Macron salva per ora l’Unione. Vediamo che cosa succederà all’Europa

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Macron salva per ora l’Unione. Vediamo che cosa succederà all’Europa

08 Maggio 2017

Macron salva per ora l’Unione. Vediamo che cosa succederà all’Europa. “A federalizing Europe is the foundation of european postwar stability and prosperity”, così Roger Cohen sul New York Times dell’8 maggio. Nell’entusiasmarsi per la vittoria di Emmanuel Macron il commentatore del Times afferma come la federalizzazione dell’Europa sia stata la base della stabilità e del progresso del Vecchio continente. Sulla stessa ispirazione l’eurofanatico Andrea Bonanni scrive sulla Repubblica sempre dell’8: “La vittoria di Macron salva l’Europa”. Con maggiore saggezza Bernardo Valli, sempre sulla Repubblica dell’8, scrive che: “Era in gioco il progetto di integrazione che ci ha accompagnato, a singhiozzo, tra crisi e litigi, negli ultimi sessant’anni di pace”. Il celebre commentatore di politica estera repubblicone da una parte distingue la nostra complicata Unione dall’Europa, dall’altra analizza poi, anche le tante difficoltà francesi e comunitarie ancora ben in campo, ricordando che se oggi si può tirare un sospiro di sollievo, i problemi sono tutti davanti a noi. E il processo di “federalize” l’Europa è assai più aggrovigliato di come lo considerino certi ammiratori d’Oltrealtlantico.

Quelle elezioni aperte e trasparenti. “Dall’inizio abbiamo deciso di affrontare i populisti apertamente”, scrive Sylvie Goulard sul Corriere della Sera dell’8 maggio. Sull’apertura della politica francese (d’altra parte la Goulard socia stretta di Mario Monti conosce bene e dall’interno anche la trasparenza della politica italiana) magari si potrebbe avere qualche dubbio: così su come Dominique Strauss Khan venne fatto fuori nel 2011 anche perché appariva un candidato presidenziale particolarmente insidioso per Nicolas Sarkozy (al quale però poi bastò un François Hollande per batterlo) e per la stessa Berlino. Così sulla manina che depositò presso “Le Canard enchaîné” le carte che fecero fuori il candidato più forte, il gollista François Fillon, troppo amico della Russia e inviso anche ad Angela Merkel. Al “deep state” gallico, quello americano fa un baffo: nel Paese dove “l’oui suona” si regola con attenzione quali “leaks” sono ammissibili e quali no.

Basta con la politica. “Il fatto che si sia affermato un riformista europeo è la dimostrazione che i populisti si possono battere”, così sulla Repubblica dell’8 maggio Matteo Orfini festeggia senza e senza ma la vittoria di Macron, evitando anche una minore riflessione su come questa vittoria coincida con il crollo del partito socialista francese. Forse farebbe bene a riflettere sulla contemporanea pesante sconfitta della Spd nel Land Schleswig-Holstein. “It is something that gets under your skin and makes us all sad” – “è qualcosa che ci colpisce nel profondo e ci fa tristi” -, così il New York Times dell’8 maggio riporta una dichiarazione di Martin Schulz. Il candidato socialdemocratico aveva raccolto nei mesi scorsi ottimi successi spostandosi a sinistra, poi si è inchinato -com’è nel suo dna- al Berliner consensus amministrato da Angela Merkel, ha rinnegato gli eurobond, ha preso le distanze da un “governo delle sinistre” ed è subito andato in crisi. Ma veramente potrà salvarsi un’Unione europea dove la politica non ha più spazio e dove tutto è affidato ai tecnocrati o al pragmatismo ordoliberista della Grande bottegaia?

Le donne a cui non si vuole più bene. “Siamo donne nate ‘dalla parte sbagliata’ ”, così Giorgia Meloni commenta sul Corriere della Sera dell’8 maggio il voto delle presidenziali francesi. “Per me Le Pen non è una donna” aveva detto Julia Kristeva sul Corriere della Sera del 25 aprile, aggiornando così la categoria degli Untermenschen. La demonizzazione della destra è stato elemento centrale della recente campagna elettorale, con un tocco di rilevante irresponsabilità: far passare l’idea che il 34 per cento dei francesi (pur sul 75 per cento dei votanti a cui togliere un 10 per cento di schede bianche) sia contro la libertà è un suicidio innanzitutto culturale. Che potrebbe diventare politico se il nuovo président fallisse, nel qual caso come osserva Tony Barber sul Financial Times dell’8 maggio, “If mr Macron stumble, it is altogether unclear what solution might keep ms Le Pen at bay in 2022” – “Se Macron inciampa, non si capisce come si fermerà la Le Pen nel 2022”. D’altra parte anche la Meloni (oltre che la Le Pen, che subito dopo la sconfitta si è impegnata in questo senso) deve riflettere non solo su come eliminare ogni traccia di posizioni illiberali accumulate nella sua storia missina (così come ciò parallelamente deve avvenire nel Fn se vuole diventare veramente e del tutto presidenziabile), ma deve anche ragionare sul fatto che senza un rapporto tra moderati e radicali il centrodestra non abbia chance di governo.