Napolitano mette in riga il Csm: ora c’è spazio per un accordo

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Napolitano mette in riga il Csm: ora c’è spazio per un accordo

01 Luglio 2008

Giorgio Napolitano ha dato un sonoro schiaffo alla componente più oltranzista del Csm, ha esercitato con lodevole limpidità il suo ruolo di presidente dell’organo di autogoverno della magistratura e ha anche richiamato all’ordine un Nicola Mancino che, in qualità di suo vice, non aveva voluto assumere le sue responsabilità istituzionali.

  La lettera che il presidente della Repubblica ha infatti oggi recapitato a Mancino, in occasione dell’esame del documento che critica il decreto sicurezza, è netta e inequivocabile: “Non può esservi dubbio o equivoco sul fatto che al Csm non spetti in alcun modo quel vaglio di costituzionalità cui, come è noto, nel nostro ordinamento sono legittimate altre istituzioni. Confido che nell’odierno dibattito e nelle deliberazioni che lo concluderanno non si dia adito a confusioni e quindi a facili polemiche in proposito”.

 E’ dunque una vera e propria  tirata d’orecchie ad un Csm che invece si apprestava a votare un documento,  approvato il 26 giugno dalla sesta commissione, in cui i proponenti Fabio Roia e Livio Pepino, si arrogavano illegittimamente il potere di affermare (usurpandone il Parlamento, il Presidente della Repubblica e la Consulta) che il decreto sicurezza “non rispetta l’articolo 111 della Costituzione, e cioè il principio della ragionevole durata dei processi. Inoltre il documento sosteneva che “sorgono dubbi anche sulla compatibilità con l’obbligatorietà dell’azione penale (art.112 della Costituzione) nella disposizione che assegna la “precedenza assoluta” ai procedimenti sui reati più gravi”. Il valore della presa di posizione del Quirinale è rafforzato dal fatto che già la settimana scorsa, nel corso di una telefonata con Nicola Mancino, Giorgio Napolitano aveva espresso questa valutazione. Ma il vice presidente del Csm non aveva voluto, o saputo, intervenire e aveva fatto finta che il tema dell’intervento presidenziale fosse solo nella esposizione mediatica di Pepino e Roia che avevano anticipato i contenuti del documento ai giornali. Ancora una volta, dunque, la componente militante della magistratura ha tentato di imporsi al paese, in aperta violazione della Costituzione, arrogandosi il potere di stabilire –attraverso il Csm- quale legge violasse o meno la Costituzione. Questo anche perché dal 1992 ad oggi, in varie forme le era sempre riuscito di fatto a cassare leggi e riforme.

 Ma oggi al Quirinale non siede Oscar Luigi Scalfaro, e nemmeno Carlo Azeglio Ciampi, che hanno sempre o favorito, o tollerato questa anticostituzionale dilatazione dei poteri del Csm e della magistratura militante. Collocandosi in pieno nella tradizione della presidenza di Francesco Cossiga (che ebbe formidabili scontri istituzionali con i vicepresidenti del Csm Cesare Mirabelli e Carlo Galloni), Napolitano si è imposto come genuino –e coraggioso- difensore della sostanza e delle forma della Costituzione.  Un dato politico di grande rilievo, anche perché con tutta evidenza, questa mossa odierna dà piena e assoluta soddisfazione alle richieste dei due presidenti delle Camere, Renato Schifani e Gianfranco Fini, che domenica erano saliti sul Colle per chiedere appunto questa presa di posizione.

La ferma posizione della presidenza della Repubblica, assegnando piena e totale ragione alle tesi del governo e arginando con fermezza le tesi della magistratura oltranzista –politicamente rappresentata da Di Pietro e dai parlamentari oltranzisti del Pd- introduce oggi un elemento di forte rasserenamento nel dibattito politico e prelude anche ad una possibile soluzione per quanto riguarda  l’iter del nuovo “lodo Schifani” che contempla l’immunità per la durata della carica per le prime 4 cariche dello Stato. Napolitano, naturalmente, ha ribadito che il Csm, ha piena titolarità ad esprimere pareri sui riflessi che la legislazione –anche quella in fieri- può avere sul funzionamento dell’ordinamento giudiziario. Ma questo potere non era minimamente contestato né dal governo Berlusconi, né dalla maggioranza parlamentare, né dai due presidenti delle Camere. Ora, inflitto un clamoroso “cappotto” ai magistrati dipietristi e al Csm, c’è solo da sperare che un Pd veltroniano ormai letteralmente allo sbando, ne prenda atto politicamente e offra alla maggioranza la sua collaborazione per una rapida approvazione del nuovo “lodo Schifani”, ottenendo in cambio –come proposto da più esponenti della maggioranza e anche da Pierferdinando Casini- che lo stesso “blocca processi” venga stralciato dal decreto sicurezza. Ma lo stato confusionale in cui versa il Pd e personalmente Valter Veltroni non permettono di nutrire molte speranze su una mossa che sarebbe politicamente vitale, perché potrebbe innescare un circolo virtuoso di elaborazione bipartisan di nuove regole istituzionali.