Mai più ritardi: per il Mezzogiorno è ora di cambiare regole, obiettivi e mentalità

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Mai più ritardi: per il Mezzogiorno è ora di cambiare regole, obiettivi e mentalità

28 Settembre 2009

La “questione meridionale” non è un’invenzione di chi in questi anni si è fatto promotore del "partito del Sud" nelle sue diverse versioni. Ha attraversato come dato costante tutta la storia dell’Italia. Proprio per questo sentirne ancora parlare suscita quel disagio tipico dei problemi troppe volte rilanciati senza mai trovare una soluzione. Eppure sarebbe un grave errore pensare di affrontare i problemi del Paese senza inserire il Mezzogiorno ai primi posti dell’agenda politica. Prima ancora che un fatto di giustizia, lo sviluppo delle regioni meridionali è una condizione ineludibile per la crescita di tutta l’Italia.

La storia delle politiche per il Meridione è costellata di gravi ritardi e insuccessi. Ma non tutto può essere liquidato come un fallimento. Anzi, gli unici risultati importanti sono derivati da iniziative per il Sud che fossero inquadrate in una strategia nazionale. Basti pensare alla Cassa per il Mezzogiorno, oggi tanto vituperata: nel suo primo periodo di vita, pur tra sprechi e difficoltà, si dimostrò una risorsa forse non risolutiva ma sicuramente utile. Il problema, semmai, va rintracciato nei vent’anni successivi, quando la Cassa perse la propria capacità propulsiva e si trasformò progressivamente in volano di quella logica clientelare-assistenziale che da sempre rappresenta una delle principali cause del ritardo del Sud. La risposta alla crisi della Cassa per il Mezzogiorno ha finito però per peggiorare la situazione. Il definitivo trasferimento di tutte le funzioni in capo a Regioni, Province e Comuni ha prefigurato quel passaggio dall’intervento straordinario all’intervento ordinario che, in concreto, ha avuto l’effetto di derubricare la "questione Sud", fino a quel momento considerata – anche formalmente – un problema nazionale. Ci si illuse allora che l’intervento ordinario e il coinvolgimento degli enti locali nella gestione degli incentivi potessero rappresentare un’inversione di tendenza. E invece sono diventati parte del problema: i costi sono lievitati e il quadro strategico si è segmentato, con risultati deludenti quando non fallimentari. E quanto la perdita di un orizzonte comune e di una dimensione di sistema possa essere deleteria, lo si è visto analizzando per quantità e per qualità la capacità di impiego delle risorse disponibili. Pensiamo ad esempio l’insufficiente capacità di utilizzo dei fondi europei. Rispetto ad altri paesi, l’Italia ha utilizzato circa l’80% delle risorse assegnate, ponendosi al di sotto della media europea. E con la regola del disimpegno automatico – secondo l’ultimo rapporto SVIMEZ – abbiamo perso risorse per circa 140 milioni. Ed anche quando sono state impiegate, le risorse sono state troppo spesso destinate a interventi di ordinaria amministrazione, o ai progetti più disparati messi in campo a prescindere dalla loro valenza per il solo scopo di non far decadere i contributi.

La storia delle politiche in favore del Mezzogiorno ci dimostra, insomma, che le misure di sostegno attivo, fin qui prevalenti, non centrano il cuore del problema. Tutt’altro. Se infatti la gestione dei sussidi è regolata su base discrezionale, la conseguenza è che a determinare quali progetti vadano sostenuti sono lo Stato e le strutture pubbliche. E sulla capacità della burocrazia di valutare il merito delle iniziative imprenditoriali si può avanzare più di un legittimo sospetto, senza contare i rischi di fenomeni di corruttela e l’aumento delle spese di transazione a carico delle imprese che un simile ingranaggio comporta. E’ il momento dunque di sbarazzarci di quest’approccio dirigista e assistenziale: un approccio costoso, inefficace, fondato sulla presunzione che lo Stato sia superiore al mercato nell’allocazione delle risorse, e dannoso perché incentiva gli imprenditori a perseguire il sostegno pubblico piuttosto che il giusto profitto d’impresa. Anche perché vi è un’ulteriore conseguenza negativa che va tenuta a mente: la veste assunta negli ultimi decenni dall’intervento pubblico in favore del Sud ha finito per deteriorare la qualità delle stesse classi dirigenti meridionali. La massiccia attività di intermediazione politica e istituzionale nella gestione delle risorse pubbliche destinate al Mezzogiorno ha inevitabilmente indebolito la capacità di governo e di visione strategica della sua classe politica. La quale, con la garanzia della irresponsabilità finanziaria e con la certezza che a ripianare i disavanzi avrebbe provveduto l’erario, si è in qualche modo disinteressata del “buongoverno.

In questa prospettiva, un ripensamento strategico si impone anche per rilanciare la classe dirigente del Mezzogiorno senza la quale nessuna politica meridionalista potrà avere successo. Ed è altrettanto scontato che per ripensare la strategia dell’intervento in favore del Sud bisogna individuare con lucidità le cause della sua arretratezza. Se dunque l’esigenza del Mezzogiorno non è quella di colmare attraverso “supplenze” pubbliche l’insufficienza di capitali disponibili (i capitali ci sono), si comprenderà che il vero problema risiede nelle diverse condizioni di redditività degli investimenti produttivi. E’ questo differenziale negativo di redditività rispetto ad altre aree del Paese il fattore che disincentiva gli investimenti e che ha frenato la crescita del Mezzogiorno. Se non si interviene sulle cause di questo divario, qualsiasi politica di sostegno al Sud è destinata al fallimento.

