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Nati il 4 luglio

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È opinione comune, tra gli storici della Rivoluzione americana, indicare nel 1763, anno in cui si concluse la Guerra dei Sette anni e che vide la Francia soccombere e cedere alcuni territori del Nord America all’Inghilterra, il momento in cui il conflitto tra i coloni e la madrepatria divenne esplicito. Da un lato le nuove esigenze finanziarie ed amministrative legate alla gestione dei nuovi possedimenti conquistati, dall’altro le aspettative delle popolazioni che avevano partecipato alla guerra nella prospettiva di maggiori guadagni, espandendo le proprie attività economiche nei nuovi territori, inasprirono ulteriormente i rapporti tra le parti, che esplosero con l’emanazione del famoso Tea Act (1773), il quale giunse dopo una serie di provvedimenti impopolari che dal 1763 al 1765 impedirono l’espansione dei coloni verso l’interno (Prohibition Act 1763), imposero gravosi acquartieramenti di truppe (Quartering Act 1765) ed introdussero nuovi tributi (Stamp Act 1765).

Nel 1776 il secondo Congresso Continentale di Filadelfia fece ricorso all’antica forma dei Petition of Rights per richiedere il rispetto dei diritti dei coloni d’America. Il Congresso propose inoltre al governo inglese l’alternativa tra la rinuncia alle imposizioni fiscali e la creazione di forme rappresentative per la libera manifestazione del consenso. La chiusura del Governo inglese fece precipitare la situazione e il 15 maggio del 1776 il Congresso invitava le colonie a darsi Costituzioni indipendenti. Sin da questa prima fase emersero chiaramente due posizioni distinte sul destino dell’assetto istituzionale delle colonie. Da un lato c’erano i fautori di una Costituzione federale che fosse in grado di evidenziare la relazione tra i futuri stati membri, riducendo gli elementi di separazione ed aumentando quelli di unità, dall’altra c’erano i sostenitori di una forma confederale, i quali, nel timore che nascesse una nuova autorità centrale, intendevano sottolineare la sovranità dei singoli stati. Prevalse la seconda posizione ed il Congresso nominò due commissioni, una per la stesura della Dichiarazione d’Indipendenza ed una per l’Atto Fondamentale della Confederazione. La Dichiarazione fu approvata il 4 Luglio 1776 e gli articoli della confederazione nel 1778. Tuttavia solo nel 1781 si concluse la lunga procedura di adesione da parte di ciascun stato della neonata confederazione. La storia ci narra come la fase costituente fosse ancora lontana dal chiudersi e che avremmo dovuto attendere il 25 luglio del 1788, giorno in cui la Convenzione di New York ratificò la nuova Costituzione federale e, benché il North Carolina ed il Rhode Island non vi aderirono, il Governo poté cominciare a funzionare ed il Congresso continentale indisse le elezioni nazionali per il gennaio del 1789 che elesse all’unanimità George Washington.

Tale succinta e superficiale storia dell’esperienza rivoluzionaria americana è utile a cogliere il grande dibattito che su di essa intellettuali statunitensi e non hanno animato negli ultimi duecento anni. In particolare, si è discusso del senso, ovvero dell’interpretazione, da attribuire alla Dichiarazione d’Indipendenza. Scrive il teologo e politologo Michael Novak: “Di recente, alcuni conservatori, al fine di difendere le istituzioni, si sono ribellati contro il proliferare di interpretazioni personali che i liberals pretendono di rinvenire nella Costituzione. Come reazione, essi tendono ad interpretare la Costituzione in modo più o meno positivistico, ripudiando, tra l’altro, l’esplicita visione morale delineata dalla Dichiarazione d’Indipendenza. […] Un altro gruppo di conservatori non si è limitato ad interpretare la Dichiarazione come un documento filosofico di stampo lockeiano, ma, al fine di sostenere un’interpretazione ateistica, quasi hobbesiana, in ultima istanza nichilista, ha tentato di evidenziare una particolare interpretazione del suo pensiero […] Essi sono convinti che la società civile sia fondata sul reciproco timore dell’altrui egoismo, in modo del tutto indipendente dalle virtù pubbliche e private, mostrando di non avere in alcuna considerazione le leggi della natura e il Dio della natura”.

Saranno proprio i cosiddetti cattolici whig ovvero “cattolici liberali” - per usare espressioni care a Novak, piuttosto che le spesso logore e caricaturali diciture “teocon” e “neocon” - ad affrontare le questioni legate alle trasformazioni sociali, culturali e politiche, alla luce della tradizione e dei valori americani, così come essi ritengono che emergano dalla stessa Dichiarazione d’Indipendenza. Dall’elaborazione di questo pensiero è possibile rintracciare i tratti di una filosofia politica che assume dalla tradizione del liberalismo classico i temi del costituzionalismo, del governo della legge, della sovranità limitata: l’idea di governo come dominio della legge e non degli uomini. Strumenti che autori come Novak, Weigel, Neuhaus, Royal ed altri hanno saputo mettere in relazione con i concetti classici della tradizione religiosa - in particolar modo con quella cattolica -, quali la dignità umana, la libertà integrale ed indivisibile, la conseguente responsabilità della persona e l’ineludibile limitatezza della sua costituzione fisica e morale; il tutto nella cornice della dottrina del diritto naturale cristianamente inteso. Una filosofia della politica che si presenta come un’inedita teoria critica della società, universalmente riconoscibile come tipicamente statunitense - liberale in senso classico ed anglosassone - e, nello stesso tempo, in modo del tutto originale, proiettata verso un rapporto sempre più stretto con la tradizione del pensiero cattolico e con la sua moderna dottrina sociale.

