Mons. Betori parla di democrazia non di preferenze

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Mons. Betori parla di democrazia non di preferenze

19 Marzo 2008

Naturalmente
non ci passa nemmeno per la mente l’idea di contestare il segretario della
Conferenza episcopale italiana, Monsignor Betori, il quale nella giornata di ieri
ha chiesto con forza una modifica della legge elettorale che restituisca
maggiore democraticità al sistema, consentendo agli elettori di poter scegliere
i politici dai quali farsi rappresentare in Parlamento. Siamo fermi sostenitori
della piena legittimità della presenza della Chiesa nello spazio pubblico, dei
suoi  interventi sulle questioni che
agitano il dibattito politico ed istituzionale. Questa ci appare non indebita
ingerenza ma semplice applicazione  del
principio di autonomia e di separazione fra Stato e Chiesa.  Ne siamo convinti  se si parla di unioni civili, di aborto, di
eutanasia o di eugenetica e lo siamo anche se si parla di sistemi elettorali

Notiamo
semmai, incidentalmente, come di fronte ad un intervento della Chiesa sul tema
– la legge elettorale – che più di tutti ha un significato prettamente
politico, e non presenta immediate relazioni con le più generali questioni
etiche, ci si poteva aspettare che si levassero alte e forti le proteste dei
laicisti di casa nostra, sempre pronti a denunciare attentati alla Breccia di
Porta Pia. Ma evidentemente costoro interpretano la morale politica laica in
termini molto relativistici e doppiopesisti: si contesta la legittimità delle
esternazioni della Chiesa solo quando non se ne condivide il contenuto!

Quel che
qui interessa è invece concentrarsi sul merito della questione, anche perché
sulle dichiarazioni del monsignore si sono subito fiondati esponenti di tutti
gli schieramenti pronti a reclamare a gran voce la reintroduzione del voto di
preferenza per consentire (finalmente) agli elettori di scegliere direttamente
i nostri parlamentari, senza essere costretti delle scelte dell’oligarchia
partitocratica.

Il punto è
estremamente delicato e merita un’analisi attenta. A nostro avviso l’istituto
del voto di preferenza rischia di determinare quattro gravissime patologie del
sistema politico: clientelismo, mancanza di contendibilità, corruzione,
ingovernabilità. E scusate se è poco.

Occorre in
primo luogo sfatare l’idea che il voto di preferenza renda la rappresentanza
parlamentare più democratica, più rispondente alle preferenze degli elettori.
In realtà, come ben sanno gli studiosi dei meccanismi istituzionali e dei
processi decisionali, l’esito di una consultazione dipende strettamente dal
modo con cui vengono raccolte le preferenze degli elettori. Ciascuno di noi è
portatore di un coacervo di valori e di interessi e, chiamato a rispondere,
sarà portato a  favorire l’uno o l’altro
interesse a seconda di come la domanda gli viene posta. Si prenda il caso di un
elettore di idee socialiste ma con figlio disoccupato che non riesce a trovare
lavoro: se si vota con l’elezione diretta del premier o con meccanismi
maggioritari presumibilmente voterà per il candidato socialista, se si vota con
la proporzionale con voto di preferenza potrebbe decidere di dare il suo voto a
chi gli promette o chi lo ha favorito nell’assunzione del figlio. Il voto di
preferenza,  applicato ad un sistema
politico di massa (nel quale il contatto diretto fra candidato ed elettore è
ridotto al minimo) rischia di spostare il focus della consultazione
elettorale sulla costruzione di ramificati insediamenti di interessi e di
clientele.

Del resto,
per convincersene, basta tornare con la mente agli ultimi dieci anni della
Prima Repubblica quando le preferenze rappresentavano un potente fattore di
stabilizzazione della classe politica, diventata progressivamente impermeabile
ai mutamenti della pubblica opinione.  In
quel periodo storico, accumulando pacchetti di alcune migliaia di voti di preferenza,
i notabili dei partiti erano diventati del tutto autoreferenziali, fino a
costituire una vera e propria casta, al cui confronto quella denunciata da
Beppe Grillo ci sembra una roba da bambini. Con i pacchetti di preferenze
(semmai con la possibilità di scambi reciproci di voti, con le quaterne o le
terne di candidati che pullulavano) la posizione dei parlamentari uscenti
eletti era assai poco contendibile. Non è del resto un caso se il tasso di
ricambio dei parlamentari era bassissimo (mentre oggi viaggiamo con una
percentuale non disprezzabile di circa il 50%).

