-politico, per erigere realtà formative, informative, assistenziali, tecniche, politiche etc.. Ma l’analisi si rivelerebbe anche più impietosa ove si volesse andare più a fondo.

Ciò che le analisi sociologiche quasi mai rivelano è che, anche presso i credenti più attivi settimanalmente nelle parrocchie, vige spesso una diversità d’idee elevata, potendosi registrare spaccature e divisioni tra singolo fedele e singolo fedele. Sebbene la Chiesa cattolica sia gerarchicamente ordinata, troppo spesso il clero e il laicato di oggi si trovano in uno stato di anarchia avanzato, a causa del quale non c’è uniformità di vedute né sui dogmi né sulle questioni di morale. Che ciò sia la regola fuori della Chiesa, o presso i battezzati ormai non più legati ad essa, non è cosa che possa destare sorpresa, ma che l’anarchia sia interna, nonostante i numeri siano già alquanto critici, è dato più pesante. Ed è soprattutto la bassa qualità dei fedeli, nonché la piattezza della proposta di fede che essi avanzano nelle parrocchie, a richiedere un chiarimento socio-culturale previo, prima che un dibattito politologico e partitico. Chiedersi se i cattolici debbano schierarsi in un modo o in un altro, chiedersi che cosa abbiano da proporre politicamente, significa presupporre erroneamente che essi siano un corpo sociale che abbia un peso molto rilevante e che soprattutto, pur nelle diversità contingenti, abbia un’unità, una coerenza concettuale, un minimo comun denominatore sulle questioni più rilevanti, sui fondamentali. Ma una presupposizione di questo tipo si scontra con la realtà: ancor più che ai tempi (già critici) della Democrazia Cristiana, il corpo sociale cattolico è fin troppo differenziato e tale differenza non è giustificata assolutamente dalle diversità di “carismi” – vale a dire dai diversi campi di azione e interesse, dalle diverse spiritualità: i carismi presuppongono sempre e comunque un’unità di fondo che, ad oggi, presso molti cattolici non c’è.

Di fatto, non è nulla di diverso da ciò che accade fuori dallo steccato ecclesiale: se la cifra della società post-moderna è la coriandolizzazione o liquefazione dei rapporti, così come riportato dai dati sociologici sull’epoca contemporanea, a tale divisione individualista tra le persone non è certo impermeabile il popolo cattolico: così come oggi è molto difficile raggruppare gli uomini attorno a qualcosa di comune, così è difficile raggruppare i cattolici attorno a qualcosa di comune – fossero anche gli elementi fondamentali del proprio credo. Qualunque analisi politologica non può fare a meno di confrontarsi con una tale realtà: non esiste un popolo omogeneamente e compattamente "cattolico", bensì esistono tanti frammenti (autenticamente definibili o sedicentemente definitisi) “cattolici” che sfuggono – o tendono a sfuggire – a qualunque gerarchizzazione e punto d’incontro. Alla luce di ciò, è ben chiaro come il problema fondamentale per i cattolici sia dunque in quale modo riuscire a risalire la china e coagulare le persone.

Il problema non è, insomma, primariamente politico, bensì culturale, come sembra aver compreso la Chiesa italiana nei suoi ingranaggi istituzionali, sebbene a ritmo lentissimo e non sempre del tutto coerente. Vale anche (e soprattutto) per il cattolicesimo quanto vale per la frantumata cultura politica di centrodestra: si tratta di capire che il contesto sociale – e nel caso specifico ecclesiale – va ricostruito e si tratta di adoperarsi per riuscire a condensare gruppi umani intorno a identità solide, ben fondate e argomentate, senza compromessi e cedimenti. Del resto, la sociologia statunitense – a partire, ex multis, dagli studi di Rodney Stark e Roger Finke fino a quelli di Laurence Iannaccone, passando per quelli di Anne Hendershott e Christopher White – ha già compreso da tempo come la ripresa quantitativa per le sigle religiose passi – e stia passando negli Usa  – unicamente attraverso la coltivazione più intensa e coerente dell’animus identitario, attraverso la formazione di fedeli solidi, non malleabili rispetto alle prospettive mondane politicamente corrette.

