Microsoft: la prima vittima di un’Europa in crisi d’identità

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Microsoft: la prima vittima di un’Europa in crisi d’identità

Microsoft: la prima vittima di un’Europa in crisi d’identità

18 Settembre 2007

Il caso Microsoft non ha nulla a che fare con Microsoft, con
la tutela della concorrenza, con la costruzione del mercato comunitario o con
gli articoli 81 e 82 del Trattato europeo. La sentenza emanata ieri dal
Tribunale di Prima Istanza, che conferma le sanzioni erogate dall’allora
commissario Mario Monti, ha un’altra funzione: dar corpo a quell’Europa
politica che da sempre tutti invocano e che, vittima delle gelosie nazionali,
fatica ad emergere. La regola a cui tutto ciò risponde è semplice: se gli argomenti
unificanti non bastano, bisogna trovare un nemico. Questo nemico sono le
multinazionali americane.

Monti, intervistato oggi dal Corriere della Sera, è
chiarissimo: “è un caso in cui l’Europa non è solo
uno spazio economico ma è l’Europe puissance cara ai suoi padri. Dimostrando di
saper agire anche nei confronti delle grandi aziende del Paese più potente si
dimostra che la politica della concorrenza non è un’ideologia che punta a
sacrificare i bastioni dell’impresa europea, ma tutela i consumatori europei a
360 gradi. L’Europa è un grande mercato del quale nessun colosso al mondo può
fare a meno. La Ge o la Microsoft sono costrette a fare i conti con la
Commissione perché non possono permettersi di non essere presenti sul mercato
europeo. E ciò dimostra che anche questa è la vera forza dell’Europa unita e
non solo il valore delle sue imprese produttive”. Ancora più chiara è la
risposta alla successiva domanda di Dario Di Vico, che chiede all’economista
milanese qual è, a suo avviso, la reazione alla sentenza di Nicolas Sarkozy (il
quale ha chiamato Monti a far parte della commissione Attali): “se fossi un
francese sarei orgoglioso di un’Europa che sa farsi rispettare Oltreatlantico.
Detto che noi abbiamo adottato un provvedimento teso ad aumentare la concorrenza
e non a penalizzare l’attività commerciale di un’impresa americana, potrei
pensare anche da francese che questa è la strada giusta”.

L’argomento di Monti è chiaro e
lineare, anche se lui nella stessa intervista, poche righe prima, l’aveva
smentito: la sentenza, e dunque la decisione originaria, non va letta tanto
nell’ottica della tutela della concorrenza, bensì è un passo della politica di
potenza europea. Se questo era l’obiettivo, touché: è vero che la regolazione
comunitaria acquista sullo scenario globale un peso specifico tanto maggiore
quanto più duramente colpisce le grandi imprese americane (non dimentichiamo
che uno degli argomenti di più sicura presa sull’immaginario europeo è quello,
provincialissimo, che, con l’Ue, gli Usa la smetteranno di guardarci dall’alto
in basso).

Il problema è che delle due l’una:
o ci hanno preso in giro per anni (raccontando che il mercato interno serviva a
generare efficienza e vantaggi a favore dei consumatori); oppure
l’impacchettamento mediatico della decisione serve anche a distogliere
l’attenzione dalle sue conseguenze reali.

Se invece si guarda, appunto, al
messaggio che Bruxelles ha lanciato ai mercati, sorgono serie ragioni di
preoccupazione. La sentenza si regge su tre pilastri. Il primo è la megamulta
da quasi 500 milioni di euro: una sanzione record, che tuttavia i bilanci di
Redmond possono assorbire senza troppi problemi. Secondariamente, la
Commissione ha imposto al gigante del software di diffondere in Europa una
versione di Windows priva di Media Player: causando così una seccatura ai
consumatori europei. Occorre ricordare che, prima che Microsoft procedesse al
“bundling”, le applicazioni multimediali esistevano già ed erano a pagamento:
oggi chiunque se le può scaricare gratis da internet. Comunque, quest’obbligo è
stato aggirato dai costruttori di hardware, che importano dall’estero computer
dove Windows, versione integrale, è stato preinstallato. Il fatto che il
mercato abbia chiaramente respinto il montismo (l’edizione monca di Windows ha
venduto appena un paio di migliaia di copie) la dice lunga.

Il terzo pilastro della decisione
Monti è anche il più grave: Microsoft è stata obbligata a svelare i codici
sorgente di Windows ai concorrenti – per garantire una maggiore
interoperabilità, si è detto. Al danno s’è aggiunta la beffa: sebbene la
compagnia possa chiedere la corresponsione di un prezzo per salvaguardare i
diritti d’autore, la Commissione ha preteso di pronunciarsi sulla cifra,
fissandola a un livello ridicolmente basso. In questa maniera, l’Europa si
conferma in poll position nello stuprare non solo e non tanto il segreto
industriale (che, in casi come questo, è una componente indispensabile della propensione
a innovare), ma anche e soprattutto la libertà d’impresa e la tensione verso la
ricerca e sviluppo. Microsoft non ha conquistato la sua posizione dominante
godendo di una regolazione amica o di favori politici: è diventata il colosso
che è offrendo ai consumatori quello che essi volevano e che nessun altro era
in grado di dare. Non v’è dubbio che i sistemi operativi alternativi siano,
spesso, tecnicamente migliori di Windows, e sovente gli specialisti li
utilizzano. Ma Windows rappresenta un efficiente compromesso tra performance e
semplicità, ed è questa la ragione per cui la maggioranza di chi si siede
quotidianamente di fronte allo schermo lo ha preferito. Continuerà nel futuro?
Non lo sappiamo e uno scommettitore probabilmente direbbe di no, almeno nel
lungo termine: Windows ha una marea di difetti la cui soluzione, per la natura stessa
del sistema, appesantisce il software ad ogni nuova edizione. Prima o poi
arriverà il momento in cui il vantaggio marginale dell’eliminazione di un
singolo baco avrà, in termini di efficienza complessiva, un impatto negativo, e
allora altri sistemi operativi si faranno strada.

Ha senso accelerare questo
processo minando la competitività di Windows? No, per almeno due ragioni. La
prima è che, fino al punto della svolta (ammesso che vi sarà, beninteso),
Windows resta comparativamente preferibile: menomarlo rende più rognosa la vita
del consumatore senza accelerare l’innovazione su alcun fronte specifico. In
secondo luogo, più importante, aprendo la cassaforte di Windows si spingono i
competitori a inserirsi nel filone di Microsoft, e si riduce l’incentivo a
battere strade davvero nuove. Quindi, paradossalmente, gli effetti dinamici
della decisione rafforzeranno lo standard di Windows pur danneggiando
Microsoft.

In altre parole, la determinazione
dell’Ue ha lo stesso effetto dell’obbligo, per gli studenti più preparati, a
lasciar copiare i loro compiti agli altri. Se adottasse questa politica in
Bocconi, Mario Monti distruggerebbe il prestigio dell’ateneo senza ottenere
alcun beneficio per la società nel suo complesso. Fortunatamente, il Professor
Monti che presiede l’università è ben diverso dal Mr. Mario che fa politica.