Ma quale dialogo, all’università servono scelte impopolari (a sinistra)

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Ma quale dialogo, all’università servono scelte impopolari (a sinistra)

04 Novembre 2008

L’Italia è un bel paese e gli italiani sono gente mediamente molto intelligente, piena di risorse e di spirito d’iniziativa. Ma tra le nostre qualità non cercate quella che ha reso famosa l’ex premier britannico Margaret Thatcher, perché non alberga proprio nella penisola.

Sono anni che si dice che il consociativismo è il peggior male della politica italiana, che ha massacrato il paese. Si è predicato che occorre abbandonare questa via, che occorre invece trovare un terreno d’intesa sulle grandi questioni istituzionali e sul resto dialogare civilmente, ma che poi decida chi ha avuto la delega a governare da parte dell’elettorato. All’inizio di questa legislatura l’elettorato ha dato al centrodestra una maggioranza imponente e quindi mezzi per governare comodamente. Si è allora udita un’altra saggia sentenza: occorre fare le scelte più impopolari e difficili subito, all’inizio della legislatura, quando le elezioni sono ancora lontane nella convinzione che, facendo le scelte giuste, poi se ne raccoglieranno i frutti. Pare tuttavia che il nostro debole e fatuo carattere riesca a reggersi in piedi soltanto se riceve compensi immediati dalle scelte impopolari, com’è felicemente accaduto per i rifiuti della Campania. Appena le cose cominciano a farsi difficili la tentazione consociativa e la nostalgia per quelle belle nottate di trattative estenuanti che partoriscono pasticci consensualmente confezionati e che produrranno inevitabilmente effetti disastrosi sul medio periodo (se non sul breve) riemerge prepotente. Sulla scuola ora si sta levando da tutte le parti un grido: discutiamo, parliamo, concertiamo, consociamo.

È sconcertante. Bisognava essere scesi ieri dalla Luna per non sapere che la scuola e l’università non si possono toccare neanche con un fiore senza che si produca un’esplosione termonucleare. S’intende, se a maneggiare il fiore è un governo di centro destra. Difatti, la scuola e l’università sono della sinistra, anzi del sindacato, da quasi 40 anni e non è pensabile decidere alcunché in questo contesto senza chiedere un permesso preventivo. Sono proprietà del sindacato e della sinistra più conservatrice che esista, perché è sufficiente che un ministro di sinistra si discosti appena di un centimetro dalla linea “ufficiale” per rischiare la fucilazione sul campo: è accaduto a Luigi Berlinguer, che pure è il demiurgo della scuola “democratica”, e se Fabio Mussi si è salvato è soltanto perché il governo Prodi è caduto in tempo. Tuttavia, dai governi amici si sopportano anche alcuni sgarbi. Ma ricordiamoci della Moratti. Dopo un breve tentativo di fare di testa sua, comprese che col sindacato c’era poco da scherzare: si arrese al quieto vivere e mise tutto in mano ai consiglieri pedagogisti di Berlinguer. Gli orrendi programmi contenuti nella sua riforma, improntati al pedagogismo metodologico più vacuo e deleterio non bastarono a placare l’ira funesta del “mondo della scuola” che non tollerò le innovazioni non concordate contenute nella sua riforma. Poteva andare diversamente con la Gelmini?

Si era detto che la Gelmini non avrebbe sottoposto la scuola allo stress di un’altra riforma globale, anche per non sollevare troppe reazioni. E difatti, i provvedimenti sono stati modesti e limitati, per lo più nella scia del precedente ministero Fioroni: ripristino di un minimo di rigore, di serietà e di disciplina. In più la faccenda del maestro prevalente. Non molto, anche se sacrosanto. Niente da fare. Si è scatenato un bailamme pazzesco, oltretutto facendo credere a mezzo paese che il decreto Gelmini fosse quello dei tagli all’università, mentre quelli erano conseguenza della pre-finanziaria approvata mesi prima e su cui nessuno aveva detto una parola.

L’“insurrezione”, come l’ha chiamata Epifani, era un copione già scritto. Il sindacato, che controlla la scuola più che l’università, non poteva sopportare che si facesse un solo passo senza chiedere il permesso con il cappello in mano e senza contrattare prima una massiccia immissione in ruolo di precari. Per fare fracasso non bastava la scuola e allora si è coinvolta l’università, mescolando tutto in un calderone indescrivibile e nella mischia si è buttato prontamente il Partito Democratico che non sapeva più dove andare a pescare un tema su cui riprendere fiato, dopo che anche sull’Alitalia non era riuscito a cavare un ragno dal buco. Si aggiunga anche che, come hanno candidamente ammesso vari dirigenti di sindacati autonomi della scuola, se la Cgil proclama uno sciopero della scuola “bisogna farlo”, e il quadro è completo. Poteva andare diversamente?

È stupefacente che ci sia qualcuno che si stupisce. È stupefacente che non si sia messa in conto questa “insurrezione”. È stupefacente che non si veda che un qualche calo di popolarità del governo è dovuto a una campagna forsennata in cui il governo è inevitabilmente perdente sul breve periodo perché non ha alcuno strumento informativo nel mondo scolastico. È stupefacente che non si capisca che l’unico vero errore è stato non dire nulla sull’università e non modulare i tagli imposti dalla finanziaria in modo selettivo tra comportamenti virtuosi e non (ha ragione in merito Roberto Formigoni), per evitare la saldatura tra protesta scolastica e universitaria. È stupefacente che non si capisca che si può fare in tempo a intervenire sull’università, ed anzi che bisogna farlo immediatamente, senza por tempo in mezzo, in questa settimana stessa. Ed è stupefacente che non si veda che già vi sono segni di sgretolamento del fronte della protesta, perché il passaggio del decreto ha rappresentato un tornante: “il governo ha passato la boa”, commentava sconsolato un docente leader della protesta.