Il compito dei cattolici, prima che politico, è infra-ecclesiale e passa per l’autocritica, per il ripensamento delle derive lassiste post-conciliari, per l’abbandono dell’“unità” fine a se stessa, volatile e sentimentalistica, passa per un raggrupparsi intorno alla concretezza della formazione concettuale – spirituale, dottrinalmente rigorosa, culturale in senso ampio. Certamente tali premesse non comportano l’abbandono dei problemi legati alla politica – che per quanto secondaria è questione fondamentale –, in quanto esse sono appunto solo delle premesse per meglio comprendere come affrontare l’analisi politologica susseguente: una volta compresa la situazione frammentaria interna, si tratta di comprendere quale sia il rapporto possibile con la politica.

In effetti, nel contesto politico attuale si assiste a derive democraticiste, al ritorno di istanze proporzionaliste, nonché a tentativi neocentristi. Tali prospettive, da un punto di vista politologico, sono del tutto destabilizzanti perché le illusioni demagogiche riposte nella forza d’urto della base popolare e la frammentazione del consenso dovuta all’onda antipolitica, insieme all’erosione di consenso ai partiti e all’ingovernabilità conseguenti, nonché alla normalizzazione delle utopie tecnocratiche (velatamente totalitarie) proposte come soluzione a tale frammentazione, mostrano come le tendenze proporzionaliste – frutto dell’interesse egoistico contingente e miope dei partiti – siano insidiose nel medio e lungo periodo: il perseguimento di prospettive proporzionaliste e centriste porta, come risultato, al moltiplicarsi delle forze partitiche, alla mancanza di coagulanti tra partiti, alla mancata formazione di autentiche coalizioni, non garantendo unità tra di esse e spezzettando il consenso in mille rivoli. Il risultato non può che essere esattamente quello che il centrismo e il proporzionalismo hanno prodotto nel secondo dopoguerra, vale a dire l’elefantiasi statale di stampo clientelare: tali forze, in quanto diverse e divise, non potrebbero trovare alcun collante serio in termini di principi e di programma di governo, se non quel residuo di contrattazioni clientelari che l’economia attuale può ancora permettere, pur con il dispendio di risorse che ne consegue.

In tal modo, le risposte agli enormi problemi nazionali e internazionali non potrebbero che essere inadeguate: da un lato, non si potrebbe riuscire a ridurre le cause politico-amministrative dei deficit economici perché esse continuerebbero ad essere alimentate; d’altro lato, la divisione concettuale e di programma non permetterebbe il respiro elevato che la situazione attuale richiederebbe, affidandosi in modo dilettantistico alle presunte soluzioni prospettate da altri paesi più forti nello scacchiere internazionale o da tecnici avulsi dalla realtà e di formazione pericolosamente utilitaristico-secolarista, nonché centralista e astrattista. Ciò che sarebbe necessario, infatti, sarebbe la riproposizione teorica e pratica di modelli culturali e politici autenticamente sussidiari che valorizzino l’integrazione europea senza che essa vada a discapito delle identità e delle esigenze nazionali, in un contesto in cui invece forze confusamente centrifughe pretenderebbero di sgretolare l’Unione Europea tout-court, lasciando l’anarchia, mentre forze progressistico-tecnocratiche auspicherebbero, dal canto loro, di rafforzarla ulteriormente nella direzione fallimentare già intrapresa di tipo centralista, massificante ed antisussidiario, rilanciando un dispotismo tecnocratico manovrato dall’alto da minoranze non controllabili.

In altri termini, la divisione proporzionalistica tra forze partitiche irriducibili tra loro non permetterebbe l’avanzamento in sede nazionale e internazionale di proposte culturalmente forti che mirino a un’“Europa dei popoli” – fondata su un’identità culturale forte –, contro i due errori (apparentemente) opposti del miope nazionalismo/localismo e dell’europeismo economicistico e ideologico. Di fronte a tutto ciò, i cattolici, se non prendono atto della propria condizione, rischiano su due binari distinti ma connessi: da un lato, appresso alle tendenze neocentriste (fondate sul pregiudizio atavico, indimostrato e smentito dalla storia secondo cui l’unità centrista dei cattolici sia auspicabile), rischiano di riproporre nuovamente un’unità fittizia, senza comprendere che nella società e nella politica attuali non esistono punti che possano essere realmente comuni tra cattolici e sedicenti tali, essendo da questi ultimi rifiutati gli unici punti in comune proposti dalle gerarchie cattoliche (i principi cardinali della Dottrina Sociale: principi non negoziabili, sussidiarietà, bene comune); dall’altro lato, appresso alla mancanza di chiarezza interna, la totale irrilevanza politica e, prim’ancora, sociale e culturale, demandando ad élites non cattoliche e improvvisate la soluzione dei problemi politici odierni.

