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Nuovo ordine mondiale

Medvedev critica gli Usa, ma la Russia non avrà mai la leadership mondiale

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Gli scenari mondiali in questi mesi passano di nuovo tra Mosca e Washington. E’ un déja vu?
Negli USA Obama e McCain credono nel ritorno all'American dream; in Russia Medvedev crede nel ritorno al ruolo globale della Russia.

Il presidente russo ha scosso il Forum economico di San Pietroburgo, dichiarando che è arrivata l’ora che la Russia assuma un ruolo di leadership. Le sue parole segnano il possibile rovesciamento della battaglia vinta da Ronald Reagan, dopo la guerra del Kippur. L'Occidente aveva passato anni pesanti anche per la concomitante esplosione integralista nell’Iran, passato al khomeinismo. Jimmy Carter e Henry Kissinger si rivelarono inadeguati a gestire il nuovo contesto. Gli USA si affidarono a Ronald Reagan, gli inglesi alla Thatcher, due leader riformatori in patria e pragmatici all’estero. Reagan condusse l'ultima fase della Guerra Fredda attuando una politica reattiva - ma non bellica - contro il terrorismo, il che gli vale critiche di Podhoretz nelle prime pagine de La quarta guerra mondiale (Lindau, 2004). In compenso rilanciò l'economia interna, riformando il welfare, e cooptò l'Arabia Saudita, per ottenere un ribasso dei prezzi del petrolio attraverso l’aumento della produzione. Fu l'arma vincente contro l'Unione Sovietica, secondo Vladimir Bukovskij (Gli archivi segreti di Mosca, Spirali, 1999). Ogni ribasso del greggio significava un colpo basso al Soviet, che non aveva un sistema estrattivo efficiente, ma comunque vendeva energia in Occidente. “Va detto che l'Arabia Saudita non si oppose: era nel suo interesse aumentare la produzione. Riempiva le casse dello Stato, favoriva gli amici e mandava in rovina i nemici: l'Iran, la Libia e l'URSS. (...) Come risultato, l'Unione Sovietica perse in un anno più di un terzo dei suoi introiti in valuta pregiata... In poche settimane la produzione dell'Arabia balzò da meno di 2 milioni a 6 milioni di barili. (...) Mosca vide evaporare dalla sera alla mattina 10 miliardi di dollari, la metà delle sue entrate in valuta pregiata”. 

Oggi stiamo assistendo a uno scenario rovesciato? Il petrolio è diventato il motore di ogni bolla speculativa ma dobbiamo pensare che il suo prezzo scenderà, se i governi reagiranno (l’Arabia Saudita ha annunciato un aumento della produzione e una conferenza internazionale per calmierare i prezzi). Inoltre il contenimento della domanda attraverso una riduzione degli sprechi, sarà un altro elemento di frenata. Altre proposte riguardano l’eliminazione progressiva dei sussidi al petrolio (sostituiti da sostegni diretti ai più poveri). 

Chi sarebbero i nuovi Reagan di oggi, intenti, però, a ordire piani per il crollo dell’Occidente? Ahmadinejad e Hugo Chavez - come Al Qaida - avevano teorizzato un rialzo "fino a 200 dollari al barile". A quanto pare ci stanno riuscendo. E' qui che rientra in gioco l'Orso russo. Mentre la crisi energetica cresceva, nonostante la strategia di contenimento attuata in Iraq e altrove, la Russia ha trovato il proprio Eldorado nel gas. Il tesoro recuperato - grazie alla tecnologia di Shell e altri operatori occidentali - ha prodotto una rivoluzione  pacifica ma radicale come nel 1917. La Russia ha abbandonato l’economia mista, passando a un sistema basato su un'azienda che ha inglobato lo Stato. Con Medvedev la Russia diventa Gazpromland anche da un punto di vista formale e si configura come una sintesi tra potere militare (rappresentato fisicamente da Vladimir Putin) e un capitalismo non più “di Stato” ma “nello Stato”. Nata proprio nel momento del crollo dell'URSS (1989), pochi mesi fa Gazprom ha siglato un'intesa con l'Austria per la fornitura dell'80% dell'energia, attraverso un hub nel cuore dell'Europa. L'operazione ha sostanzialmente fatto fallire il progetto Nabucco, che doveva portare energia dal mar Caspio. Gazprom ha conquistato l'Europa occidentale, ciò che né gli SS-20 né i Mig né i manuali di marxismo hanno potuto fare. Ha conquistato mercati, non territori. Lo ha fatto senza sparare un colpo, come aveva fatto Reagan 20 anni prima. 

Nel 2007 gli investimenti europei in Russia sono saliti del 180%. ENI e Gazprom si sono associate per la realizzazione del gasdotto Southstream. Tra due anni un terzo del gas europeo proverrà dalla Gazprom. Ma c'è anche il petrolio. Grazie all’inglobamento della Sibneft, Gazprom ha ottenuto riserve per 80 miliardi di barili, oltre a quelle futuribili nell’Artide. Gazprom fornisce gas a tutti gli ex paesi del Comintern, è presente in ogni continente, ha una rete di condutture di 150.000 km., 230.000 dipendenti, società collegate. Nel 2007 ha toccato una capitalizzazione di 259 miliardi di dollari e un fatturato al netto di 1175 miliardi di dollari (fonte Gazprom). Ce n’è abbastanza per far dire all’ex CEO di Gazprom, attuale presidente russo, che è arrivata l’ora della premiership in Eurasia, dove il rublo e l’energia russa “dovranno” diventare moneta di riferimento.
L’idea che l’America potesse diventare il “governatore globale si è rivelata un’illusione”, aggiunge Medvedev. Ha ragione, forse. Solo che le sue dichiarazioni non lasciano spazio al “multilateralismo”. Su questo punto il governo Gazprom-FSB sbaglia, perché si tratta di uno schiaffo alle ambizioni di Europa e Cina. Stiamo tornando alla centralità degli “interessi nazionali”? In parallelo negli USA salgono di quota le spinte idealistiche, sintetizzate da Barack Obama, alquanto anomale in una crisi che non lascia spazi ad ambiguità. Vige il più crudo pragmatismo: l’unica deterrenza delle nazioni non è più il nucleare montato sui Pershing della Guerra Fredda, ma quella del nucleare montato nelle proprie centrali per la produzione di energia, oltre alla competizione per acquisire nuovi reservoir. 

