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Marinetti, il futurismo e le premesse della (nostra) società dei consumi

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Appare sempre più convincente l’ipotesi che gran parte della nostra cultura di massa abbia avuto, se non una origine, almeno una impronta significativa negli anni del primo Novecento in cui visse e operò quel folle visionario italico Filippo Tommaso Marinetti che con il suo primo Manifesto Futurista, pubblicato nel 1909 in “Le Figaro”, stravolse impetuosamente le logiche di una società borghese che stava implodendo in un decadentismo dai sapori amari, nostalgici e disillusi. Per capire la complessità di un’epoca come la nostra contraddistinta da un acceleramento della vita sempre più consistente e vorace non possiamo non tornare a guardare quel periodo critico a cavallo tra ‘800 e ‘900 dove un intero mondo costruito sulla fiducia di speranze laico-positivistiche stava crollando sotto i colpi di un nuovo pensiero dai contorni sfumati, incerti, sospettosi. Einstein, Nietzsche, Freud, Bergson fecero emergere il relativo, l’irrazionale, il subconscio, l’intuizione. In Italia autori come Pascoli, D’Annunzio, Pirandello, Svevo, non hanno fatto che smontare e incrinare (ognuno a modo suo) questo determinismo tanto ideale quanto distante dal fondo autentico della realtà.

Si arriva a un punto in cui certe risposte sul mondo non convincono più, non bastano. Tappare buchi non risolve l’inquietudine, c’è qualcosa di oscuro che emette segnali e non può essere ignorato. Quando un sistema culturale esaurisce la sua capacità trainante lo strappo è inevitabile ma, prima di un vero e sano rinnovamento, che fa parte del processo di crescita, si passa attraverso tentativi più o meno sgangherati o geniali di rifiuto di quella società così inetta e ristretta. Ci si inerpica tra forme estetiche di disimpegno e fuga dalla realtà a correnti di lotta politica o spinte rivoluzionarie di vario genere che certamente rischiano di diventare pericolose, ma questo non preclude il fatto che possano anche essere portatrici di esigenze di rinnovamento che andrebbero quantomeno ascoltate.

In effetti non si capisce il futurismo (la prima avanguardia a livello europeo), che per tanto tempo ha subìto un indebito adombramento ideologico, se non lo si guarda dalla prospettiva di una Rivoluzione Artistica Totale. Attenzione, “artistica”, nel senso di culturale, e non semplicemente “politica”. La sua dirompente e dissacrante comparsa, fin dalle prime “serate futuriste”, non solo ruppe gli schemi dell’estetica classica provocando volutamente nette reazioni di assoluto contrasto o di estasiato consenso, ma cercò di travolgere ogni campo della vita sociale: dall’arte figurativa (pittura e fotografia) alla letteratura (poesia e drammaturgia), dal teatro alla nascente cinematografia, dalla musica alla danza, dalla politica al sociale, finanche la gastronomia. Da simbolo di eterno valore esposto nei musei, l’opera d’arte rompe la “quarta barriera” e invade la platea della vita comune, inizia a rincorrere una sperimentazione mai paga di sé, si espone ad un continuo divenire che cerca di dar forma all’informe come gli istinti irrazionali, traducendosi in un rapido flusso di produzione-distruzione: «un automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia» (Manifesto Futurista 1909).

Come non vedere in questo le premesse, nemmeno troppo velate, della nostra frenetica società dei consumi.

C’è, però, da mettere in chiaro che i tentativi di ridurre questa avanguardia “modernolatrica” e “simultanea” (Antonucci) secondo le categorie fascismo-comunismo sono semplificazioni che non fanno onore alla verità storica. È vero che il fascismo nella sua prima fase guardava ad esso con simpatia per la sua travolgente e aggressiva ideologia globale, ma, dal 1920, a poco a poco lo costrinse ad un ridimensionamento. Le istanze propulsive dei primi anni di fondazione, finirono per essere ritenute troppo anarchiche ed eversive e questo era un problema per un sistema che puntava sul controllo assoluto di ogni forma di comunicazione, sul ritorno alle origini imperiali romane e su una architettura imponente ed eterna. Quanto di più distante dal mito della velocità e dalla critica ad ogni idea di passato e staticità. Il radicalismo di Marinetti non poggiava neanche sull’analisi marxista della società dalla quale si smarcò dichiarando che “ogni nazione ha la sua forma di passatismo da rovesciare: noi non siamo bolscevichi perché abbiamo la nostra rivoluzione da fare”.

L’intuizione era di cambiare il basamento, ricostruire da capo “un nuovo senso del vivere” buttando all’aria tutto ciò che riconducesse alla vecchia condizione dell’uomo prima della rivoluzione industriale. Il punto di vista di D’Annunzio e dei crepuscolari era ancora legato a quelle “tradizioni mummificate” piene di languori sentimentali. Per Marinetti, invece, non c’era che un’unica via percorribile che non fosse quella di orientarsi verso un inedito avvenire che si stava costruendo sotto i propri occhi. La nascita della tecnologia, i grandi complessi industriali e le masse operaie, le città moderne, le metropoli, le automobili… bisognava assolutamente cavalcare l’onda di questa rivoluzione antropologica epocale che stava dando all’umanità un’occasione unica di potenza e controllo sulla natura e sulle leggi della fisica. Ecco l’eccitazione superomistica che innervava i futuristi con “insonnia febbrile”. Niente e nessuno avrebbe dovuto contrapporsi a questo “salto mortale” perché il fine era il superamento della condizione di indigenza dell’uomo.

«Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità onnipresente» (Fondazione e Manifesto del futurismo, 1909).

Originale e molto attuale, il futurismo italiano, come ricorda Tondelli, anche rispetto alle altre avanguardie per il fatto di non aver preso un carattere elitario, ma di essersi rivolto alle “folle”, ai soldati in trincea, ai fasci giovanili, al proletariato, anticipando di gran lunga i costumi della nostra società di massa, avanguardia di un consumismo ancora al di là da venire, che precorse la trasformazione dell’arte, e forse anche della politica, in spettacolo.

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