Mosca sa di aver perso l’Ucraina ma non si rassegna (tanto c’è Gazprom)
22 Dicembre 2008
L’inverno ucraino potrebbe surriscaldarsi per una nuova crisi energetica con la Russia. Lo scorso 18 dicembre Gazprom ha dichiarato che non intende rinnovare il contratto annuale per la fornitura di gas con l’Ucraina. Per scongiurare questo finale Gazprom pone due condizioni da ultimatum. Da una parte reclama il saldo completo della bolletta energetica dell’inverno 2008. Dall’altro ha già avanzato la richiesta dell’ennesimo rialzo del prezzo per il 2009.
Il colosso russo vanta un credito su Naftogaz, la compagnia ucraina del gas, che ammonta a circa due miliardi e mezzo di dollari. Ma il presidente Yushchenko ha garantito che ottocento milioni sono già stati versati, mentre altri duecento sono già pronti. Per la parte rimanente Kiev ha spiegato che è relativa a gas immagazzinato in Ucraina ma non ancora consumato. Dal passato al futuro: oggi Kiev paga 179,5 dollari per mille metri cubi di gas russo. Dal 1 gennaio 2009 Gazprom intende rialzare questo prezzo a 250-300 dollari. E’ ben al di sotto dei 500 dollari pagati dall’Europa, ma nettamente oltre la soglia di 100 dollari su cui si sta livellando il prezzo medio globale per effetto della crisi che ha fatto precipitare anche il prezzo del petrolio.
In un accordo siglato a Mosca nello scorso ottobre con il premier ucraino Tymoshenko, la Russia aveva promesso all’Ucraina di distribuire in tre anni l’adeguamento ai prezzi di mercato. Le nuove richieste di Gazprom sono ancora più insostenibili per un’Ucraina la cui moneta si è svalutata del 50% da settembre ad oggi, costringendo alle dimissioni il governatore della Banca Centrale finito sotto inchiesta parlamentare. Col peso del prestito di 16,5 miliardi di dollari dal Fmi e una moneta svalutata, Kiev rischia di non avere soldi per pagare il nuovo prezzo del gas russo.
La lettura politica resta prevalente. Gazprom, quindi Cremlino; Ucraina, quindi Yushchenko, quindi Occidente e Nato. Eppure a seconda della prospettiva temporale l’analisi cambia radicalmente. Nel breve periodo l’interpretazione dominante vede Gazprom come esecutore della vendetta di Mosca per la politica filo-occidentale dell’Ucraina arancione. L’asse tra Yushchenko e il presidente georgiano Saakashvili, i tentativi di sfrattare la flotta russa da Sebastopoli e la tensione interna con la comunità russa sono fattori di forte attrito tra la Russia e la leadership politica di Kiev.
Ma guardando le cose in un’ottica più ampia mostra che la prima crisi risale al 1998, quando l’Ucraina non era così lontana da Mosca come oggi. Allora si potrebbe dire che la spiegazione risale al 1995, quando il parlamento ucraino approvò una legge che proibiva la privatizzazione di Naftogaz e di ogni altra compagnia operante nel settore delle risorse naturali. Fu come sbattere la porta in faccia a Gazprom che era già pronta ad acquisire il 51% dei gasdotti ucraini. Da quel momento iniziarono ostilità che durano ancora oggi. L’ostilità non si attenuò neppure quando diventò primo ministro Victor Yanukovic, leader del partito filo-russo: tra il 2006 ed il 2007 il prezzo del gas russo salì da 95 a 135 dollari. Allo stesso tempo Gazprom ha accerchiato l’Ucraina per impedire l’accesso a fornitori più economici. Nel 2005 Gazprom comprò il gas del Turkmenistan a costi esorbitanti per le sue quotazioni pur di non lasciarlo all’Ucraina. Poi lo rivendette proprio all’Ucraina, applicando però le tariffe del gas russo, molto più costoso. Quindi oggi Gazprom è riuscita ad imporsi come unico riferimento per l’Ucraina.
Se Gazprom chiudesse i gasdotti per l’Ucraina, anche l’Europa resterebbe al freddo. Bruxelles dipende per il 25% dei rifornimenti di gas dalla Russia e l’80% del gas russo passa per l’Ucraina. Perciò la priorità di Bruxelles è completare la costruzione dell’ambizioso gasdotto Nabucco per acquistare gas a basso costo da Turkmenistan e Azerbaijan e portarlo in Europa attraverso Turchia e Romania – ovviamente bypassando la Russia. Ma Mosca è già corsa ai ripari, impegnandosi ad acquistare a prezzi europei tutto il gas estratto da Ashgabat e Baku. Sarebbe il trionfo di Gazprom, se non fosse che la caduta dei prezzi di gas e petrolio stanno esponendo i colossali investimenti russi a rischi imprevisti. Ma nemmeno queste fosche ipotesi cambiano la realtà di un’Europa incapace di uscire dalla dipendenza energetica con la Russia.
La strategia di Gazprom include un disegno geopolitico che diventa comprensibile in un’ottica di lungo periodo. Il teorema fondamentale è che Mosca sa di aver già perso l’Ucraina, con o senza le bandiere arancioni. Da un certo punto di vista è la stessa logica del conflitto in Georgia: Tbilisi è persa, ma non le sue enclavi russofone, che Mosca infatti è riuscita a separare dal resto della Georgia. Con l’Ucraina c’è molto di più in gioco. Ma un’Ucraina completamente addomesticata all’egemonia russa è ormai una prospettiva irrealistica. Quindi Mosca punta a conservare almeno l’egemonia energetica mediante Gazprom e una certa influenza militare con la base navale di Sebastopoli. Bastano questi due bastoni per frenare la deriva occidentale dell’Ucraina. Se non è più possibile impartire ordini a Kiev, è ancora possibile impedire che Kiev prenda ordini da Washington o Bruxelles.
