Medvedev fa il poliziotto ma la Russia è corrotta, da cima a fondo
07 Ottobre 2008
La Russia è sempre più avvolta dalla tela di una corruzione che si ramifica ovunque. Nelle forze armate, negli apparati pubblici, nelle stanze del Cremlino e nei consigli d’amministrazione dei grandi colossi energetici, fino a inquinare ogni aspetto della vita quotidiana del Paese. Dopo la crisi georgiana, il presidente Medvedev ha rilanciato il suo piano anti-corruzione. Ma i precedenti non sono di buon auspicio. Partiamo dall’esercito. La dimostrazione che la potenza della macchina bellica russa fosse soprattutto un mito privo di realtà è arrivata durante l’incursione in Georgia di fine agosto. Già nelle prime fasi dell’invasione, il cardine militare delle operazioni – la 58esima armata – ha perso il suo comandante più prestigioso, ferito dalle schegge d’artiglieria delle forze georgiane a ridosso della capitale ossetina Tskhinvali. Il generale Anatoly Khrulyov e la 58esima armata rappresentavano il presidio armato della Russia nel Caucaso, una forza storicamente prestigiosa visti i recenti successi militari in Cecenia. Tuttavia sono bastate ventiquattrore di battaglia contro i georgiani per infrangere questa leggenda. Il ferimento di Khrulyov non ha influito sulle sorti del conflitto, ma è stato l’ennesima spia accesa sugli arrugginiti ingranaggi bellici russi, logorati dalla stessa inefficienza che dilaga in tutti gli apparati dello stato. E in uno scenario da “Nuova Guerra Fredda”, la lotta alla corruzione non è solo uno slogan da campagna elettorale ma diventa un imperativo per evitare che si ripetano altri crisi nei gangli vitali del sistema di potere russo – tali da far implodere la Russia proprio mentre sta cercando di restaurare la sua influenza internazionale.
Ecco perché il presidente Medvedev ha riesumato il progetto di lotta alla corruzione inaugurato lo scorso maggio. Oggi, alle questioni strategiche, si unisce anche la crisi economica globale, e il piano dovrebbe servire a impedire che, dopo la fuga dei capitali stranieri turbati dalla politica estera di Mosca, anche la corruzione sottragga una quota consistente della ricchezza nazionale. Gli economisti calcolano che in Russia la corruzione incida per circa 3 miliardi di dollari all’anno sui cittadini e per oltre 30 miliardi sulle imprese. Il piano Medvedev è incentrato su una serie di leggi per il rafforzamento dei diritti di proprietà, su una più incisiva applicazione delle sentenze giudiziarie, sull’eliminazione degli intoppi burocratici che ostacolano l’imprenditoria. Non manca un’operazione di trasparenza sul comportamento fiscale delle alte cariche dello stato: il premier, i vice primi ministri, i ministri federali e le loro famiglie dovranno rendere pubbliche le loro dichiarazioni dei redditi. Le pene per i funzionari pubblici coinvolti in casi di corruzione saranno inasprite, così come gli obblighi a denunciare ogni tipo di pressione illegale sugli apparati pubblici.
Il problema di fondo è la percezione popolare del fenomeno corruttivo. Da una parte, secondo una ricerca dell’istituto demoscopico VTsIOM, il 74% dei russi concorda nel ritenere “alta” o “molto alta” l’infiltrazione della corruzione in ogni parte del sistema. Ma questa percentuale si riduce notevolmente quando si tratta di esprimere una condanna; come dire, l’uomo della strada sembra disposto a tollerare le continue vessazioni per ottenere persino i più indispensabili servizi sociali. Questa contraddizione si spiega risalendo all’indietro nel tempo. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica era scomparsa ogni certezza sulle necessità basilari della vita quotidiana: niente riscaldamento, niente istruzione, niente assistenza sociale. In assenza di un’autorità capace di governare l’enorme processo di cambiamento, i russi si erano arrangiati, risolvendo in modo spontaneo (e spesso illegale), il problema della sopravvivenza. La corruzione è diventata una prassi abituale, un fatto psicologico e culturale, dall’iscrizione dei propri figli all’asilo fino al rispetto dei contratti tra le imprese.
Tutto questo spiega anche i fallimenti delle iniziative precedenti contro la corruzione. L’episodio più emblematico risale al 2003, quando Putin era ancora presidente. Per coordinare le indagini venne nominato Vladimir Ustinov, il pubblico ministero che condannò i tre grandi oligarchi dell’era Eltsin: Boris Berezovsky e Vladimir Gusinky furono costretti a rifugiarsi all’estero, mentre Mikhail Khodorkovsky fu condannato a otto anni di lavori forzati in Siberia, oltre alla confisca del suo impero finanziario. Ma improvvisamente – quando all’inizio dell’estate del 2006 Ustinov era sul punto di presentare un allarmante elenco di alti funzionari statali coinvolti in casi di corruzione, il pubblico ministero venne rimosso dal Consiglio della Federazione su richiesta dello stesso Putin. Nel 2002 l’istituto di controllo non-governativo “Transparency International” collocava la Russia all’88esimo posto nella graduatoria dei paesi meno corrotti. Oggi nella stessa graduatoria il Paese è scivolato al 147esimo posto, in compagnia di Bangladesh, Siria e Kenya.
In conclusione possiamo dire che la corruzione a Mosca non è un fatto patologico, ma è la normale modalità operativa dei rapporti con lo Stato. La volontà politica di cambiare lo stato delle cose c’è, almeno nelle dichiarazioni pubbliche, e il centro del potere resta solido e protetta come lo strato più interno di una matryoshka. Ma sono gli altri livelli di gestione che, senza neppure bisogno di sfidare l’autorità centrale – e operando come tanti compartimenti stagni, finiscono con l’erodere sia le istituzioni pubbliche che i capitali privati. Pensiamo agli enormi proventi del settore energetico che vengono prosciugati dalla corruttela, vanificando ogni possibile investimento per migliorare i servizi pubblici. La corruzione non piace ai russi, né ai loro governanti. Ma né gli uni né gli altri sembrano offrire alternative o soluzioni pratiche. E neppure il piano Medvedev sembra in grado di spezzare questo circolo vizioso.