La sociologia della religione è dunque la grande assente nei dibattiti perenni sui cattolici in politica, un assente che può però aiutare a comprendere meglio l’ambito più strettamente politologico, permettendo finalmente ai cattolici di capire che è necessario ripartire dalla chiarezza interna, dalla formazione di quanto rimane delle nuove generazioni nelle parrocchie, e, di conseguenza, che, solo dopo aver formato dei cattolici dottrinalmente coerenti, è possibile produrre dei cattolici impegnati in politica; può, infine, aiutare a comprendere che il futuro politologico di questi cattolici è perennemente legato al bipolarismo, grazie al quale si è permessa una polarizzazione/divisione più chiara tra le diverse anime, quelle cattoliche, prive di aggettivazioni, e quelle che, di volta in volta, aggettivando il sostantivo cattolico, hanno finito col perderlo.

Fuori di queste direttive, non vi sarà mai un cattolicesimo in politica, ma solo l’uso strumentale del cattolicesimo da parte di politici che si appropriano utilitaristicamente dell’essere cattolici. Del resto, se è vero che Benedetto XVI ha invocato la produzione di un rinnovato impegno politico dei cattolici, è altrettanto vero che, nel riprendere tale invocazione, non può dimenticarsi come il Pontefice, quale premessa logica, abbia anche invocato la necessità di coerenza tra vita religiosa e adesione ai principi difesi dalla Chiesa, parlando di "coerenza eucaristica" sui principi con speciale riferimento ai cattolici impegnati in politica (Sacramentum caritatis, n. 83).

In attesa della realizzazione di questo maggior radicamento culturale e sociale del popolo cattolico, si mostra decisivo, tra l’altro, il modello di rapporto con la politica adottato dall’associazionismo cattolico in Piemonte alle elezioni amministrative del 2010, vale a dire l’idea di stipulare accordi con coalizioni politiche su punti programmatici concreti, basati sulla Dottrina Sociale, non utilizzata attraverso vaghi rinvii astratti – come vorrebbe, ad esempio, il filosofo Vittorio Possenti, che richiama una semplice “ispirazione” ad essa –, bensì applicata coerentemente nei suoi principi. L’analisi politologica e l’azione per i cattolici non possono che partire da quanto detto.

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2 COMMENTS

  1. uniti in Cristo
    I cattolici devono essere “uniti in Cristo” e “politicamente scorretti”.
    Se poi sono pure divisi politicamente la cosa mi pare abbastanza irrilevante.
    Il problema è, casomai, cosa significa concretamente la coerenza tra spessore religioso della vita e spessore politico.
    Su questo ho l’impressione che l’impostazione italiana dei “valori non negoziabili” castri la possibilità di discussioni che, su temi specifici, sarebbe invece importante fare, proprio per capire “che cosa, come, dove, con chi” fare attorno ad un tema cristianamente forte.
    Per esempio il tema delle convivenze e del riconoscimento dei vari tipi di convivenza possibile.
    Sono convinto che i cattolici, discutendone in modo “chiaro” (cioè politicamente scorretto e legati però fermamente a Cristo) saprebbero trovare proposte che vanno oltre il no puro e semplice.
    “I cattolici” e non “i cattolici progressisti” o “i cattolici conservatori”. Abbandoniamo questa terminologia.
    ciao r

  2. @raffaele ibba
    Bravo, fino ai valori non negoziabili. Per qualsiasi cattolico i valori non negoziabili sono l’abc, lo vuole la Chiesa di Cristo. A meno che uno dica Cristo si e Chiesa no, ma questi sono protestanti non cattolici. Quindi “l’impostazione italiana” è in realtà l’impostazione cattolica. Gli americani lo hanno capito, forse perchè nella Chiesa cattolica USA si legge il magistero? Cattolici vuol dire fare proprio il magistrero petrino, non far finta che non esista. Il compremesso ci può essere ma non sui valori “non negoziabili”… (mi sorge un dubbio, vuoi che il Santo Padre li abbia definiti non negoziabili perchè non possono essere negoziabili?…ma guarda…)

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