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Marè: “L’immigrazione non basta a crescere”

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Il mondo cammina a due velocità. Da una parte si assiste alla crescita esplosiva della popolazione nei subcontinenti asiatici, dall’altra al declino demografico e al conseguente invecchiamento della popolazione in Europa, che da qui al 2050 perderà circa 55 milioni di individui. Un tema trattato con toni preoccupanti anche da Benedetto XVI nel corso del suo discorso, venerdì scorso, per i 50 anni dei Trattati di Roma.

“Si deve purtroppo constatare che l’Europa sembra incamminata su una via che potrebbe portarla al congedo della storia”, ha detto il Santo Padre, precisando che il fenomeno, “oltre a mettere a rischio la crescita economica, può anche causare enormi difficoltà alla coesione sociale e soprattutto favorire un pericoloso individualismo disattento alle conseguenze per il futuro”. Le stime del resto sono drammatiche (nel giro di una quarantina di anni si assisterà a una fortissima riduzione della popolazione) e le previsioni per il futuro, sia a livello economico sia a livello sociale, assumono tinte sempre più fosche.

La crisi demografica, che venerdì 30 marzo sarà al centro del convegno organizzato dalla Fondazione Magna Carta insieme con  il Centro di Orientamento Politico, avrà un forte impatto sulla crescita e sulla stabilità di tutti i Paesi europei. Nel 2050, nell’area Ue-25 (escluse quindi Romania e Bulgaria) la popolazione giovane (0-14 anni) perderà ben quindici milioni di individui, passando da 75 a 61 milioni. Le persone in età lavorativa (15-64 anni) passeranno invece da 306,8 milioni a 259 milioni. Gli europei saranno quindi più “vecchi”, con il numero degli anziani che aumenterà in maniera esponenziale: si arriverà dai 75 milioni attuali a ben 133 milioni di over 65. Ecco perché, secondo Mauro Marè, ordinario di Scienze delle Finanze all’Università della Tuscia e relatore al convegno, la priorità (anche in Italia, che presenta un tasso di fecondità bassissimo) deve essere data alla “riforma del sistema pensionistico e le politiche sociali”. Del resto, spiega Marè, l’Italia “presenta adesso il livello più elevato di spesa pensionistica rispetto al Pil, ma il picco si toccherà nel 2038-2039, quando la generazione nata alla fine degli anni ’50-’60 (quella del baby-boom, ndr) andrà in pensione”.

E gli immigrati che ruolo avranno in questo scenario che comunque verrà “ammorbidito” dall’aumento dei flussi migratori? “L’immigrazione può contribuire alla stabilità - spiega ancora l’economista – a patto che si parli di persone in regola, che quindi pagano i contributi ma anche così i problemi non mancano”. Anzitutto, “si tratta di immigrati che rimangono solo qualche anno e poi tornano ai loro Paesi”, in secondo luogo “è innegabile, che l’immigrazione molto elevata porta a sistemi di convivenza difficili”. Solo in Italia, sempre secondo le previsioni, l’afflusso sarà elevatissimo, con 150 mila unità in più l’anno.

Neppure sul fronte della crescita economia, messa in evidenza anche da papa Ratzinger venerdì scorso, mancano le preoccupazioni.“Il calo demografico avrà effetti drammatici sulla crescita e sulla produttività”, spiega Marè, secondo cui, anche in questo caso è sbagliato dire che l’immigrazione andrà a compensare la riduzione di produttività, perché “ora è impossibile capire quanto questa variante sarà importante: gli stranieri del resto fanno lavori che gli italiani non vogliono più fare, quindi, anche se non c’è concorrenza, il livello di produttività di quei lavori non è lo stesso degli altri”.

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