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Nei partiti moderni (con o senza tessere) conta il carisma del leader

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Ancor prima di Giuliano Ferrara, già Alexis de Tocqueville nella sua Democrazia in America rimase abbagliato dai “partiti senza tessere”: “piccoli partiti” li definì, per contrapporli a quei “grandi partiti” incommensurabilmente diversi che aveva conosciuto sul continente europeo.

Al cospetto di quella pagina tocquevilliana il lettore, sulle prime, resta perplesso. Fin quando non comprende che dal viaggiatore francese gli aggettivi “piccolo” e “grande” non sono riferiti alle dimensioni e tanto meno al numero degli aderenti, bensì al rapporto che quei lontani antenati dei nostri moderni partiti avevano stabilito con il sistema politico. I partiti americani, infatti, si definivano “piccoli” per le passioni e le idee che erano in grado di veicolare: piccole cose, per l’appunto. Perché quelle organizzazioni senza tessere né appartenenze strutturate erano in realtà funzionali alle dinamiche del sistema politico. Avevano un compito importante, per certi versi insostituibile: rendere possibile che il popolo, in quello sterminato Paese, potesse eleggere il governo. Quelle strane macchine politiche che rispondevano al nome di partiti, insomma, erano i canali all’interno dei quali le passioni - ma ancor più gli interessi -, venivano veicolati per essere contenuti all’interno del sistema, rafforzandone così il grado di legittimità.

Di contro, per Tocqueville, i “grandi partiti” che aveva visto all’opera nella sua Francia erano organizzazioni mosse da forti idealità e in grado di suscitare fortissime attrazioni. Al di là delle tessere, che forse a quei tempi non esistevano ancora, il vincolo dell’obbligazione che essi erano in grado di suscitare negli aderenti era robusto e, quel che è più importante, era avvertito come preminente rispetto alla stessa lealtà nei confronti del sistema politico. Qualora si fosse posto il problema, un europeo che aveva dato la propria adesione a un “grande partito” non avrebbe avuto dubbio alcuno: tra il proprio partito e il sistema politico del proprio Paese, avrebbe scelto il primo.

Tocqueville, nel dilemma tra “piccoli” e “grandi” partiti non sapeva che pesci prendere. E lo ammette. I partiti americani, infatti, sarebbero risultati funzionali alla stabilità del sistema ma, alla fine, avrebbero inevitabilmente inaridito la loro vena ideale inclinando verso la corruzione; i partiti europei, invece, non avrebbero corso questo rischio ma, in compenso, rappresentavano un fattore di crisi e instabilità per i sistemi dei quali facevano parte.

Lo scontro odierno tra i sostenitori dei "partiti senza tessera" e quelli dei "partiti con tessera", almeno all'apparenza, potrebbe apparire la continuità di quello descrittoci da Tocqueville tra "grandi" e "piccoli" partiti. Ma si tratta di un'illusione ottica perché oggi, in realtà, il dilemma tocquevilliano non ha più ragione d’essere, almeno nei suoi termini originari. I grandi partiti ideologici che hanno dominato il Novecento sono stati, infatti, sconfitti dalla storia. Resta da capire, al più, se un ruolo possano e debbano ancora giocarlo i “piccoli partiti” fatti d'interessi e convenienze, al di là del fatto che essi continuino ad avere o meno le tessere.

Se per cercare una risposta si guarda all'Italia, la confusione nel campo sembra regnare sovrana, fino al punto da sfiorare il paradosso. Coloro i quali hanno da sempre accusato Berlusconi di suscitare pericolose derive plebiscitarie, si sono messi a organizzare finte elezioni popolari (le primarie) per eleggere il proprio leader: principio e fine di ogni cosa, visto che il nuovo partito manca ancora di programmi ben chiari e di organismi stabili. Sull'altra sponda, i seguaci di Berlusconi (tra cui il sottoscritto) potrebbero sembrare dei convertiti che organizzano congressi vecchio stile in ogni angolo del Paese. Alla fine dell'anno ne avranno svolti 4000, chiamando a votare circa 450.000 iscritti.

