Nel Pd c’è ancora chi si muove contro il giustizialismo e la Casta dei magistrati

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Nel Pd c’è ancora chi si muove contro il giustizialismo e la Casta dei magistrati

16 Aprile 2010

Sta creando un bello scompiglio all’interno del Partito democratico quel piccolo bisturi che è la proposta di riforma avanzata dal responsabile giustizia Andrea Orlando. Si sono mossi in suo favore 105 parlamentari, di tutte le correnti del partito, si sta mobilitando il segretario Bersani. Sono significative, all’interno del Pd e fuori ( quanti strilli dall’Italia dei valori e dal partito del Pm! ), le resistenze nei confronti di qualunque proposta si discosti dall’esistente, cioè da un ordinamento che garantisce super-privilegi alla Casta più potente del nostro paese.

Andrea Orlando ha commesso il reato più grave, ha tentato di scrollarsi di dosso il vestito dell’anti-berlusconismo, quello che dà linfa vitale al dipietrismo. Ha capito che le riforme vanno fatte, senza l’ossessivo sospetto che ogni cambiamento serva al premier, che sia “ad personam”.Ha proposto cinque punti di modifica del codice penale che, pur ancora timidi e modesti, somigliano tanto a cinque piccoli bisturi pronti a incidere.

L’obbligatorietà dell’azione penale, prima di tutto. Andrebbe abolita, con legge costituzionale. E’ sotto gli occhi di tutti quel che succede sul tavolo del Pubblico ministero. C’è un bel mucchio di fascicoli, ogni fascicolo un reato. Con totale arbitrio il magistrato decide, spesso senza alcun apparente criterio logico, quale indagini mandare avanti. Le altre sono destinate al cestino, i reati cadono in prescrizione. Ogni anno sono milioni i fatti criminosi che non trovano soluzione a causa di questo vero imbroglio che è obbligatorietà dell’azione penale. La bozza Orlando vuole “rimodularla”, il che può significare tutto o niente. Ma pone il problema, dice che l’obbligatorietà non è più un totem intoccabile, la sua modifica non è più un tabù. Si ribellano, come è ovvio, i Pubblici ministeri abituati a tenere le mani in pasta.

Magari trascurando, come accaduto  negli anni di “tangentopoli”, di indagare su gravi omicidi, pur di non farsi sfuggire neanche il pesciolino più piccolo di un’inchiesta contro la Pubblica amministrazione.
Strillano anche gli ex Pm, non certo brillanti giuristi, come Antonio Di Pietro e Luigi De Magistris. Strilla anche il procuratore aggiunto di Milano, Armando Spataro, che ha studiato un po’ di più ma che è in fibrillazione in attesa di fare un salto di carriera. Lo stoppa subito il suo collega Edmondo Bruti Liberati, esponente storico della corrente di sinistra Magistratura democratica ( forse anche lui in corsa per il posto di Procuratore capo ), che con maggior lungimiranza sospira “ meno male che Orlando non propone riforme costituzionali”. Si dividono per questioni di potere, ma sostanzialmente non vogliono togliere al Pubblico ministero il suo ruolo politico.

I 105 parlamentari che si sono mossi in difesa di Orlando hanno anche capito che per liberarsi dell’egemonia di Di Pietro devono prosciugargli il suo brodo di coltura, il giustizialismo. Così definiscono “inaccettabili i tentativi di impedire lo sviluppo autonomo del confronto” e fanno, insieme ad Andrea Orlando, un altro passettino, la necessità di distinguere “i ruoli” tra il giudice e il rappresentante dell’accusa. Siamo ancora lontani da quella rivoluzione copernicana che dovrebbe portare l’avvocato dell’accusa fuori dalla magistratura, che dovrebbe in modo drastico abolire il concetto stesso di “magistratura”. C’è il timore che venga sottoposto il Pm al governo ( almeno finché il Presidente del consiglio si chiama Silvio Berlusconi ), dimenticando che questa era la proposta del guardasigilli Palmiro Togliatti e che nessuno pensa che la Francia, l’ Inghilterra e gli Stati Uniti siano meno democratici per aver sottoposto il Pm all’esecutivo.

Qualche altro colpettino di bisturi la bozza Orlando la dà al Consiglio superiore della magistratura, quell’organo di autogoverno che dovrebbe occuparsi di carriere e trasferimenti e che si comporta invece come una terza camera del Parlamento ( a un certo punto aveva persino costituito al proprio interno una Commissione antimafia! ), proponendo un cambiamento del sistema elettorale “che riduca il peso delle correnti”. In realtà qui il bisturi dovrebbe essere affondato ben di più, rivoluzionandone la composizione e il senso stesso dell’esistenza di questo organismo.

Insomma in definitiva spetterebbe al Parlamento e ai partiti una buona volta il “privilegio” di mettere le mani in pasta in un tumore che fa dell’Italia un paese anomalo unico al mondo, in cui è saltata la divisione dei poteri e quello che la Costituzione definisce semplicemente come un “ordine” detiene il vero politico impedendo al Governo di governare e al Parlamento di fare le leggi. Se nel Pd prevarrà la componente più sensata e riformatrice, ne vedremo delle belle. Difficilmente la Casta resterà in sonno.