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Ma Berlusconi vuole vincere o no?

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Silvio Berlusconi si dice sicuro che "un centrodestra unito non solo è competitivo, ma pure vincente". A patto però, precisa, di esprimere "un candidato che aggreghi e non divida". Non è certo possibile dargli torto, del resto le recenti elezioni regionali e ancor di più l'esito dei ballottaggi delle amministrative hanno ridato smalto all'immagine di un centrodestra che negli ultimi tempi si era un po' troppo appannata.

 

Ma ci sono alcuni passaggi dell'intervista rilasciata ieri al Giornale di famiglia che francamente suscitano ancora perplessità. Ragionando sugli assetti venturi, il Cavaliere si limita a constatare che Forza Italia è parte essenziale di un progetto finalizzato a contendere la guida del Paese a Matteo Renzi. L'altra faccia della medaglia è rappresentata dalla Lega Nord. Ma comunque, è la concessione che viene fatta, “occorrerà forse realizzare un contenitore più ampio”.

 

La domanda sorge spontanea: quale futuro immagina Berlusconi? Quello che conduce alla sconfitta, barcamenandosi in una girandola di proposte e di ricette irrealizzabili come l'uscita dall'euro o la riesumazione della scala mobile, o quello di un centrodestra capace di aggregare, deciso a confrontarsi con le questioni epocali figlie della globalizzazione con l'obiettivo di governare finalmente il cambiamento?

 

Confesso di non riuscire a rispondere. Allora chiedo ancora aiuto al presidente di Forza Italia, il quale fa esplicito riferimento al modello vincente rappresentato da un uomo, Luigi Brugnaro, neo-eletto sindaco imprenditore di una città meravigliosa, Venezia, assorto agli onori della cronaca politica per essere riuscito ad espugnare un feudo incontrastato della sinistra negli ultimi venticinque anni.

 

Sia detto con il massimo del rispetto possibile, ma mai contraddizione fu più palese. Cos'è infatti il modello Brugnaro se non l'esatto opposto di un progetto che strizza l'occhio  al leghismo parolaio? Cos'altro rappresenta il modello Venezia se non il paradigma di una concezione dell'impegno pubblico che ha trovato in Ncd-Area Popolare uno dei primi e più convinti sostenitori?

 

Un modello più orientato al centro che sulla destra, pragmatico, nato e consolidatosi attorno alla definizione di un'offerta politica che rifugge i facili slogan perché desidera confrontarsi sul serio con i problemi dei cittadini trovando le soluzioni migliori senza pretese di agitare una bacchetta magica.  Un modello vincente che, sia detto per inciso, assegna un ruolo forte e centrale ad Area Popolare.

 

Perché questo è il punto. Sorge il dubbio che, impegnato a ragionare sulla sua intervista e magari a non arrecare troppi dispiaceri al Matteo di Pontida, allo stesso Berlusconi sia sfuggita l'ultima rilevazione di Nando Pagnoncelli pubblicata sul Corriere della Sera. Messaggio sintetico eppur brutale nella sua chiarezza: in un ipotetico ballottaggio Renzi-Salvini, l'attuale premier trionferebbe con il 61.5% dei consensi, mentre sarebbe costretto a cedere il passo di fronte a un centrodestra unito e forte del 53.5%.

 

A fare da ago della bilancia è proprio Ncd-Area Popolare, che occupa uno spazio politico difficile ma strategico (che gli deriva da un'assunzione di responsabilità posta a fondamento della sua ragione sociale) ma che pure riesce a parlare ad una parte importante del Paese. Quella che non si rassegna all'idea che la frantumazione del bipolarismo tradizionale implichi la scelta inevitabile tra i due Mattei, né tantomeno all'ipotesi che l'Italia possa finire nelle mani delle cinque stelle grilline incapaci di illuminare il Paese d'immenso.

 

Ad oggi, la generosità di donne e uomini impegnati da un lato a far uscire il Paese dalla crisi e dall'altro ad immaginare un percorso di ricostruzione del centrodestra che non ripeta gli errori del passato, non ha trovato validi interlocutori. Si è piuttosto preferito percorrere la strada della delegittimazione. E dunque, chi vivrà vedrà.
 

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