A essere maligni si potrebbe chiosare: un bello scontro, tra un partito senza tessere e delle tessere senza ancora un partito. Ma se si va un po’ più in profondità, non sarà difficile individuare dietro una spessa cortina di polvere, l'effettivo punto di contatto tra due percorsi all'apparenza così diversi. A prevalere, infatti, in un caso come l'altro, è il principio del partito carismatico: quello per il quale è il leader colui il quale concede legittimità alla "macchina politica" mentre questa, dal suo canto, serve al leader per rafforzare la propria presenza e il proprio radicamento nel Paese. E scelte in apparenza così diverse si riducono, in realtà, ad una circostanza: Forza Italia il leader ce lo ha già (Berlusconi) e, per questo, ha bisogno di legittimare il partito. Il Partito democratico fino a ieri non ce lo aveva ancora. E la necessità di legittimarlo veniva, dunque, prima d'ogni altra cosa.

Questo scambio tra partito e leader è funzionale a un sistema nel quale il "moderno principe" di un tempo (cioè il partito) possa continuare a esercitare un ruolo nell'approccio alle grandi questioni politiche, nella traduzione dei programmi in subcultura diffusa, nella selezione della classe politica e delle rappresentanze istituzionali e, in cambio di tutto ciò, sia disponibile a cedere il suo scettro, arrestando alle soglie del governo le sue competenze e le sue pretese. Si verrebbe così a configurare un sistema politico che funzioni come mai è accaduto nell'Italia del secondo dopoguerra quando, rispetto allo schema descritto, i partiti sono sempre risultati o troppo forti o troppo deboli.

E' quest'ultimo il rischio che veramente incombe sul futuro dei partiti. Che non si evita né dotandoli di un robusto contorno di tessere né costringendoli a una primaria "tanto liberatoria". Oggi, infatti, i partiti possono facilmente essere bypassati da reti, lobbies, gruppi di pressione, organizzazioni più o meno legali radicate sul territorio. Gli happening inscenati da Beppe Grillo rappresentano, in tal senso, nient'altro che la punta dell'iceberg.

Per questo, se veramente si vorrà evitare questa deriva, bisogna rassegnarsi a riconoscere per legge il ruolo pubblico dei partiti, imponendo loro vincoli e trasparenza ma, d'altro canto, assegnandogli poteri effettivi.

Quel che oggi più si avvicina a ciò che si chiede per i partiti è la loro possibilità di scegliere (almeno in parte) i propri rappresentanti nelle istituzioni. Non a caso c'è chi, agitando il drappo consunto della partitocrazia, vorrebbe togliere loro questa prerogativa reimmettendo le preferenze. Si provi a farlo. Ma non ci si venga a lamentare se le campagne elettorali torneranno a costare milioni di euro e, alla fine, verranno eletti candidati vicini ai potentati, legittimi o illegittimi che siano.

C'è forse un'altra strada: sottomettere attraverso la legge la vita interna dei partiti (compresa la scelta dei candidati) a garanzie di trasparenza e correttezza ma, d'altro canto, riconoscere una volta per tutte il loro insostituibile ruolo pubblico in quelle attività che presidiano una fase cruciale del processo politico. Si tratta di una vecchia aspirazione liberale, contro la quale si sono scagliati, alleati tra loro, il residuo anti-sistemico del vecchio Pci, intimorito che qualcuno potesse intrufolarsi nei suoi affari interni e quello anti-statale proprio di tanta parte del cattolicesimo politico italiano.

Oggi il problema torna ad essere attuale, non privo di una nuova complicazione: come i partiti possano dare e richiedere garanzie attraverso la legge, senza che ciò si trasformi in ulteriore occasione per magistrati col complesso d'onnipotenza per condizionare l'ordinaria dialettica politica. Solo quando questo nodo sarà risolto - a seconda di come sarà risolto - si potrà decretare se le tessere siano utili o meno. Esse non sono un problema e tanto meno il problema. Ferrara, un tempo, le avrebbe definite "una sovrastruttura".

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