E’ quindi necessario migliorare le condizioni di contesto per favorire la libera iniziativa di impresa, e rimuovere gli ostacoli che oggi la imbrigliano come una soffocante zavorra. Garantendo condizioni di legalità e sicurezza; dotando il Sud di infrastrutture adeguate, investendo nella formazione del capitale umano. Si tratta di tre emergenze. Ma per aggredirle è necessario chiudere la porta a quelle logiche particolaristiche che storicamente hanno portato il Sud a frantumarsi nei diversi Sud, a discapito della migliore tradizione del meridionalismo strategico e nazionale. In caso contrario, non faremmo altro che riproporre sul versante del centrodestra i fallimenti del cosiddetto “rinascimento bassoliniano”. E la stessa sfida del PdL come grande partito nazionale a vocazione maggioritaria perderebbe di senso. Perché nelle catastrofi delle amministrazioni “progressiste” nel Mezzogiorno d’Italia, nel pozzo senza fondo della sanità meridionale, nel naufragio del bassolinismo e nella crisi dell’immondizia che lo eternizza a futura memoria, si rintraccia innanzi tutto la rottura culturale che ha consentito al particolarismo di espandersi senza più ritegni.

Da qui dobbiamo ripartire. Si tratta di un’opzione culturale, ancor prima che di una strategia politica. Bisogna porre fine alla dispersione fin qui registrata per concentrarsi su grandi interventi specifici fra loro coordinati. Fin qui, le sfide di medio-lungo periodo per la rimozione di mali antichi. Ma una politica meridionalista efficace deve farsi carico anche di interventi più immediati, in grado di innescare con rapidità processi spontanei di crescita e compensare fin da subito le condizioni di svantaggio in cui operano le imprese meridionali. Ad esempio, attraverso strumenti di vantaggio fiscale per il Mezzogiorno. Riducendo il carico fiscale sulle imprese che operano al Sud si renderebbe estremamente più attraente l’investimento in quest’area del Paese. Non si tratta di introdurre surrettiziamente nuove forme di assistenzialismo. Si tratta di compensare i costi indiretti che le imprese del Sud sopportano per il solo fatto di operare in quest’area del Paese, attraverso misure collegate alle politiche strutturali di riequilibrio, dall’orizzonte temporale ragionevolmente limitato e adeguatamente graduate nel tempo. E magari attingendo per la copertura finanziaria anche a una parte delle risorse destinate a vario titolo al sostegno delle iniziative imprenditoriali meridionale. Una prospettiva del genere appare tanto più fondata in una fase in cui il Paese è impegnato nella sfida del federalismo fiscale, che questo governo e questa maggioranza hanno voluto cooperativo e solidale, attento agli aspetti perequativi e dunque senza alcuna ricaduta "punitiva" nei confronti del Sud. Il federalismo rappresenta una sfida per le classi dirigenti meridionali. Una sfida impegnativa, perché occorrerà modificare abitudini, comportamenti, riflessi culturali radicatisi in decenni di gestione finanziariamente irresponsabile. E affrontare una sfida del genere potendo contare su un regime (transitorio) di agevolazione fiscale per le imprese del Sud sarebbe non solo più semplice, ma soprattutto molto più proficuo.

Altra questione è quella delle “gabbie salariali”. La provocazione della Lega presa alla lettera è impensabile. Il problema però esiste e pone una sfida che sul piano delle risposte di governo sarebbe un peccato lasciar cadere nel vuoto. Nei decenni scorsi, infatti, il Sud è stato fortemente penalizzato dalla rigidità del nostro mercato del lavoro, configurato sulla falsa premessa di un tessuto nazionale omogeneo, costruito su modello di impresa di tipo fordista, sulla centralità del contratto collettivo nazionale e sul rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. Nulla che abbia a che vedere con la realtà del Mezzogiorno e con le sue prospettive di sviluppo. E’ dunque urgente una politica salariale più moderna e flessibile, e soprattutto più attenta alle necessità di crescita produttiva del Sud. Ma l’assoluta centralità del contratto collettivo nazionale di lavoro, plasmato sulle esigenze proprie della grande impresa industriale del settentrione, nei fatti ha penalizzato fortemente i lavoratori del Sud e tutelato quelli del Nord. Dunque, l’idea di incentivare la flessibilità salariale, consentendo margini di autonomia retributiva, va incontro ai bisogni (reali) del Mezzogiorno. Tra l’altro c’è poco da inventare: basta rifarsi al protocollo stipulato tra Governo e parti sociali, che opera una chiara distinzione fra il livello del contratto nazionale e la contrattazione decentrata, e consente alla parti di negoziare trattamenti salariali differenti rispetto a quelli definiti in sede di contratto collettivo.

Insomma, per rilanciare il Mezzogiorno dobbiamo lasciarci alle spalle tanto il vetero-assistenzialismo quanto il meridionalismo di tipo dirigista, e non possiamo cedere al giustificazionismo antropologico insito nelle tante versioni del pensiero meridiano. Dobbiamo consentire alle imprese di sfruttare con libertà le potenzialità produttive; dobbiamo far sì che lo Stato e le pubbliche amministrazioni garantiscano condizioni di contesto in grado di favorire la crescita e il funzionamento del mercato; dobbiamo mettere gli individui in condizione di perseguire la propria crescita personale, di essere liberi di intraprendere, di sentirsi motivati a contribuire al bene comune dei luoghi in cui vivono e in cui affondano le loro radici. Dobbiamo aggredire i problemi del Sud guardando al futuro, senza per questo dimenticare il nostro riferimento ai valori dell’economia di mercato e della solidarietà sociale.