Altro che Thatcher!… Non si parla di mesi, qui non si regge neppure una settimana. Invece di passare a enunciare subito le linee guida sull’università, di intervenire con un provvedimento urgentissimo su uno dei punti enunciati da Giavazzi, ovvero il blocco della doppia idoneità per i concorsi universitari di quest’anno (non le commissioni a sorteggio, per carità), e ad aprire un tavolo di trattativa con le università per modulare i tagli in funzione di piani di comportamento virtuosi consistenti in tagli di corsi di laurea, di corsi e di sedi inutili… Invece di fare queste cose – l’ultima l’ha proposta più di un rettore e in particolare il nuovo rettore de “La Sapienza” – la parola d’ordine sembra essere quella di bloccare tutto: niente decreti urgenti, soltanto disegni di legge di lunga navigazione e da discutere, contrattare e consociare. Riforme “condivise”, spiegano alcuni esponenti della maggioranza. Certo, se qualcosa si può fare insieme e senza litigare è meglio. Ma ha senso che una maggioranza di queste dimensioni si lasci dettare l’agenda dal centro sinistra senza dettare la sua e senza chiedere che vengano abbandonate certe politiche sbagliate, anzi disastrose, che hanno condotto all’attuale situazione? Sembra quasi che la maggioranza abbia qualcosa da farsi perdonare e non abbia nulla da chiedere, nessun cambiamento da pretendere, che non abbia progetti per l’istruzione da rivendicare e difendere con coraggio e determinazione.

C’è persino chi ha iniziato a mettere in croce il ministro Gelmini da un lato criticandola perché non ha parlato, non ha discusso, non ha concordato; dall’altro, perché è stata poco coraggiosa e non ha mandato avanti un programma organico di riforma complessiva, come il disegno di legge Aprea. Come se non ricordassimo cosa avevano detto i segretari generali delle confederazioni a proposito di questo disegno di legge e dello tsunami che preparerebbero su di esso, da far impallidire quello appena passato. I fautori di questa linea (contraddittoria) invitano il ministro Gelmini a riprendere il processo riformatore condotto da Berlinguer e da Moratti.

Allora parliamoci chiaro. Se qualcuno pensa questo, pensa molto male. Non c’è soltanto quel “mondo della scuola” che si è fatto sentire in questi giorni. Ce n’è anche un altro, e non meno numeroso anche se meno chiassoso, che ha votato questo governo anche perché sperava che venisse fatto qualcosa di finalmente nuovo e liberatorio per la scuola e che rompesse proprio con il “processo riformatore” che l’ha ridotta al presente colabrodo. C’è un mondo che è stufo del prepotere sindacale, della pretesa di certa sinistra di considerare l’istruzione “cosa sua”, che vuole il ritorno alla serietà e al rigore, che non ne può più dell’ideologia del pedagogismo “progressista”, che vuole una scuola dove si insegnino contenuti e non vacua metodologia, che vuole una scuola di maestri che abbiano la passione di insegnare e non di “facilitatori”, che non ne può più della scuola statalista in cui al posto delle tabelline si insegna l’“affettività” svuotando il ruolo delle famiglie, una scuola collettivista che – secondo alcuni di questi pedagogisti di stato – dovrebbe ispirarsi ai principi del “Poema pedagogico” del sovietico Makarenko. C’è un mondo che vuole un’università di qualità, che premi il merito e magari faccia pagare più tasse conferendo borse di studio, che chiuda sedi inutili per costruire case dello studente, che sopprima corsi ridicoli creati per assumere servi e famigli e pensi a elevare scienza e cultura più che a se stessa. C’è un mondo che non ne può più del sistema dell’istruzione che ci ha consegnato il dominio trentennale della sinistra e dei sindacati.

Se queste aspettative verranno deluse per la paura di tener duro e di perdere consensi… ebbene sarà anche questo un modo per disperdere consensi. Il più banale: quello di andarsene a cercare altri altrove, senza peraltro neppure conquistarseli.

Sappiamo benissimo cosa significhi riprendere il “cammino riformatore” iniziato da Berlinguer. All’inizio del ministero Fioroni si tenne un grande incontro sull’istruzione centrato attorno alla conferenza del guru dell’educazione olistica e della complessità, Edgar Morin. In questa occasione, alcuni siti web di adoratori, dopo aver esaltato «il modello di scuola che la politica e gli esperti vengono disegnando, in modo sostanzialmente identico tra i due schieramenti di centro destra e centro sinistra» misero in rete un “santino” che qui riproponiamo in cui le effigie dei ministri Berlinguer, Moratti e Fioroni occupavano gli angoli assieme a Edgar Morin. Se qualcuno vuole mettere l’effigie del ministro Gelmini all’angolo sinistro in basso spostando il sole di Morin al centro, sarà la perfezione. Ci si accomodi pure. Basta saperlo.