Mosca ha un piano per il Kirghizistan ma non sa ancora se funzionerà

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Mosca ha un piano per il Kirghizistan ma non sa ancora se funzionerà

15 Giugno 2010

L’instabilità politica del Kirghizistan, complicata dal rinnovato divampare di scontri inter-etnici con la minoranza uzbeka, chiamano direttamente in causa la Russia. A Bishkek, la capitale, il governo provvisorio di Roza Otunbayeva, se prima appariva sulla via di lento consolidamento in attesa del referendum popolare sulla nuova costituzione, adesso deve affrontare nuovamente la sfida della sua sopravvivenza da quando, in meno di una settimana, nel sud del Kirghizistan si è riaperto il millenario conflitto interetnico con gli uzbeki. Al di là del fattore etnico, le quasi duecento vittime degli scontri impongono al governo di intervenire. Ma per garantire il coprifuoco e mantenere lo stato d’emergenza le forze di sicurezza sono troppo scarse e un possibile intervento armato potrebbe rinfocolare il conflitto politico. Il sud è la roccaforte del deposto presidente Kurmanbek Bakiyev, egli stesso di origine uzbeka, che potrebbe rientrare nel suo paese trasformando lo scontro etnico in una contro-rivoluzione politica per rovesciare il governo provvisorio e ritornare al potere. In caso contrario, questi scontri civili hanno già sospinto nel confinante Uzbekistan oltre centomila profughi kirghizi – costringendo Tashkent ad intervenire per arginare l’esodo, senza escludere l’uso delle armi.

Ecco perché il Cremlino, a sua volta, è sotto pressione, anche internazionale, per pacificare non solo la situazione in Kirghizistan, ma per evitare una grave crisi nei rapporti tra le sue ex repubbliche del Caucaso. Le prime mosse della Russia sono state giocate sul versante diplomatico. A maggio il presidente russo Dmitry Medvedev aveva nominato Vladimir Rushailo, ex segretario della Comunità degli Stati Indipendenti, quale inviato speciale della Russia in Kirghizistan. Di fronte all’insorgere degli scontri nel sud, il 12 giugno Medvedev ha inviato un aereo Il-76 del Ministero delle Emergenze carico di aiuti umanitari per la popolazione. Ma finora sono state misure tampone incapaci di risolvere la crisi. Così lunedì 14 giugno il presidente russo ha dovuto convocare, su richiesta del Kirghizistan, che ne è membro, una riunione straordinaria dell’Organizzazione per il Trattato sulla Sicurezza Comune (Csto) a livello di segretari dei Consigli di Sicurezza Nazionale. Non è stato difficile raggiungere un consenso sulla necessità di un intervento congiunto che però – e qui l’iniziativa si blocca – richiede l’approvazione dei presidenti degli stati membri. Quindi ancora nulla di fatto.

Di fronte a questa stasi, Mosca ha aperto un canale militare. Proprio nel corso del vertice della Csto, il Cremlino ha inviato centocinquanta paracadutisti nella base militare russa di Kant, a ridosso di Bishkek. E’ la seconda volta che lo stato maggiore delle forze armate russe invia un contingente militare a Kant. La missione ufficiale è presidiare le installazioni della base. Ma il governo provvisorio del Kirghizistan ha ufficialmente richiesto alla Russia l’invio di peacekeepers. Mosca non intende diventare il segugio armato al guinzaglio di un debolissimo governo, per quanto molto più cordiale del precedente. D’altronde qualche smaliziato osservatore russo ritiene che l’attuale indecisione di Mosca sia l’effetto indesiderato di aver privato Bakiyev del sostegno russo dopo che l’ex presidente aveva concesso nuovamente agli Usa l’uso della base aerea di Manas – e aver permesso ad un ex funzionario sovietico, Roza Otunbayeva, di formare un nuovo governo. Ma prima di scendere in campo militarmente ed evitare sia l’ipotesi di un sostegno troppo esplicito al governo provvisorio, sia quella di interferire negli equilibri fragilissimi del Caucaso, Mosca deve compiere due operazioni fondamentali.

La prima è assicurarsi il silenzio-assenso della Cina, attraverso l’Organizzazione per la Conferenza di Shangai (Sco), che per il momento ha soltanto deciso di inviare un osservatore in Kirghizistan. Con l’appoggio di Pechino, direttamente interessata all’area, l’invio di militari russi, sotto forma di peacekeepers, apparirà come una mossa di respiro internazionale e volta alla stabilizzazione generale. La seconda operazione è sul territorio: assicurarsi il consenso e il controllo dei nazionalisti uzbeki per convincerli che la presenza militare della Russia sia un’alternativa di gran lunga migliore all’islamismo radicale pompato dall’Afghanistan e dalla Cecenia. Con le parti in conflitto sotto controllo e il consenso della Cina, Mosca potrà inviare i suoi pacificatori armati e ritornare arbitro del potere nell’Asia Centrale. Sono tempi difficili per il Cremlino: la popolarità di Putin è scesa al record storico del 61%. Ritornare egemone nel Caucaso ex-sovietico, quando sta per essere approvata l’unione doganale col potente Kazakistan, sarebbe un notevole ricostituente per il prestigio internazionale della Russia. Ma non è facile credere che la crisi del Kirghizistan si risolva soltanto con la volontà di potenza della Russia.