Milano continua ad essere una capitale alla faccia del Financial Times
04 Maggio 2009
Nei giorni scorsi il Financial Times ha maramaldeggiato su Milano, definita la Europe’s Cinderella, la Cenerentola del Vecchio continente. Non solo le grandi capitali come Londra, Parigi, Berlino l’hanno surclassata – dice il quotidiano della City – ma persino città di medie dimensioni come Lione, Francoforte, Birmingham e così via. La città d’Ambrogio se la dà tanto da capitale di questo e di quello, della moda, del design, della musica e intanto sono oltre dieci anni che è bloccata.
Naturalmente vi è un elemento di verità in queste affermazioni: quindici anni fa venne massacrata la classe dirigente cittadina da indagini giudiziarie condotte con stile persecutorio e i risultati non hanno tardato a manifestarsi.
Il colpo più forte Milano l’ha ricevuto nella sua autostima. Non ha più un vero luogo dove pensarsi e darsi una prospettiva. Una volta c’erano i partiti, le università, i quotidiani milanesi che svolgevano questa funzione. La contestazione sessantottina, dura e cronicizzata presenza nella vita cittadina, aveva già logorato questo circuito di elaborazione delle idee. Ma le tempeste giudiziarie lo hanno devastato. Siamo al punto che il quotidiano di Torino più o meno tutte le settimane porta affondi alla città di Milano, senza che vi siano reazioni. Nonostante tutto però il capoluogo lombardo mantiene tanti dei suoi punti di forza che nascono da una lunga storia.
E intorno all’anno Mille che si definiscono quelle che saranno le caratteristiche della città padana. I frati “umiliati” che si stabilirono al sud della città furono il tramite tra il centro urbano e la campagna, e svilupparono un’economia che non separava nettamente i due contesti produttivi. La produzione di lana, latte e quant’altro aveva la sua base in campagna ma era inserita in un circuito di lavorazione e commercializzazione che la collegava direttamente alla città. Le vie che dalla campagna portavano a Milano hanno ancora l’impronta di questo circuito e contribuiscono alla “forma urbis”. Da qui una tendenza di lungo periodo che ha segnato tutta la realtà regionale cresciuta senza cesure rilevanti tra città principale e contado, favorendo così una polarità di insediamenti ricchi di attività autonome. Con gli Sforza il sistema venne consolidato anche grazie alla rete di navigli leonardeschi che collegavano Milano alle campagne e al resto della Regione. L’impronta storica resse agli spagnoli (i dominatori meno aperti culturalmente), agli austriaci che invece sorressero le vocazioni milanesi e lombarde, ai francesi che con Napoleone danno a Milano lo status di capitale cisalpina e ne consolidano lo sviluppo. E poi arrivò l’esplosione dell’Ottocento, sotto la guida culturale innanzi tutto di Carlo Cattaneo ben consapevole delle radici della città e teso a implementarle.
La fortuna della città ambrosiana è questa: essere polo di una rete. Il fascismo con le sue manie semplificatrici allargò i confini amministrativi del municipio milanese ma nel complesso tennero gli insediamenti che fanno della Lombardia una città-regione articolata per centri produttivi e culturali in modo nettamente diverso non solo da aree analoghe di altre grandi nazioni ma anche da altre regioni italiane come il Veneto e il Piemonte (mentre l’Emilia ha un po’ le caratteristiche di città regione anche se con una minore organicità tra il centro prevalente e gli altri poli).
Negli anni Sessanta un politico colto e di grande intelligenza ma non privo di eccessi esterofili come Giovanni Malagodi lanciò l’idea della città metropolitana cioè una sorta di unificazione amministrativa dell’intorno milanese, un po’ sul modello di Londra e Parigi. Un centro urbano dunque non più di un milione, un milione e mezzo di abitanti ma con una popolazione da tre a cinque. L’idea (che tuttora circola in testi di legge in esame o approvati, anche se si può contare sull’inerzia riformatrice del nostro parlamento perché non divengano mai realtà operativa) aveva argomenti amministrativi a suo favore (molti problemi sono risolvibili solo su una scala più larga di quella municipale) ma aveva un’impostazione non coerente con la conformazione storico-antropologica milanese, non teneva conto come, per esempio, un sistema di amministrazioni locali forti intorno a Milano ha sempre evitato il formarsi di banlieue simili a quelle che si incendiano periodicamente in tante parti di Europa. Anche le aree di maggiore immigrazione che hanno registrato e registrano fenomeni di degrado pure nel milanese, hanno nel sistema delle autonomie un elemento che spinge a dotarsi di servizi, a risanarsi.
La memoria storica della città-regione resiste anche ai giorni nostri. Sino a pochi anni fa il cinema era un consumo relativamente di lusso e relativamente selezionato, fruirne (soprattutto la prima visione) era un’attività che presupponeva un qualche elemento cerimoniale. Per questo motivo le sale di prima visione più glamour erano nel centro di Milano: andare al cinema di prima visione – non in quello parrocchiale, non in quello periferico dove davano spettacoli scadenti, magari due al prezzo di uno – era un po’ come andare a teatro. Oggi il cinema tra tv, dvd e internet è diventato una merce di largo consumo, fruirne non ha più il senso di un rito elitario, è organizzarsi una serata di “tanti” divertimenti con la pizza, magari il bowling. Oggi prevalgono le multisale e le più scintillanti e divertenti tra queste sono collocate “intorno” a Milano: a Pioltello, Cerro Maggiore, Vimercate, Sesto San Giovanni, Melzo secondo la logica della “città-regione”.
Piuttosto un consumo di tipo nuovo sta diventando quello del libro che richiede centri di vendita bazar ma che non hanno un pubblico così articolato come quello del cinema: ecco perché le due più grandi librerie bazar milanesi si trovano in piazza del Duomo.
La città si struttura e ristruttura spesso senza bisogno di scelte pubbliche. Così sono cresciuti tutti i quartieri del mobile e della moda, eredi innanzi tutto dei vecchi insediamenti industriali urbani: è interessante come la morfologia della città si ridefinisca capannone per capannone, cortile per cortile, stabile per stabile senza quasi bisogno di indirizzi del Comune. Sono questi centri nuovi che poi “esplodono” nelle giornate “dedicate”, quelle del salone del mobile o di Milano vende moda.
Per questa sua flessibilità di fondo, per il legame con un intorno particolarmente ricco Milano continua a essere una capitale alla faccia delle analisi del Financial Times. Certo riuscisse anche a darsi una classe dirigente che, sulla base dell’impronta storica, ne guidasse lo sviluppo, la sua condizione sarebbe perfetta.
