Napolitano oggi  può emendare i suoi errori e salvare la sinistra

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Napolitano oggi può emendare i suoi errori e salvare la sinistra

18 Giugno 2008

 

Giorgio Napolitano ha nelle sue mani in questi giorni una doppia opportunità che raramente si presenta ad un politico: può riparare ad un suo lontano errore e può addirittura salvare la sinistra da un baratro verso cui sta correndo..

 Il braccio di ferro che Silvio Berlusconi ha aperto con la magistratura ha un obbiettivo precisa ed evidente: fare cessare l’impropria ipoteca, l’anticostituzionale “controllo di legalità” che alcuni Pm intendono esercitare sulle istituzioni repubblicane. Solo una propaganda stucchevole e in mala fede può fare passare l’idea che si tratti di leggi ad personam. In Italia è appena caduto un governo, un governo di sinistra, a causa dell’arresto della moglie del Guardasigilli Clemente Mastella. Bene, il Pm che ha preso quel provvedimento, che ha accusato un partito repubblicano, l’Udeur,  di essere una “associazione sovversiva”, non aveva il diritto di fare quel che ha fatto. Lo hanno stabilito nell’arco di pochi giorni altri magistrati ,che hanno revocato tutti –o quasi- i provvedimenti giudiziari da lui presi: “non luogo a procedere” o “il fatto non costituisce reato”. Ma intanto il governo Prodi è caduto a causa delle lacerazioni politiche provocate da quella impropria invasione di campo. E non è la prima volta, incluso quel famoso avviso di garanzia inviato a Berlusconi nell’autunno del 1994 a Napoli, mentre presiedeva una conferenza Onu contro la criminalità. E’ questo uno scenario che si ripete da 15 anni esatti, da quando fu fatto revocare il “decreto Conso” che avrebbe arginato le illegalità, i soprusi, le follie politiche e giudiziarie che si accompagnarono a Mani Pulite. Sono quasi venti anni che, un gruppo di magistrati, coerentemente con quanto teorizzato nei convegni di Magistratura Democratica da Gherardo Colombo e altri, si arrogano il potere di “supplire” ad una opposizione che giudicano inadeguata, e  colpiscono, a suon di manette il “regime”, prima quello del pentapartito, poi quello di Berlusconi. Poi il gioco è sfuggito dalle loro mani, e altri magistrati più “supplenti” di loro si sono messi a colpire all’impazzata ora D’Alema, ora Fassino, ora Mastella, sino a quel caos totale che è stata la vicenda De Magistris-Forleo.

 Oggi, il senso dei provvedimenti presentati da Silvio Berlusconi ad un Parlamento che è stato eletto col chiaro e richiesto mandato di porre fine a quella anomalia, vanno semplicemente nella direzione di reimporre il primato della politica, il primato dell’esercizio del potere delegato dal corpo elettorale e di rimettere quindi gli appartenenti all’ordine giudiziario al posto che loro spetta, che non è quello di una istituzione sovraordinata a tutte le altre, che non è quella di “controllori dei governi”.

 Le cronache giornalistiche ci dicono che Giorgio Napolitano è irritato per la forma che il premier ha deciso di adottare per chiedere al Parlamento di adottare questa svolta.

 Può darsi che il presidente della Repubblica, quanto a galateo istituzionale, abbia ragione, ma da fine politico quale è, non può non sapere che in certe occasioni è indispensabile che un leader politico lasci perdere il galateo e vada alla sostanza dei problemi.

 Questo, anche perché lo stesso Giorgio Napolitano di quel galateo istituzionale fu colpevolmente prigioniero proprio durante Mani Pulite e sicuramente in questi anni ha elaborato una sua comprensione sofferta degli errori allora compiuti e siamo certi che è pronto a ripararli. Tra il 1992 e il 1994, infatti, quale presidente della Camera,  Giorgio Napolitano si comportò impeccabilmente, dal punto di vista formale, ma fece gravissimi errori, dal punto di vista sostanziale sia politico, che istituzionale. Quello che lui presiedeva era un “parlamento degli inquisiti”, tanto che alla Camera per molte settimane si riunivano alle sei e mezza del mattino cento, duecento parlamentari colpiti da avviso di garanzia che proclamavano la loro innocenza. Napolitano non li appoggiò, non li difese, non costruì un argine contro un’ondata giustizialista che distrusse interi partiti, che condannò prima all’esilio e poi provocò la morte di Bettino Craxi, che immiserì le istituzioni repubblicane. Però se oggi Napolitano prende in mano l’elenco di quei parlamentari inquisiti, che lui non difese politicamente, scopre che una larghissima parte di loro è stata assolta e che questo non è un dato giudiziario, ma tutto politico. Una ragione in più, non la sola, per contribuire dal suo rango istituzionale elevatissimo a chiudere formalmente quella infausta stagione.

 Ma oggi, Napolitano ha anche ben altre e diverse motivazioni per accompagnare –sempre garante della correttezza repubblicana, naturalmente- questo disegno di normalizzazione della magistratura voluto da Silvio Berlusconi. Uomo vissuto nella sinistra, Napolitano –solo, ormai- può aiutare la sinistra a non suicidarsi. In preda a convulsioni più leaderistiche che di sostanza, diviso tra la “fedeltà a Veltroni” e la “fedeltà a D’Alema”, totalmente privo di un’analisi del suo disastro elettorale, incredibilmente incapace di trovare il bandolo per una nuova elaborazione programmatica, il Pd precipita al 16-20% in Sicilia e pure, nelle stesse ore si prepara ad una riscossa….. nel segno dell’antiberlusconismo! Da Veltroni e D’Alema è tutto un inseguire di nuovo i leader della coalizione che sostenne Prodi per rimettere in piedi un baraccone che sia unito solo dall’odio contro Silvio Berlusconi e da null’altro. Prendendo a pretesto i provvedimenti sulla giustizia (che lui stesso avrebbe voluto prendere, ma non ha osato), Veltroni si accoda ora a D’Alema per stracciare qualsiasi ipotesi di accordo istituzionale con il Pdl. Una follia, un agitarsi cieco, una totale mancanza di coerenza, l’allarmante evidenza della assoluta mancanza di un baricentro politico.

 Giorgio Napolitano, però, può aiutare questa sinistra allo sbando e autolesionista a trovare sé stessa. Può contenere la sua irritazione quanto a galateo istituzionale, può dare fondo alla sua saggezza politica e istituzionale e può, nella pienezza del suo ruolo istituzionale, fare quello che non fece nel 1992-94: accompagnare provvedimenti di legge che riportino la magistratura al suo ruolo naturale, che ne sconfiggano i protagonismi, che ne eliminino le ambizioni di istituzione perennemente in grado di ricattare o fare cadere i governi.

 Sarebbe una svolta preziosa per le istituzioni repubblicane e un generoso e utile salvataggio in extremis di un Pd ormai in preda a deliri suicidi.