Stati Uniti verso il voto

Nella battaglia in campo aperto vinceranno i Repubblicani

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La politica americana è oggi una “guerra di trincea” o una battaglia “in campo aperto”? La distinzione tra le due fasi è opera di Michael Barone, autorevole analista politico e resident fellow dell’American Enterprise Institute di Washington, DC. Barone, noto fra l’altro per essere tra gli autori principali dell’Almanac of American Politics, cifre alla mano, presenta la propria distinzione fra i periodi di “trench warfare politics”, la politica appunto da “guerra di trincea”, e i periodi di “open field politics”, cioè della politica come battaglia “in campo aperto”.

Secondo la metafora guerresca di Barone, nei periodi in cui vige la politica di trincea il conflitto resta “relativamente stabile” e di sommovimenti partigiani o “grandi questioni” non se ne vedono molti. Quando cambia il vento e si passa alla fase “open field politics”, i confini dello scontro politico si muovono con maggiore violenza, gli animi si fanno più caldi, la discussione più serrata. Sotto il grande disordine di quei cieli, i cambiamenti e i ripensamenti sono numerosi e l’attenzione si concentra su quelle “grandi questioni” che nella “fase di trincea” erano in qualche modo finite in secondo piano.

Nella sua analisi Barone traccia con chiarezza quelli che ritiene i confini di separazione tra i periodi di “warfare politics” e quelli di “open field politics”. La fase dal 1967 al 1983 è stata caratterizzata da una politica “in campo aperto” che ha visto la nazione lacerata dalle controversie strazianti sul Vietnam e sulla povertà, ferita dalle rivolte urbane e inquieta per i disordini nelle università. Senza contare – aggiunge Barone – la disillusione nei confronti di due presidenti come Lyndon Johnson e Richard Nixon che egli definisce “talentuosi e dotati di esperienza” ma al tempo stesso ben lontani dalla perfezione. E ancora: il movimento ambientalista e certo lo scandalo Watergate, ma anche l’inflazione, la recessione, la stagflazione. Caratteristica di quel periodo è stata l’ampia variazione registrata nei “comportamenti elettorali” nella quale rientrano anche delle importanti candidature indipendenti alla presidenza nel 1968 e nel 1980, le corse testa a testa nel voto popolare del 1968 e del 1976 e le sostanziali vittorie repubblicane nel 1972 e nel 1980.

Dal 1983 al 1991 si è passati alla fase della politica “da guerra di trincea”, nella quale gli americani hanno ripetutamente privilegiato i repubblicani nelle elezioni presidenziali e i democratici al Congresso. Tale regola di preferenza sembrò farsi tanto stabile che nel mondo degli analisti politici trovarono molto seguito le teorie che parlavano di “blocco repubblicano” per la presidenza e “blocco democratico” per il Congresso.

A rovesciare tali teorie fu il ritorno, tra il 1991 e il 1995, di un periodo di “open field politics”, quattro anni durante i quali un democratico, Bill Clinton, conquistò la presidenza, i repubblicani presero possesso del Congresso (sia della Camera dei rappresentanti che del Senato) e nei sondaggi si videro ascendere candidati indipendenti in corsa per la Casa Bianca come Ross Perot nella primavera del 1992 e Colin Powell nell’autunno del 1995.

Tra il 1995 e il 2005, in seguito agli attriti della “budget battle” tra il presidente Clinton e lo speaker della Camera dei rappresentanti Newt Gingrich, gli Stati Uniti tornarono a una fase politica “di trincea”. Le parti in lizza, fatte di uomini politici e di elettori, erano – spiega Barone – come due eserciti dalla stessa potenza di fuoco impegnati in una “guerra culturale” combattuta per quei “piccoli pezzi terra” che avrebbero “fatto la differenza tra vittoria e sconfitta”. La variabile demografica più correlata al comportamento adottato dagli elettori alle urne divenne la religione, il grado di religiosità e le posizioni su “questioni morali” come l’aborto erano collegate strettamente alle preferenze di parte e su queste esercitavano notevole influenza.

Nell’ultimo periodo, che secondo Barone ha avuto inizio nel 2005 e che è quello che gli Stati Uniti stanno vivendo adesso, è tornato il ciclo di “open field politics”. Alcuni – nota l’analista – hanno interpretato l’intensa crescita delle percentuali di voto popolare a favore dei democratici nel 2006 e nel 2008 (quando Barack Obama ha ricevuto la più alta percentuale del voto popolare rispetto a tutti gli altri candidati democratici alla presidenza nella storia eccetto Andrew Jackson, Franklin Roosevelt, e Lyndon Johnson) come un “riallineamento permanente” verso il partito Democratico. Tuttavia – aggiunge Barone – secondo la media dei più recenti sondaggi elaborata da RealClearPolitics, alla voce “Generic Congressional Vote”, i repubblicani hanno decisamente fatto meglio (4 per cento in media, ma con le punte del 9 per cento del sondaggio CNN e del 6 per cento di Rasmussen).

Se i risultati del prossimo appuntamento elettorale dovessero finire per coincidere con questi sondaggi, i repubblicani – scrive Barone – si ritroverebbero in mano la maggioranza del voto popolare alla Camera dei rappresentanti, e non sarebbe neanche da escludere con “la percentuale più alta che hanno ricevuto dal 1946”. Di rado la politica è prodiga di certezze, ma un eventuale rimbalzo delle percentuali dei repubblicani nel 2010 potrebbe indicare l’instabilità dell’attuale fase di “politica in campo aperto” se non addirittura segnarne la conclusione. Il punto è – conclude Barone – “capire se un periodo di open field politics si è trasformato in un periodo di trench warfare politics non è possibile se non diversi anni dopo che tale trasformazione è avvenuta”.

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