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Il virus e i medici

Medici di famiglia, figli di un dio minore

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Non solo medici e infermieri in corsia. Esiste una categoria sanitaria, non meno importante, spesso dimenticata: i medici di famiglia. Ogni giorno, mossi da un imprescindibile dovere deontologico, affrontano il virus a mani nude. Il quadro clinico dei pazienti che visitano può essere meno grave di chi si trova in ospedale, ma non meno pericoloso: l’esposizione al rischio di contagio è alta e può trasformare quella che ad oggi è un’emergenza sanitaria in emergenza territoriale.

Stando ai numeri, la maggior parte dei positivi affetti da Coronavirus si trova nelle proprie case. E se alcuni hanno la fortuna di manifestare una sintomatologia lieve, altri, molti, necessitano di un costante monitoraggio e non possono esser lasciati soli. Da una parte i pazienti dimessi dall’ospedale che hanno bisogno di proseguire le cure, dall’altra i pazienti non eleggibili di ricovero perché presentano gravi patologie o perché in fin di vita. La loro assistenza grava sulle spalle (e sulla coscienza) di medici di famiglia, insieme a tutti quei sospetti positivi che si trovano a casa e che non sono ancora stati sottoposti al tampone del SISP (Servizio di Igiene e Sanità Pubblica) incapace di gestire da solo la situazione epidemiologica.

Come soldati mandati a combattere con gli scarponi di cartone, i medici di famiglia si recano a casa dei pazienti infetti senza i corretti DPI (dispositivi di protezione individuale). Da mesi aspettano invano l’approvvigionamento delle protezioni. Svolgono il loro lavoro, con quello che (non) hanno. Non chiamateli eroi. Sono carne da cannone. E muoiono, anche loro. Il “regalo” di 620 mila mascherine per muratori, non idonee all’uso sanitario, inviate dalla Protezione civile all’ordine dei medici è l’ultima di una serie di ritardi e inefficienze nell’approvvigionamento delle protezioni ai medici.

Vittime e allo stesso tempo potenziali vettori: la positività di alcuni medici di famiglia ha allargato il contagio e provocato altre morti. Un fatto da non sottovalutare se si considera che diversi medici non sono stati ancora sottoposti all’esame diagnostico, anche in una regione come il Veneto in cui il numero dei tamponi processati è tra i più alti d’Italia.

Mentre sale a 96 il numero di medici morti da coronavirus, ci si domanda che cosa ancora si stia aspettando. Non basta predisporre dei kit di DPI, occorre che questi siano adatti al lavoro da svolgere: se si visita un paziente sottoposto a ossigenoterapia (a casa con la bombola) non sarà sufficiente la mascherina chirurgica e nemmeno la FFP2 con il filtro, occorre una precisa vestizione, una mascherina ancora più coprente, come la FFP3. Per il medico di famiglia ogni giorno è il giorno 0 e ogni paziente un potenziale rischio.

Per le cure territoriali sono state istituite il 9 marzo scorso, secondo decreto, le USCA, Unità Speciali di Continuità Assistenziale, già attive in alcune regioni. In Veneto sono circa 600 le USCA che aderiscono al progetto. Si tratta di unità di medici, ogni 50 mila abitanti (uno per 8500 persone), impegnati nell’assistenza domiciliare dei pazienti affetti da Coronavirus. Oltre ai medici di famiglia, sono chiamati alla leva i medici di continuità assistenziale, in particolare giovani che stanno o hanno da poco terminato il corso di formazione specifica in medicina generale e anche, in via residuale, i laureati in medicina e chirurgia iscritti all’ordine.

Sarà compito loro gestire le cure del paziente. Le USCA si recheranno a casa del malato per la visita e con un ecografo portatile potranno effettuare la diagnostica e verificare lo stadio del virus. Giovani, ma anche pensionati o medici di famiglia in attività che in pochi giorni hanno dovuto prepararsi per la sfida professionale più delicata di sempre. Molti di questi sono neoabilitati, alcuni alla loro prima esperienza lavorativa, altri non hanno mai visitato un paziente covid. Eppure firmano l’adesione. Lo fanno per evitare che il virus si propaghi. Lo fanno per non lasciare che i loro pazienti affrontino “il mostro” da soli. Lo fanno per non piangere altri medici colleghi, pur consci che nella condizione in cui si trovano potrebbero ammalarsi a loro volta. Non chiamateli eroi. Sono martiri di un dio minore.

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