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Napolitano, i “saggi” e la svolta presidenzialista

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La conclusione del settennato presidenziale di Giorgio Napolitano sta facendo emergere, ogni giorno di più, la paralisi della vita delle istituzioni di questo Paese provocata da una serie di fattori più o meno contingenti. Il risultato politico consegnatoci dalle elezioni è frutto di una situazione di stallo e spaccatura che non è certo una novità e che, anzi, è presente nella politica italiana da almeno venti anni e che ha qualificato il nostro sistema come uno dei più ingovernabili di tutto il mondo occidentale.

L’impossibilità di arrivare alla formazione di un nuovo governo non dipende solamente dalla pur pessima legge elettorale ma anche da una certa cultura politica che non solo è caratterizzata dalla tendenza al veto incrociato ma che, per paura di sembrare collusi con l’avversario, non permette nessun compromesso tra le maggiori forze. Il tentativo esperito del Capo dello Stato, con l’insediamento delle due commissioni, è frutto più della disperazione che di un colpo di genio. Fallito anche questo, ultimissimo, tentativo, la palla passerà al suo successore.

L’iniziale benevolenza con la quale tutte le forze politiche avevano accolto la proposta di Napolitano ha fatto spazio, solo poche ore dopo, a uno scetticismo piuttosto conclamato che ha ridotto immediatamente le possibilità di successo del lavoro di queste due commissioni. Se si riuscirà nell’intento di razionalizzare la proposta politica, così permettendo una convergenza su pochi ma essenziali punti da parte delle forze in campo, il miracolo quirinalizio sarà compiuto, altrimenti anche questo esperimento passerà negli archivi come precedente storico.

Ed è forse questo l’aspetto più interessante che, al di là della riuscita o meno di questo tentativo, ci preme analizzare. Non è certo questo l’esempio lampante della svolta “presidenzialista” che in molti stanno intravvedendo in questi giorni; avevamo già parlato, in questo giornale, di una repubblica presidenziale “de facto”, analizzandone le peculiarità e le differenze. Ma di certo ne è il sigillo, l’atto conclusivo. Mai si era vista una iniziativa non solo diretta ma palesata come tale da parte di un Capo dello Stato. Ancora, mai si era visto un gruppo di personalità nominate (seppur informalmente) dal Capo dello Stato che solo a lui debbano rispondere e relazionare. Insomma, anche se giustificata dal pericoloso e prolungato stallo politico, la svolta di Napolitano è ora a tutti gli effetti sancita.

In molti hanno tentato di paragonare queste due commissioni a qualcosa: chi ad una cabina di regia, chi ad un consiglio della Corona, chi ad un mini-governo. Nulla di tutto ciò. Le commissioni non sono state insediate per decreto, i loro componenti non hanno alcun incarico ufficiale e, con ogni probabilità, anche in caso di successo, pochi dei componenti avranno un futuro in un eventuale governo. Ciò che ci interessa è il ruolo di supplenza che, ancora una volta, la Presidenza della Repubblica è costretta ad esercitare. Supplenza che, nella prassi costituzionale, è inevitabilmente destinata a pesare (e non poco) nelle prerogative del futuro Presidente della Repubblica che, grazie a Napolitano, avrà un potere influente rispetto a quello che siamo stati abituati ad conoscere da solo dettato costituzionale.

L’augurio è che il successore, sempre che Napolitano non sia costretto a succedere a se stesso, sappia usare questi “nuovi” poteri con responsabilità e intelligenza. Il pericolo di uno scontro frontale tra poteri, tanto più se uno tra questi risulta rafforzato come lo è, specie dopo la sentenza della Corte costituzionale sul conflitto di attribuzione, non è una possibilità peregrina. Sarebbe questo il pretesto ideale per mettere mano alla seconda parte della Costituzione e ridefinire precisamente i contorni delle istituzioni e i relativi poteri. Un auspicio che, stante lo stallo politico, è destinato a rimanere tale.

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