Ma il voto
di preferenza ha conseguenze nefaste anche sulla qualità del personale
parlamentare e sugli incentivi che governano in concreto il suo agire. Se il
mercato politico premia il voto di scambio e l’attività clientelare (perché è
questo l’effetto primo delle preferenze) vuol dire che saranno premiati in
primo luogo i politici più inclini al clientelismo e alla gestione del potere e
che anche coloro che preferirebbero interpretare in altro modo la propria
missione saranno costretti a non trascurare questo lato oscuro della vita
politica, perché da questo dipende la propria sopravvivenza elettorale.

Per non
tacere poi del problema dei costi della politica. Con il voto di preferenza i
costi delle campagne elettorali lievitano a dismisura e per una legge della%0D
“fisica politica” possiamo essere certi che tali costi finiranno per gravare,
in modo lecito o (soprattutto) illecito, sulle tasche degli elettori. Difficile
contestare che l’alto livello di corruzione 
della politica, emerso durante Tangentopoli, fosse almeno in una certa
misura il frutto di campagne elettorali costosissime.

Vi è infine
da segnalare come oggi con il voto di preferenza rischieremmo di annullare le
(già scarse) capacità di direzione politica degli attuali partiti. Oggi, le
segreterie di partito – proprio grazie alla selezione delle candidature –
mantengono una residua capacità di selezione della propria classe dirigente e
quindi di direzione politica. Con le preferenze i rapporti di forza interni ai
partiti si ribalterebbero e i potentati ed i boss locali sarebbero in grado di
condizionare in modo decisivo la linea politica delle segreterie nazionali.
L’attuale fase storica già si caratterizza per un forte indebolimento dei
partiti politici. Se scaricassimo sulle loro fragili spalle anche il peso delle
preferenze probabilmente non avremmo più partiti ma meri cartelli elettorali,
sotto i quali si svolgerebbe il duro gioco del potere  fra i “feudatari democratici”. Con quale guadagno
in termini di governabilità è facile immaginare!

Naturalmente
queste considerazioni non ci fanno velo dal considerare gli evidenti limiti
della vigente legge elettorale. Listoni preconfezionati a livello regionale o
semi regionale, nel quale convivono il falco di Federmeccanica e i sindacalisti
della CGIL, i radicali abortisti ed i teo-dem, i liberisti e gli statalisti,
non ci entusiasmano affatto. Così come ci indigna il proliferare nelle liste di
segretarie, portaborse e parenti più o meno lontani. Preferiremmo anche noi un
sistema che consentisse gli elettori di orientare il proprio voto anche in base
alle qualità dei singoli candidati e non semplicemente alla bontà della linea
politica del partito ed alla capacità comunicativa del suo leader.

Tale
esigenza peraltro non porta necessariamente alla reintroduzione delle
preferenze (istituto del resto sconosciuto alle grandi democrazie occidentali)
. Vi sono sistemi altrettanto efficaci che non presentano i gravissimi difetti
del voto di preferenza. Pensiamo a circoscrizioni elettorali molto più piccole,
alla spagnola. Pensiamo ai collegi uninominali, all’inglese o alla francese.
Sistemi del genere avrebbero anche il grande vantaggio di rendere maggiormente
contendibile anche la posizione elettorale dei big della politica che oggi,
piazzati ai primissimi posti dei listoni, non corrono alcun rischio.

Del resto,
a leggerle con attenzione e senza fini reconditi, nelle parole di Monsignor
Betori non vi è un’esplicita indicazione in favore del voto di preferenza.
Betori segnala solo la necessità che il sistema elettorale consenta una
migliore valutazione delle qualità personali dei candidati.

In
ogni caso occorre realisticamente riconoscere come tali profili abbiano in una
certa misura un valore simbolico, quasi “estetico”. In un sistema politico
efficiente la selezione della classe parlamentare da sottoporre al voto del
corpo elettorale è (e deve essere) appannaggio dei vertici dei partiti. Si
narra che un deputato appena eletto alla Camera dei Comuni (nella democrazia
più antica del mondo) a chi si congratulava con lui per il risultato ottenuto
rispose: “Non mi faccia i complimenti, non ho particolari meriti. Se al mio
posto il partito avesse candidato un cavallo, sarebbe stato eletto il cavallo!”

Si tratta non
di democrazia ma di oligarchia, si dirà. Non siamo d’accordo:  dal nostro punto di vista la democrazia più
che il “governo del popolo” è il sistema che garantisce in modo più efficiente
la competizione fra le contrapposte oligarchie e ne favorisce il controllo. Del
resto, come amava ripetere Churchill, riprendendo un pensiero di Abramo
Lincoln, “democracy is the
worst form of Government except all those other forms that have been tried from
time to time”!