"Axis of Oil"
Da anni trovo voci allarmistiche riguardo il così detto “Axis of oil”, una liaison dangereuse che collega paesi come Iran, Venezuela, Indonesia, Cina e Russia. Il “piano” riguarderebbe due azioni: il rialzo del prezzo del greggio; l’abbandono del dollaro come moneta internazionale di riferimento. Oltre alle dichiarazioni di Chavez e Ahmadinejad, si ricorda il disimpegno saudita del 2001, quando gli sceicchi spostarono azioni e conti dagli USA all’Europa, a Singapore e altrove. Probabilmente si trattò di una normale azione di mercato. Quanto a Chavez e Ahmadinejad, sembrano troppo sotto tiro, per potere influenzare i mercati in maniera decisiva. 

Nello stesso modo si può leggere la guerra del cambio che oppone yuan e dollaro. Certamente la svalutazione del dollaro implica una maggiore penetrazione dei prodotti cinesi in Europa piuttosto che in America. Tuttavia le economie angloamericana e cinese hanno legami stretti. La Cina detiene dopo il Giappone la maggior quantità di titoli del Tesoro USA.  Su 1000 miliardi di titoli, la Bank of China ne possiede 700 miliardi in dollari (International Herald Tribune business, gennaio 2007). Pertanto la globalizzazione “modera” le crisi. 

Quadro energetico mondiale
Gli USA producono il 25% del PIL mondiale. Parte di questo successo si basa sui petrodollari, cioè sulla possibilità di battere moneta “gratuitamente” e attuare processi inflattivi per gestire i conti esteri.

Ogni anno gli USA consumano 7.800 milioni di barili di petrolio, ne producono 2.800 milioni, ne importano 5.400 milioni e ne esportano 400 milioni (Italia inclusa). Le riserve di greggio americano ammontano a 21 miliardi di barili (durata in base al consumo attuale: 12 anni). Studiando le statistiche si noterà che la Russia non è messa meglio: ha al massimo 80 miliardi di barili nei propri reservoir, il che equivale a 17 anni di riserva. L’Iraq ha riserve per 101 anni, l’Arabia per 81 anni. Gli USA possono sperare nell’Artico, nella Groenlandia, e nelle buone relazioni col Canada, che ha giacimenti per 182 anni (con 180 mld di barili). In effetti il Canada è il primo esportatore di greggio verso gli USA (18% del totale, col Messico al 15% e la Nigeria al terzo posto col 12%). 

La questione cambia se si passa al gas naturale. Su 6.300 trilioni di metri cubici al mondo, la Russia possiede ben 1680 trilioni di gas, seguita dall’Iran con 940 trilioni e dal Qatar con 910 trilioni. Gli USA sono comunque quarti con 265 trilioni di riserve. Il problema del gas riguarda quindi soprattutto India, Giappone ed Europa. Si noti che, di fronte a una crisi acuta, Europa e USA possono contare sul carbone. 

In base ai dati la Russia può difficilmente aspirare a sostituire il sistema basato sul dollaro. Inoltre Mosca-Gazprom pompa petrolio quanto l’Arabia Saudita e rischia di restare a secco prima di avere ottenuto risultati politici rilevanti. Non sembra poi realistico che l’Europa possa diventare un’appendice della Gazprom. Una partnership è invece possibile.

Medvedev ha comunque delle ragioni: gli Usa devono rivedere un sistema economico finanziario vecchio e aggravato dall'overstretch militare in Oriente, e questo sarà il primo compito del prossimo presidente, chiunque esso sia. Tuttavia anche la Russia ha i suoi problemi, a partire da un albero demografico disastroso, visto che ha perso dieci milioni di abitanti in dodici anni; nel 2050 la sua popolazione sarà ridotta di un terzo; ci sono più donne che uomini (decimati dalla vodka) e gli aborti superano le nascite. La pressione demografica dal sud asiatico può ripetere in peggio l’invasione di Gengis Khan. Il governo russo tiene alto il livello di vita grazie al gas, ma può solo ritardare una decadenza che si preannuncia feroce. 

Le relazioni tra Russia e USA potrebbero quindi avere sbocchi positivi perché necessari, se Medvedev dimostrerà intenzioni non egemoniche, smentendo cioè quanto ha appena dichiarato a San Pietroburgo. In quel caso il mondo potrà trovare un assetto finanziario nuovo e più condiviso di quello basato sul dollaro inflattivo. La Russia deve però rassegnarsi a un’evidenza: nessuno è mai riuscito a saldare Europa e Asia, tranne - in parte - l’impero romano. Non ci sono riusciti i Persiani, Alessandro Magno, i mongoli, gli zar, Napoleone, Hitler, Stalin. Un parziale successo andò alle Repubbliche marinare, che si limitarono ai commerci. Inglesi e olandesi, eredi di Genova e Venezia, formalizzarono un modello basato su commercio e apparato militare. E’ il caso di tornare a Genova e Venezia, evitando però il mercatismo “suicida” praticato dalla UE.

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