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Il caso

Conte e l’Europa, tra vanità e vanagloria

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Diavolo di un Giuseppi.

Il furbo avvocato pugliese, con i voti determinanti per l’elezione della Von Der Leyen a presidente della Commissione Europea, e con l’adesione sottobanco al fondo salvastati nella versione Troika e alla politica economica e sull’immigrazione dettata dal pauperismo terzomondista di Papa Francesco, si vedeva già in “transizione di fase” da Zeno Cosini della politica italiana a statista di rango internazionale. Anzi mondiale (ultimamente sembra si paragoni, forse per difetto, a Churchill). E gli stava quasi andando bene: tant’è che aveva già annunciato la sua permanenza, a nostre spese, in politica.

Non avendo partito (ed essendo improbabile che possa capeggiarne uno degli esistenti), è chiaro che l’obiettivo è la Presidenza della Repubblica. Poi ti arriva un virus micidiale che mette in ginocchio il mondo, e in particolare l’Italia, contemporaneamente sotto l’aspetto sanitario, economico e istituzionale. L’avvocato pugliese, forte della generosità dimostrata nei confronti dell’Europa (anche a dispetto del proprio Paese), contava molto sul “credito contratto” per una solidarietà sanitaria e soprattutto economica che consentisse all’Italia di non “morire per soldi”. Ma ha scoperto amaramente che, parafrasando Karl Kraus, “Dio si illudeva, nel creare il Diavolo, di superare i ministri europei in malignità”.

Povero Giuseppi, un ingenuo, e narcisista, che si è illuso, mostrandosi bravo e deferente nei confronti dell’Europa, di ottenere aiuto e risorse da coloro che, per interesse egoistico, ne sfruttavano la vanità trattandolo da “leader politico”. Ma dietro la maschera di coloro che lo adulavano per utilizzarlo ai propri fini vi era il viso arcigno del vecchio capitale fisso nella sua impunità, immunità e potere inappellabile.

Si è fidato, per ingenuità e narcisismo, povero Giuseppi. D’altronde aveva dalla sua Papa Francesco. Ma nell’attuale contingenza non si tratta di stringersi insieme a recitare una preghiera. Servono soldi. E di fronte al denaro Dio è morto.

Come già da altri notato, l’ateismo della nostra epoca è parallelo alla condizione economica in cui viviamo.

Morti gli dei del politeismo cui si riferiva la colpa tragica, e morto il Dio cristiano, cui si riferiva il peccato da espiare nel regno divino, rimane soltanto il Dio denaro che pretende semplicemente la restituzione dei soldi di cui ci siamo indebitati e di cui risultiamo creditori fin dalla nostra nascita a livello sia concreto che esistenziale. E in questi giorni più cresce l’indebitamento dei singoli Stati più si rafforza quel senso di diretta relazione tra uomo e denaro che fa dell’esistenza umana un problema essenziale di denaro e debito pubblico.

Perché prenderserla con i tedeschi: in tedesco quando si chiede “che lavoro fai?” si dice “was bist du von beruf?”, letteralmente “cosa sei di lavoro?” con l’identificazione tra lavoro e guadagno vale a dire il corrispettivo dell’avere che deriva dall’attività lavorativa. Il denaro si è identificato con l’essere, quindi con Dio stesso, un Dio “visibile” a differenza del “deus absconditus” della tradizione cristiana. E senza lavoro appare inevitabile una ingloriosa “morte per soldi”.

La dottrina giuridico-economica germanica è stata, per molto tempo, influenzata nella sistemazione generale del debito dalla cosiddetta teoria dello “Schuld” e “Haftung” – debito e responsabiltià. Secondo questa teoria l’obbligazione (e quindi il nostro debito pubblico) è il prodotto di due ingredienti, uno soggettivo e l’altro oggettivo (forse anche uno etico e l’altro scettico), “debito” (personale) e “responsabilità” (patrimoniale); l’obbligazione così esprimerebbe ad un tempo distintamente ma inscindibilmente il “dovere soggettivo dell’obbligato” (il debito), e la “soggezione oggettiva dei suoi beni” (responsabilità) a soddisfacimento del creditore.

Con queste premesse etiche (si ricordi che in tedesco Schuld esprime sia l’obbligo economico che la colpa morale) risulta evidente la concezione europea: l’Italia ha un forte debito pubblico che minaccia l’area euro; l’Italia ha una grandissima liquidità sui conti correnti degli italiani. Per cui con un rastrellamento forzoso dei conti correnti degli italiani si sistema, una volta per tutte, il debito pubblico e l’Italia cessa di essere un problema per i Paesi del Nord Europa. Va detto che l’Italia ne morirebbe anche: ma il creditore fa il creditore mica il medico.

Povero Giuseppi. Aveva dato il proprio assenso al fondo salvastati in ottica antisalviniana. Aveva cercato prebende e riconoscimenti in Europa con eloquio delicato e la “pochette” aggiustata – lineare e non più spieghettata. Ma non è servito. Come nel teatro di Friedrich Duerrenmatt ne “La visita della vecchia signora”, la richiesta di soldi all’Europa è drammatizzata attraverso una impietosa resa dei conti.

L’azzardo di Giuseppi è stato sul fronte economico quello di concentrare l’azione di governo esclusivamente sul catastrofismo pandemico dimenticando che non si muore solo per virus ma si muore anche per mancanza di lavoro e quindi per mancanza di soldi, e sul fronte istituzionale quello di marginalizzare le opposizioni rendendo un inutile orpello il Parlamento e le istituzioni repubblicane al solo scopo di precostituirsi un “curriculum” da presunto statista utile per assicurarsi, per il dopo, un proprio percorso politico.

E nell’attività di governo il vero “morto” risulta essere il lavoro sia nella sua dimensione di lavoro concreto (che media le interazioni degli esseri umani) sia nella sua dimensione di lavoro astratto (che attualizza le potenzialità del divenire dell’uomo oggettivizzate in termini trans-storici). E dall’Europa, nonostante l’impegno dell’euroentusiasta Presidente Mattarella, soldi non ne verranno se non alle condizioni del creditore. Un’atmosfera da Strindberg in “creditori”. E le condizioni del creditore sono, attraverso l’applicazione delle regole dell’utilizzo del fondo salvastati, l’utilizzo dei conti correnti degli italiani e del loro patrimonio per ripagare la “colpa morale” del debito.

Non sarebbe un destino ineluttabile. Se Mattarella, incurante del destino personale e del narcisismo di Giuseppi, e superando le intime pregiudiziali nei confronti del centrodestra, esercitasse la sua autorità per rendere operativo anche il programma economico delle opposizioni. Da Brunetta a Renzi (su questo fronte consideriamolo dell’opposizione) non mancano certo idee di pregio. E con l’invito ai giovani leader del centrodestra Meloni e Salvini di non sottovalutare quel satanasso del Cavalier Berlusconi. Avrà pure gli anni, sarà pure fiaccato da una vita in cui non è stato avaro di sé, né dal punto di vista personale né da quello giudiziario, ma rimane un uomo che dal nulla ha creato un impero di lavoro e di benessere. Forse non correrà i 100 metri come tanti anni fa. Ma il cervello gli va veloce lo stesso. Non ascoltarlo, ora che l’esperienza ha fatto aggio sulle umane debolezze, sarebbe un errore imperdonabile.

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