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Virus e politica

L’uso politico della pandemia

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«Sono soliti tradirsi da sé, ancor prima di essere scoperti, quanti ordiscono nell’ombra trame delittuose»: così precisò Sofocle nella sua “Antigone”, passo che pare opportuno non dimenticare poiché se da un lato è vero che il “complottismo” è una delle più nocive mode del momento, è anche pur vero che “l’anti-complottismo” non soltanto è altrettanto di moda, ma non è meno culturalmente fasullo del primo specialmente se, come il primo, anch’esso nega la realtà, soprattutto quella storica che, come sempre, aiuta a leggere e interpretare il presente.

Ciò premesso, occorre altresì precisare il senso della locuzione “uso politico della pandemia”, nella specie quella del Coronavirus, prima di comprendere le conseguenze nefaste che un tale uso può produrre nel corso del tempo, specialmente quanto più lungo sarà il tempo di persistenza di tale pandemia.

In primo luogo: occorre mettere subito in chiaro – quanto meno per il rispetto di coloro che sono rimasti vittime di tale virus – che non si intende qui negare l’esistenza, la pericolosità, o la mortalità del virus, ma proprio per questo non si può altresì negare che una epidemia dal così vasto impatto sociale non può non avere delle ripercussioni di carattere politico, o, non si può negare che possa essere il mezzo per specifiche finalità politiche.

In secondo luogo: non deve suscitare stupore il fatto che una pandemia possa essere utilizzata, specialmente a scopo politico, poiché proprio la storia recente, quella del XX secolo, ha insegnato, e ancora insegna a chi ha buona memoria, che di tutto si può fare un uso politico.

Marx aveva gettato le basi per l’uso politico del diritto come poi avvenne in Unione Sovietica e come molti giuristi, tra cui, per esempio, l’italiano Pietro Barcellona, hanno poi teorizzato; la celebre regista Leni Riefenstahl dimostrò l’efficacia del cinema posto al servizio della propaganda nazista, così come oggi Hollywood è controllata da una specifica lobby che propugna l’ideologia genderista; il noto compositore Dmítrij Šostakóvič ebbe a coniare la sua decima sinfonia per omaggiare la morte di Stalin; il poeta Vladimir Majakovskij fece della poesia uno strumento al servizio del partito e della causa socialista; numerosi pensatori e politici come il socialdemocratico tedesco Alfred Grotjahn propugnarono l’uso politico delle conoscenze biologiche attraverso la promozione e la diffusine delle pratiche eugenetiche.

Insomma, pare che tutta la realtà possa essere piegata, con maggior o minore fantasia e abilità, allo scopo politico che di volta in volta si intende raggiungere. Si sa per certo, infatti, che perfino la dimensione altamente etica della medicina non è rimasta immune da simili contaminazioni, come comprovano i numerosi antiumani esperimenti che dozzine di medici nazisti compirono su migliaia di inermi pazienti di ogni tipo, perfino senza o contro il loro consenso.

Alla luce di questa rapida, ma significativa carrellata storica, sarebbe opportuno chiedersi se anche una pandemia come quella attuale del Coronavirus possa essere utilizzata per fini politici.

A tale quesito la risposta pare essere senza dubbio affermativa, e ciò per vari motivi che pur nella loro complessità si devono necessariamente sintetizzare nella loro sostanza ultima in considerazione degli spazi e dei tempi.

In primo luogo: ad un primo più banale e semplicistico livello l’uso politico della pandemia può essere messo in pratica allorquando si intenda combattere politicamente coloro che propongono di limitare o quanto meno controllare e regolare, proprio per motivi igienico-sanitari, gli spostamenti di grandi masse umane attraverso i confini degli Stati. Ecco, quindi, che si può accusare il proprio rivale politico di razzismo sebbene quest’ultimo non sia mosso da sentimenti o motivazioni di carattere razziale, ma soltanto da semplice e ordinaria prudenza.

In secondo luogo: di uso politico della pandemia si può parlare anche quando si mettono in essere misure e decisioni politiche e giuridiche la cui portata traligna dagli ordinari caratteri di una generale politica sanitaria emergenziale, potendosi piuttosto annoverare tra le operazioni di vera e propria ingegneria sociale o, peggio, di modificazione del comportamento individuale e di gruppo all’interno della popolazione.

In questa direzione si possono annoverare le decisioni che in un modo o nell’altro esasperano – cioè lo attuano ben oltre la stretta necessità per cui è pensato – il cosiddetto distanziamento sociale specialmente in quegli ambiti, come per esempio la scuola, in cui la socialità, intesa anche come inserimento individuale in un ambito umano e civico più ampio rispetto alla famiglia, è elemento primario dell’istituzione scolastica e della natura stessa dell’istruzione concepita come qualcosa di più del mero nozionismo.

In terzo luogo: ad un livello ancora superiore, si può parlare di uso politico della pandemia allorquando nell’azione politica e giuridica intervengono soggetti sovranazionali non democraticamente legittimati con la pretesa di determinare i criteri guida della suddetta azione politica e giuridica.

Si pensi, tra i tanti esempi possibili, all’OMS che, pur senza alcuna legittimazione democratica, può influire direttamente o indirettamente sulle scelte dei governi, per esempio sulle politiche economico-sanitarie che un dato governo dovrebbe o non dovrebbe intraprendere o finanziare. In questa direzione, preoccupa non poco la recentissima nomina di Mario Monti, paladino dell’austerity e del taglio delle risorse pubbliche alla sanità, al ruolo di Presidente della Commissione Paneuropea della Sanità avente la funzione di ripensare le priorità dei sistemi sanitari alla luce della pandemia da coronavirus.

Insomma, con tutta evidenza, senza bisogno di aderire alle teorie complottiste, si può fare un uso politico della pandemia rischiando all’un tempo di ledere non soltanto i canoni ordinari della dialettica politica di un sistema democratico, ma di minare alle fondamenta l’intero edificio dello stesso Stato di diritto.

Oltre che sul virus, dunque, occorre massimamente vigilare affinché esso non diventi un microscopico cavallo di Troia attraverso il quale introdurre logiche politiche e legali tese a indebolire la democrazia e le più basilari garanzie e libertà giuridiche.

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