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Tremonti senza Scajola

Manovra 2010-2011, quando il gatto non c’è i topi ballano

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Il gatto non c’è, i topi ballano. La traduzione politica della saggezza popolare suona più o meno così: se il ministro non c’è, i tagli si fanno più incisivi. E’ capitato al ministero dello Sviluppo economico, decapitato per le disavventure immobiliari di Claudio Scajola, e colpito più degli altri dalla manovra di Giulio Tremonti.

Dietro questa scelta si vede come, in realtà, il bilancio pubblico sia una grande finzione: le razionalizzazioni non sono guidate dal tentativo di introdurre efficienza o eliminare sprechi, ma solo dalla possibilità di intervenire dove le resistenze sono minori. Il che, appunto, conduce alla situazione attuale, dove un dicastero privo di guida, e dunque di copertura politica, subisce più degli altri la furia rigorista di Via XX Settembre. Un criterio, si dirà, vale l’altro. Non è proprio così. Anche perché, tra tutti i ministeri, in un momento di crisi il Mse è di importanza cruciale, e la sua centralità non dovrebbe essere intaccata dal dato, sperabilmente transitorio, di essere stato temporaneamente trasformato in una dependance di Palazzo Chigi.

Ieri lo ha denunciato con forza il Sole 24 Ore con un ampio servizio di Eugenio Bruno, Davide Colombo e Marco Mobili: “A pagare il prezzo più alto dei tagli lineari sui budget dei ministeri sono le politiche per lo sviluppo economico, le attività di pianificazione e controllo delle principali reti di trasporto nazionali e locali e i fondi di riserva, tradizionalmente destinati all’acquisto di beni e servizi”.

Ora, è probabile che, come spesso accade, anche i fondi per lo sviluppo siano gestiti con la manica larga, e che quindi un’iniezione di disciplina finanziaria possa sortire risultati positivi. Tuttavia è preoccupante il fatto che la minor resistenza politica ai tagli prevalga, apparentemente, sulla razionalità della manovra. “Dove” tagliare è almeno altrettanto importante di “quanto”. E se è fondamentale, per il futuro del paese, rimuovere la spesa improduttiva (o addirittura controproducente), i ministeri svolgono alcune funzioni che, nel breve termine, sono insostituibili.

Minarne l’efficacia significa fare un cattivo investimento; perché a fronte di un risparmio immediato, si creano disagi di più ampia portata. (Per fare un esempio estremo: se un comune licenziasse tutti i netturbini per ridurre il deficit, ma senza riformare il settore in modo che siano altri a svolgere, meglio e a minor prezzo, le funzioni della nettezza urbana, la città non sarebbe certamente più vivibile).

Di fatto, l’accanimento sul Mse è un altro sintomo della scarsa attenzione del governo per i temi della crescita. Poco importa che il premier, Silvio Berlusconi, abbia offerto copertura a Tremonti sul versante della manovra e abbia rilanciato lo slogan delle liberalizzazioni.

La maggior parte degli atti dell’esecutivo vanno nella direzione opposta: attenzione estrema (e meno male, per carità) all’equilibrio di breve termine dei conti, disinteresse per lo sviluppo economico. La stessa filosofia della manovra da 24 miliardi è quella di stringere i denti nella speranza che le cose si aggiustino da sé, e che dunque – in un tempo relativamente breve – si possa ricominciare come prima.

Primum vivere, e non c’è dubbio che il decisionismo tremontiano punti a questo. Ma porre le premesse per la ripresa economica non è un obiettivo secondario, neppure nell’ottica della mera sopravvivenza.

 

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