Malgrado tutto, la missione del Papa in Terra Santa può considerarsi compiuta

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Malgrado tutto, la missione del Papa in Terra Santa può considerarsi compiuta

15 Maggio 2009

Difficile andare in Terra Santa, difficile condurre il viaggio giorno dopo giorno, difficile anche concluderlo e ritornare a Roma. Infatti, come era prevedibile, gli scontenti non mancano: il papa avrebbe potuto dire, sarebbe potuto andare…  I bilancini erano pronti per pesare ogni parola, i riflettori ugualmente pronti per illuminare ogni gesto del volto. Benedetto XVI, in ogni caso, ha detto quello che doveva dire e, facendo la tara degli inevitabili scontenti, la missione può considerarsi compiuta, soprattutto a proposito dei due punti nevralgici del dialogo interreligioso (compresi i delicati rapporti con l’Islam), dei rapporti con gli Ebrei e con lo Stato di Israele.

Dopo il discorso di Ratisbona del settembre 2006 i rapporti con il mondo musulmano ha avuto notevoli sviluppi  a seguito della famosa “lettera dei 138” saggi musulmani, e soprattutto con la creazione del Forum cattolico musulmano, voluto dal Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. Andando in Terra Santa, Benedetto XVI doveva far avanzare questo dialogo, ma senza nulla ritrattare della linea di Ratisbona. C’è riuscito, anzi ha anche confermato, oltre che non ritrattato, quella linea. Poiché "Quanto è contro la ragione non viene dal vero Dio”, Benedetto XVI ha parlato ai Musulmani soprattutto della ragione. Ossia della legge naturale, della comune natura umana, della pari dignità della donna e dell’uomo, dell’irrazionalità della violenza, dei diritti umani fondamentali, tra cui quello alla libertà religiosa. E lo ha fatto ben sapendo, come tutti noi ben sappiamo, che nei paesi ove direttamente o indirettamente la legge e la politica sono ispirate al Corano niente o poco di tutto ciò è garantito. Le comuni invocazioni della pace (non le chiamerei preghiere), come quella condotta mano nella mano a Nazareth, avevano questo sfondo: la pace non verrà dalla violenza fondamentalista o dalla violazione dei diritti umani fondamentali. Il magistero in Terra Santa è stato un magistero di ragionevolezza e in questo modo, senza presentarsi, come è naturale, come inviato speciale dell’Occidente, il papa ha anche sostenuto i valori occidentali, nella misura in cui essi sono anche i valori della ragione. Compresi i valori di Israele, nella misura in cui essi sono i valori della ragione.

I rapporti con gli Ebrei (e con Israele) avevano registrato delle incomprensioni legate al reinserimento nella liturgia della preghiera per la conversione degli Ebrei, alla revoca della scomunica per i vescovi lefebvriani e, soprattutto, al caso Williamson. Dal punto di vista del dialogo ebreo-cattolico, Benedetto XVI ha ribadito la sua convinzione, espressa anche in molte sue opere di teologo, della irrinunciabilità del Vecchio Testamento per la religione cattolica. Anche nel suo libro “Gesù di Nazaret”, il papa ripetutamente sostiene che l’allentamento del rapporto con il Vecchio Testamento comprometterebbe il rapporto del cristianesimo con la storia e con la sua dimensione sociale e pubblica, suscitando possibile derive spiritualistiche.

Dal punto di vista dei rapporti con Israele, allo Yad Vashem Benedetto XVI ha pronunciato parole inequivocabili non solo contro la Shoah, ma anche contro la sua negazione. Al Palazzo presidenziale ha potuto esprimere a Peres i sentimenti di amicizia dei cristiani. Ci si poteva aspettare una chiara condanna dei missili di Hamas o delle minacce iraniane? Forse sì, però nell’incontro con il presidente del consiglio Netanyanu, da questi sollecitato, il papa ha ricordato di pregare sempre perché cessi qualsiasi forma di antisemitismo e ai giovani palestinesi ha chiesto di non lasciarsi attrarre dalla violenza.

Uno dei passi più criticati dei discorsi del Papa nei territori occupati è stato quello sul muro. Egli ha detto che tutti i muri prima o dopo crollano, per fortuna, e quindi, ha invitato a sperare e ad avere fiducia. “E’ necessario rimuovere i muri che noi costruiamo attorno ai nostri cuori – ha detto -, le barriere che innalziamo contro il nostro prossimo”. Si è trattato di un «rinnovato appello all’apertura e alla generosità di spirito». Non è intervenuto direttamente sulle cause del muro costruito da Israele e davanti al quale – nella piazza antistante la basilica della Natività – , egli stava parlando. Il papa non è un analista politico. Non ha attribuito colpe. Ha voluto guardare più lontano e per farlo c’era bisogno di non fermarsi al muro, ma di proiettarsi con la speranza verso il suo abbattimento, perché egli sa che quel muro non è veramente nel cuore non solo dei palestinesi, ma anche degli israeliani. Del muro il papa ha parlato in termini di pacificazione.

Rapporti con musulmani ed ebrei, rapporti con palestinesi ed israeliani. Il viaggio del papa non è stata comunque solo questo. E’ stato anche l’incontro con i cristiani della Tessa Santa e del Medio Oriente. Un popolo in continua diminuzione, spesso perseguitato e costretto a fuggire. Molti di questi cristiani hanno ricevuto parole di incoraggiamento. Sul piano politico il papa non può proteggerli. Altri dovrebbero farlo, e tra loro un ruolo importante dovrebbero svolgerlo i paesi occidentali.

Infine il viaggio del papa lascia anche uno strascico di opere: centri di accoglienza, creazione di università cattoliche sia in Giordania che nei Territori costruite con i contributi raccolti nei viaggi in Baviera (altro link tra Regensburg e questo viaggio), opere di carità. Un viaggio papale ha sempre molte più dimensioni di quanto non interessi dal punto di vista strettamente politico. E un serio bilancio deve tenere conto di tutti questi aspetti.