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M5S-Pd: quel matrimonio che non s’ha da fare

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Quell’accordo che sarebbe meglio non fare. La torsione improvvisa del Movimento verso il Pd è stata, forse, un po’ troppo improvvisa persino per i suoi standard”. Così scrive Jacopo Iacoboni sulla Stampa del 25 aprile. Simmetricamente Ezio Mauro scrive sulla Repubblica, sempre del 25, di “una sinistra che sembra in ogni caso difficilmente capace di portare tutta se stessa in qualsiasi scelta sarà costretta a compiere, perché senza un baricentro, un principio di autorità, una dinamica autonoma, una direzione di marcia”. Saggiamente Massimo Franco, sempre il 25 aprile sul Corriere della Sera, considera che: “A pesare è soprattutto la zavorra di veleni che Renzi e Di Maio hanno accumulato”. Insomma sia il Pd sia il M5S non sono in grado - al di là del fatto che magari riescano a trovare intese frutto o del meschino interesse di parlamentari che non vogliono perdere il posto o di loschi traffici di potere o di improvvise subalternità a pressioni internazionali- di portare a sostegno di eventuali svolte politiche parte essenziale del popolo che li ha votati. In queste condizioni un governo imposto da uno dei fattori straordinari prima citati, sarebbe particolarmente debole e sarebbe tale in una fase di notevole disordine internazionale, in cui nell’Unione europea si sta cercando di determinare, non si sa con quanta possibilità di riuscita, nuovi trasferimenti di sovranità. Forse un governo Cinquestelle-centrodestra potrebbe avere qualche tratto di quello spirito costituente, di cui il Paese ha particolarmente bisogno, e sarebbe in questo senso un po’ meno avvilente rispetto a un’intesa Pd-M5S, anche se la scomposta frenesia antiberlusconiana dei grillini pare minare alle fondamenta questa prospettiva. E’ sempre più evidente, in questo senso, come fare un governo che eviti l’aumento dell’Iva, ristabilisca il Mattarellum come sistema elettorale e faccia votare a ottobre sarebbe l’unica via seria per ristabilire un rapporto reale società-istituzioni della sovranità popolare, dando anche, dopo il voto, le basi per eventuali governi di emergenza legittimati dai cittadini e non dagli intrighi. Se una volta tanto le cosiddette élite nazionali aiutassero la società a fare i conti con la verità, anche questo sarebbe un inedito contributo a risanare il nostro Paese.

Non disprezziamo la plebe in sé ma in quanto composta da consumatori ingozzati. Gli esseri umani sono diventati consumatori da ingozzare”. Sulla Repubblica del 22 aprile Michele Serra cerca di smentire il suo sfrenato snobismo antiplebeo sostenendo che lui non ce l’ha con i poveri, sono questi che sono diventati consumatori ingozzati. Questa analisi ricorda  perfettamente una battuta di Giacobbe che recitava così: non siamo noi che siano razzisti, sono loro che sono napoletani.

Quel lungo processo di imbarbarimento delle élite. Dietro il dilagante teppismo fuori e dentro le aule c’è altro: c’è il dato di fatto (e ideologico) dell’irrilevanza del docente”. Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera del 25 aprile riflette con ben altro spessore rispetto al conformismo snobistico di certi personaggi che si considerano di sinistra, su alcune devastanti derive della società italiana. Il diffuso imbarbarimento con cui oggi si deve fare i conti non è un frutto maturato da una plebe avida che vuole consumare troppo e così degenera. Bensì nasce dal progressivo logoramento del concetto stesso di autorità determinato non dal popolo in sé ma  da un vasto e articolato deragliamento di quelle élite innanzi tutto culturali (giornalisti, insegnanti, magistrati, uomini della televisione, quadri confindustriali, intellettuali impegnati nei sindacati) che si sono di fatto separate dal popolo (ora estremisticamente ora verticisticamente) come spesso succede in Italia e hanno  così rinunciato a esercitare una loro funzione educativa. Ecco un bel tema su cui riflettere a 50 anni dal ’68 e in presenza di un primo partito italiano ispirato da un pagliaccio.

Con buona pace dei vari Cassese i vincoli esterni vanno certamente riconosciuti realisticamente ma poi governati, non accettati come un giogo a cui subordinarsi. “Nei prossimi tre mesi si addensano scadenze internazionali alle quali occorrerà che l’Italia sia pienamente rappresentata”. Sabino Cassese sul Corriere della Sera  del 26 aprile apparentemente esprime una posizione pur banale ma ragionevole. In realtà persegue l’obiettivo di mantenere la subalternità dell’Italia all’asse franco-tedesco che più o meno malmesso cerca di guidare l’Unione europea. La sua posizione è figlia della teorizzazione che Carlo Azeglio Ciampi affermò apertamente e con nettezza: l’Italia non è in grado di governarsi come le altre grandi nazioni europee (tedesche, francesi, spagnole o polacche) e ha bisogno di vincoli particolari a cui subordinarsi. E dunque ci sarà sempre un G7, un G20, una straordinaria riunione della Commissione, un’elezione del nuovo presidente della Bce e così via, a cui impiccare il governo di Roma. Così è avvenuto specialmente dal 2011 in poi. In realtà proprio perché il quadro continentale e globale è oggi particolarmente disordinato e impone delle urgenze, per avere un’Italia pienamente rappresentata, bisogna senza dubbio riconoscere i vincoli esterni, quindi i trattati, le alleanze, le convenienze, ma  gestirli consapevolmente non subordinarsi a questi.

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