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Le rivolte del pane

Maghreb. I politici hanno tradito la loro gente

Il grande sonno del Maghreb è interrotto da una inquietante catena di suicidi, una rivolta disperata e senza direzione, con decine di morti. L'opposizione è inesistente, perché repressa e istupidita dalla cogestione di un potere ormai nemico delle popolazioni. Nichilismo anarchico giovanile e ricchezze del petrolio dissipate, in Algeria. Povertà crescente, nella Tunisia diventata quasi un'appendice della Sicilia, con un ponte fatto di traghetti su cui viaggia un fiume di giovani. Tunisi che si informa sui media italiani. Anna Bono, docente di Storia e Istituzioni dell'Africa presso l'università di Torino, descrive al Secolo XIX i toni e il quadro di una situazione drammatica.

Quando si parla di Africa, si inizia sempre chiedendo - Di chi è la colpa?
Europa e Occidente tendono a dare le colpa solo a se stessi, dopo la fine del colonialismo, ma è un atteggiamento controproducente, perché dà il via libera all'eternizzazione di un'élite politica che ha tradito promesse e aspettative enormi. Ad Algeri e Tunisi si governa come nel resto dell'Africa, in maniera irresponsabile e con esiti disastrosi.

Cosa serve?
Servono infrastrutture e fabbriche. L'Algeria è un paese potenzialmente ricchissimo, ricco com'è di petrolio e gas, ma ha sviluppato una elefantiaca industria statale, col modello del Mezzogiorno italiano. La Tunisia non ha nemmeno quello, tranne turismo e agricoltura, ma arretrati.

In Algeria però Renault e Volkswagen fanno a pugni per aprire nuove fabbriche, e si sta costruendo la nuova autostrada costiera del Maghreb, con partecipazioni italiane e cinesi, che andrà dal Marocco fino a Tunisia e Libia...
Ma anche nelle fabbriche della Renault il controllo statale sarà soffocante. I francesi fanno bene a investire in Africa, dove i mercati potrebbero crescere come in Cina, se non ci fossero i governi, i burocrati e i monopolisti locali e globali. La crisi è diffusa in tutto il continente. Nella Nigeria che è tra i primi produttori di petrolio al mondo il 70% della popolazione vive con un dollaro al giorno e si fa da mangiare col carbone.

Il fronte di guerra è internet, e al Jazeera parla di cyberguerra...
E' una rivolta sociale, non politica: l'alternativa è tra comunicazione e guerriglia. Tunisi ha bloccato il web, il 31 dicembre, e poi ha alzato la censura, arrestando i blogger e i facebookers.

Uno dei ragazzi di Tunisi dice su Global voices "Ho 31 anni e non ho mai votato..."
L'Africa non è quella del nostro immaginario, allegra e piena di musica. Nelle bidonvilles e nelle campagne c'è disperazione, manca il pane, serve più realismo.

L'Italia non potrebbe fare business con la Tunisia, a noi così vicina?
I nostri governi si sono concentrati sulla Libia, che è un produttore di idrocarburi. La Tunisia offre un mercato limitato e acquista merce dalla Cina, visto che l'alto costo del lavoro in Italia limita il nostro export in Africa. Potrebbe produrre localmente, però. Ma, mentre la "simile" Grecia ha importanza geopolitica ed è nella UE, la Tunisia non può contare sull'Unione Africana.  

La rivolta dei senza lavoro sta buttando al macero anche la rivolta jihadista, l'unica che ha cercato di abbattere il governo algerino.
Il rischio jihadista non è elevato come negli anni '90, anche perché le organizzazioni islamiche sono state duramente colpite. Deluse anche dall'islam le masse hanno solo la distruzione o l'autodistruzione. Non hanno più zappe per zappare; non hanno tastiere su cui digitare; non hanno fabbriche dove lavorare. I giovani sembrano condannati a essere quelli del bellissimo libro di Kourouma Ahmadou "Aspettando il voto delle bestie selvagge".

© Il Secolo XIX

 

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