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Il centrodestra da ripensare

Matteo Salvini: la solitudine degli (ex) numeri primi

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Chiusa la tornata elettorale delle regionali e dei ballottaggi nei Comuni al voto diviene necessaria un’analisi sullo stato del centro-destra. Che non può che partire dal partito con il maggior numero di voti della coalizione e cioè dalla Lega di Matteo Salvini.

Affaticato dai processi e dalle inchieste, più o meno insidiose del Tribunale di Catania e di quello di Milano, in discesa nelle percentuali di voto a dir poco appannato nella strategia. A me Salvini è simpatico ma la coalizione di centro-destra e le sue possibilità di strutturazione e di vittoria elettorale mi stanno più a cuore. Quando i fedelissimi parlano di Salvini utilizzano termini, meritati, a metà tra lo sportivo ed il militare quale “Capitano”, “Comandante”. Ma il Capitano, il Comandante, oltre gli onori ha anche le responsabilità.

Onori quando si vince responsabilità quando la propria compagine non solo arretra di centimetri ma “rincula” di chilometri. Sicuramente ha ragione il direttore Sallusti che vede nello stesso assenso di Salvini alla nascita dell’improbabile governo coi 5 Stelle “l’errore – il peccato – originale e fondante” della attuale situazione di arretramento. E’ un’analisi, sicuramente esatta ma che non coglie il segno di una strategia che si sta rivelando fallimentare. Due leader Salvini e Di Maio politicamente “scafati” ma con un basso tasso di scolarizzazione sono stati ridimensionati da un modesto avvocato di provincia professore di cui si ignora ogni tipo di produzione scientifica con un minimo di alfabetizzazione giuridico istituzionale e con la “giacchettiella” tagliata corta come spesso i provinciali inurbati. Poi Di Maio con Giuseppi ci ha fatto un governo ed in parte si è “scudato”.

A prendere gli schiaffi è rimasto solo Salvini. Ma perchè un politico scafato come Salvini risulta costantemente ridicolizzato da Giuseppi? Il basso tasso di scolarizzazione, che si riverbera poi nella scelta dei consulenti, può giustificare tutto? A mio avviso dice tanto ma non tutto.

Matteo Salvini ha fatto della monotematicità sui migranti il suo argomento di maggior impatto e di forza elettorale entrando, per sua sfortuna, in collisione con le teoriche di Papa Francesco che sogna una libertà di immigrazione totale, ingenua e senza basi finanziarie.

Ma con la pervasività relazionale di 2000 anni di storia e di potere. Il commercio di carne umana è il punto di svolta delle fortune o delle sfortune dei leader politici italiani. L’Europa, troppo ipocrita per essere dichiaratamente razzista, questi migranti o pezzenti e nullatenenti con basso tasso di scolarizzazione e pochissime capacità di integrazione, non li vuole. Preferisce pagare la Turchia per tenere l’inferno lontano dai confini dell’Europa centrale ed occidentale. Un’Italia simil Turchia va benissimo all’Europa che si risolve un bel po’ di problemi e va benissimo a Papa Francesco che vi vede l’attuazione delle proprie idee di pauperismo universale.

Salvini quindi è riuscito nell’impossibile: ad avere contro Dio e Mammona. Da una parte la pervasività relazionale di Papa Francesco che gli avvelena i “pozzi elettorali” in Italia ed in Europa cucendogli addosso il “Sanbenito” modello inquisizione dall’altra la forza economica dell’Europa che, nel compiacere il Papa, sistema pure se stessa dando credito e soldi a chiunque appaia il nemico naturale del povero Salvini. Con il quale è inutile prendersela: a menarlo non è Giuseppi ma il combinato disposto del Vaticano e della Commissione Europea.

L’azione congiunta di queste due forze imponenti, e destinate a durare, lo fiacca giorno per giorno, lo delegittima fino a rendere una sua eventuale vittoria elettorale più un danno per il Paese che un vantaggio.

Basta rileggere, con la pacatezza della “distantia temporis”, il tragico epilogo del Sindaco Marino per capire tante cose. Che certo fu cacciato non come si dice, con brillante metafora giornalistica, dal Notaio ma da ben altre forze sull’operato delle quali nessuno si è mai voluto confrontare fino in fondo. Qualcuno più attento a tali passati eventi, e forse più colto, avrebbe potuto forse consigliare un cambio di paradigma di strategia politico istituzionale ma Salvini è testardo. Ha avuto successo e dentro di sè pensa che quello che in passato ha portato alla vittoria possa, anche in futuro, risultare vincente.

Il divenire della storia e dei fatti narra un epilogo diverso. La falange, di tipo macedone, regnò incontrastata in ambito militare per centinaia di anni. I condottieri che non seppero capire la duttilità della nascente legione di tipo romano furono spazzati via e con essi centinaia di anni di pregresse vittorie. Sostanzialmente non si può rispondere a problemi nuovi con pensieri antichi. In campo economico l’argomento unico di quota 100 e della rottamazione delle cartelle (peraltro già nota) risulta di piccolo momento rispetto alle tecnicalità finanziarie richieste dai nuovi strumenti di intervento europeo.

Ma sono argomenti da professori di economia e non da comizianti con qualche vittoria elettorale in tornate comunali. E qui si torna al punto della qualità della classe dirigente. Problema che naturalmente pesa sulla Lega, come una volt pesava su Forza Italia, come partito di maggior consenso all’attualità del centro-destra.

Confido in una ritrovata astuzia di Salvini: rompa l’accerchiamento, due fronti contemporanei avversi risultano letali sia in guerra che in politica.

E i due fronti avversi a Salvini sono “tosti”. Non me ne voglia Salvini. Come dice il Poeta a Lui “…ben esser deve…se fu solo all’onor…solo alle pene”.

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