Tale operazione ha esposto gli autori appena citati all’accusa di apologeti dell’esperimento americano. A differenza di ampi settori del cattolicesimo americano ed in generale della realtà liberal, i Catholic whigs rifiutano l’idea di poter spiegare la genesi e lo sviluppo della Nazione americana al di fuori della tradizione cristiana, riducendo la vicenda costituzionale al trionfo di un individualismo e di un volontarismo lockeiano interpretati in senso ateistico. Il tema della “Repubblica priva di fondamenta” è, scrive Weigel, “una causa della disputa fra i cattolici whig, da un lato, e David Schindler e gli altri del circolo gravitante intorno a ‘Communio’, dall’altro. Questa disputa, in cui si possono ben udire gli echi di un’altra disputa, quella avvenuta fra John Courtney Murray e i suoi avversarsi intorno agli anni Cinquanta, coinvolge anche l’accettazione della Dignitatis Humanae e la questione del legittimo sviluppo della dottrina cattolica concernente i problemi fra Stato e Chiesa”. È stato il Padre conciliare J. C. Murray S.J. a sostenere che, per un’inspiegabile ironia della storia, la tradizionale dottrina cattolica del diritto naturale è andata via via decadendo nelle nazioni europee, proprio mentre essa assumeva particolare vigore nella neonata Repubblica d’oltre Atlantico. È paradossale, afferma Murray, che una Nazione pensata e fondata dal genio protestante, rintracci le proprie radici e le ragioni della propria struttura politica in una tradizione i cui protagonisti di allora sono così distanti dalle attuali correnti intellettuali protestanti. È questa la regione per cui, anche per Tocqueville, la partecipazione dei cattolici all’esperimento americano è stata sin da subito ampia, libera e senza riserve. I contenuti di quell’esperimento, tanto sotto il profilo etico, quanto sotto il profilo dei principi politici, affondavano le proprie radici nella dottrina del diritto naturale: we hold these truths. Conclude a questo punto Padre Murray: “Quando si usa questo linguaggio, i cattolici si uniscono facilmente alla conversazione. È il loro linguaggio. Le idee espresse sono originate dal loro universo discorsivo”.

I Padri fondatori nel redigere la Dichiarazione d’Indipendenza professarono la loro solida fede nella trascendente dignità della persona umana: “Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che il Creatore ha fatto loro dono di determinati inalienabili diritti, che tra questi sono la Vita, la Libertà ed il perseguimento della felicità”. Verità di per se stesse evidenti dalle quali i Padri della prima democrazia dell’era moderna fecero derivare una nozione di dignità individuale. Questa si incarna in specifici inalienabili diritti, i quali a loro volta danno vita ad un complesso sistema tendenzialmente in grado di difendere la persona umana contro i possibili aggressori e di riconoscere l’inalienabile diritto di lottare per la propria ed altrui libertà: “Che per salvaguardare tali Diritti, gli uomini si sono dati dei governi che derivano la propria giusta autorità dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una determinata forma di governo giunga a negare tali fini sia diritto del popolo il modificarla o abolirla, istituendo un nuovo governo che ponga le sue basi su questi principi, strutturandone i Poteri nel modo che ad esso sembri il più atto a garantire la sua Sicurezza e la sua Felicità”.

In questa visione si colloca lo sforzo dei nostri autori di elaborare, sulla scia del Cardinale americano John Curtney Murray, un’originale filosofia civile o una teoria critica della società ispirata ai valori religiosi del Cristianesimo e tesa al rinnovamento della democrazia americana. Quest’ultima, al pari di tutte le democrazie, è chiamata quotidianamente a prendere decisioni che investono una serie di problematiche vitali – si considerino l'aborto, l'eutanasia e l’uso delle cellule staminali embrionali – sulle quali i cattolici whig affermano di voler continuare ad intervenire, giudicandole le più urgenti in campo morale e quelle di maggiore impatto in ambito politico. I cattolici-whig, sostiene Weigel, negano che l'ego sovrano era, sia stato, o che per qualsiasi ragione possa essere, il telos dell'esperimento americano ed il senso da attribuire alla Dichiarazione d’Indipendenza; ed afferma con forza: qualora “la Corte di Giustizia e i funzionari da noi eletti dovessero continuare a fare pressione in questa direzione sulla legge costituzionale e sulla politica pubblica, noi riteniamo che le questioni di maggiore gravità che verranno in tal modo sollevate verteranno sulla continuità morale dell’attuale ordinamento costituzionale con l’ordinamento costituzionale che venne ratificato nel 1788-89. E in tal caso, allora, il ‘rinnovamento della democrazia americana’ comporterebbe, in realtà, un enorme lavoro di ricostruzione sin dalle sue fondamenta”.

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