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Dimenticare Bush

Nel futuro di Obama c’è il progetto di un’America neo-isolazionista

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Dove va la politica estera di Obama? Nel rispondere, bisogna riconoscere una certa personale inadeguatezza. Prevedere le mosse americane è cosa da folli, più che da saggi. Ciò è ancor più vero quando si parla di politica internazionale, dato che bisogna anticipare non solo le mosse della Casa Bianca, ma anche quelle dei provocatori all’estero.

Nel caso di Barack Obama, c’è un’ulteriore difficoltà: le grandi questioni che hanno monopolizzato i suoi sforzi all’estero sono viste dal presidente come un’eredità dell’era Bush che appena lo riguarda, non come snodi fondamentali della sua politica estera. Tutti i nuovi presidenti sono contrariati per le costrizioni poste alle loro aspirazioni, ma l’insofferenza di Obama verso la contingenza di dover mantenere una qualsiasi forma di continuità con l’operato del suo predecessore, è qualcosa di particolare. Il suo mood polemico verso Bush non tramonta, anche se non può certo vantare risultati migliori di lui nell’accidentato terreno internazionale.

Obama non vuole costruire la propria politica estera sulle basi di problematiche antecedenti il suo arrivo. Sta lavorando per superarle, per arrivare al giorno in cui potrà sviluppare la sua propria agenda. Di conseguenza, il miglior modo di predire la politica estera di Obama nei tre anni che verranno non è quello di esaminare come ha affrontato i fardelli di Iraq, Afghanistan, pace in Medio Oriente e nucleare iraniano e nordcoreano. Sono temi importanti, ma rispetto ai quali Obama non ha scelta: deve occuparsene. Dobbiamo invece chiederci che cosa egli tenterà di costruire quando sarà meno ostacolato da quegli impedimenti. In questa prospettiva, la storia recente individua tre caratteristiche fondamentali.

Primo, Obama non trova un interesse particolare né nella politica estera, né nelle politiche di sicurezza nazionale. Non sono stati il suo campo d’azione, né sul lavoro né nella sua carriera politica, e non è lì che risiedono le sue passioni. Non ci sono dubbi che la sfida di rifondare la sanità, la finanza e la politica energetica dell’America riscuotano la gran parte degli interessi di Obama.

Secondo, Obama non vede il resto del mondo come una minaccia per l’America. Ha fatto capire chiaramente, attraverso le sue azioni da presidente, che non ha intenzione di impegnarsi in una “guerra globale al terrorismo”. La crescente potenza di altre nazioni, di altre fedi, di altre ideologie, per quanto deplorevoli, non rappresentano una sfida tale da suscitare una reazione da parte degli Stati Uniti. Non ci troviamo, insomma, in un momento come quello descritto da Dean Acheson (sottosegretario di Stato dal ‘45 al ‘47, poi segretario di Stato con Harry Truman – ndt) nell’autobiografia “Present at the creation”. E allora, pensa Obama, perché comportarsi in modo reazionario e, peggio, sorpassato, quando ci sono cose ben più interessanti e urgenti in casa di cui occuparsi?

L’America di Obama deve soltanto restare calma, paziente e ossequiosa. Si prenda, ad esempio, la visita di Obama in Cina dello scorso novembre, in merito alla quale i media sottolinearono quanto la Cina fosse poco disponibile alle richieste americane, confermando così l’opinione generale circa la dicotomia “Cina crescente/America calante”. In effetti, è stata più la remissività di Obama che non la decisione cinese a fare la differenza, argomento dietro argomento: politiche commerciali e gestione della valuta cinese; Taiwan; la resistenza di Pechino a moderare la propria crescita in ossequio alle teorie sul surriscaldamento globale; i programmi nucleari di Iran e Corea del Nord. Tutte le volte Obama è uscito dal confronto con le mani mezze vuote, anche su aspetti prettamente di immagine: in quali occasioni avrebbe dovuto parlare, a chi, e come le sue parole sarebbero state diffuse.

Terzo, la concezione del mondo obamiana è racchiusa in una corazza di ingenuo internazionalismo, un abito in definitiva assai comodo quando la sicurezza nazionale non rientra nelle principali preoccupazioni. Obama è il primo dal 7 dicembre del 1941 (attacco a Pearl Harbor, ndt) a sposare deliberatamente un ruolo non decisivo a livello mondiale per gli Stati Uniti, che per ironia della sorte si richiama a una concezione essenzialmente neo-isolazionista dell’America. L’annuncio di altre truppe in Afghanistan dato il 1° dicembre da Obama non prova il contrario, perché praticamente nello stesso momento il presidente ha annunciato l’inizio del ritiro. L’Afghanistan, come l’Iraq, è l’autentico paradigma di quelle eredità con le quali Obama non vuole confrontarsi. Fallimenti come il processo di pace in Medio Oriente e le trattative con Iran e Corea del Nord non hanno portato altro che rassegnazione e scarsa attenzione.

In ogni caso, quello di Obama non è l’isolazionismo dei nostri nonni. Lui non guarda alle virtù americane, quanto piuttosto a quello che l’America ha in comune con gli altri (e ciò spiega perché, come ho scritto in altra occasione, lui è fermamente “post-americano”). E’ la ordinarietà dell’America che, probabilmente, gli impedisce di imporre il suo volere alle altre nazioni. Obama è il nostro primo presidente che esprime questo sentimento. In aprile, ha precisato questo punto con assoluta chiarezza. A chi gli chiedeva se credesse nell’eccezionalità dell’America, il presidente rispose: “Io credo nell’eccezionalità americana, esattamente come i britannici credono nell’eccezionalità della Gran Bretagna e i greci nell’eccezionalità della Grecia”. In altre parole: “No”.

In questo senso, la sconfinata naïveté che ispira i discorsi all’Onu del presidente si inquadra indiscutibilmente nel patrimonio del più tipico Woodrow Wilson. A settembre, Obama disse di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite: “E’ mia profonda convinzione che nell’anno 2009, più che in qualsiasi altro momento della storia umana, nazioni e popoli abbiano interessi comuni... In un’era in cui il destino è condiviso, la potenza non è più un gioco a somma zero. Nessuna nazione può, né deve pensare di dominare un’altra nazione. Nessun equilibrio di potenze tra nazioni potrebbe durare”.

Nel 1916, Wilson disse che “gli interessi di tutte le nazioni sono anche nostri”, e più tardi invocò “la pace senza la vittoria”. Ci deve essere, continuava Wilson, “non un equilibrio di potenze, ma una comunità di potenze; non rivalità organizzate, ma una pace comune” fondata sulla “forza morale della pubblica opinione mondiale”. Qualora venissero rimosse le date da queste citazioni, la maggior parte delle persone avrebbe difficoltà a capire quale è attribuibile a Obama e quale a Wilson.

Attraverso queste lenti – la preferenza di Obama per la politica interna, la sua convinzione dell’assenza di grandi minacce internazionali, il suo gusto per l’internazionalismo fine a se stesso – possiamo proiettare la futura politica estera del presidente. Convenientemente per lui, portare avanti le sue priorità implicherà negoziati internazionali dove l’autorità presidenziale è virtualmente assoluta. Ciò non significa, ovviamente, che Obama potrà determinare l’esito finale in casi dove la ratificazione del Senato è obbligatoria, ma Obama e i suoi collaboratori potranno modellare gli eventuali accordi secondo i loro desideri. (Fine della prima puntata, continua...)

Tratto da Commentary

Traduzione di Enrico De Simone

 

 

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