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Nella campagna di Comisso il tempo non si ferma

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Nel settembre del 1930 Giovanni Comisso decide di mutar vita. E’ uno scrittore ormai affermato e un giornalista di viaggio e di terza pagina di punta. Così, vicino alla sua città, Treviso, decide di acquistare “dagli eredi di un pittore” in “una località chiamata: Conche di Zero Branco” una casa di campagna. La abiterà per circa trent’anni con zelo quasi oraziano.

“Avevo trentacinque anni”, scrive ne “La mia casa di campagna”, appena riedito per i tipi di Longanesi, “vissuti sempre con frenesia di muovermi, di vedere e di godere, anche la mia arte risentiva di questo cogliere la vita in superficie, tutto era per me paesaggio, anche l’essere umano”.

Il narratore insomma vuol mettere un punto a capo. Darsi solidità, infondere corpo e sostanza in una fase di passaggio importante fra giovinezza e maturità. La scelta di vivere molto fra i campi. Appassionandosi a quella nuova dimensione dell’esistenza trasformandole in una sorta di spazio ideale, di luogo dell’anima.

Comisso si compiace del suo buen retiro e non disdegna di ricorrere a lampi e ad espressioni che sfiorano l’idillio: “Io ho la mia casa di campagna in una pianura stupenda, limitata dalle montagne e dalla laguna veneta, attraversata da acque chiare sotto un cielo relativamente mite”.

Ma lo scrittore del Nord est, come scrive Paolo Mauri nell’introduzione, non  è  solo “un eterno apprendista gaudente”, che un “po’ recita la parte e finché non si annoia si diverte a recitare”. È anche altro. Dalla casa in campagna vede e guarda anche quello che, via via, succede nel mondo. Sia l’universo più prossimo che il lontano: la grande storia, le sue tragedie, a cominciare dalla guerra. Così, sotto il suo sguardo, spesso abilmente trasognato, arrivano sulla pagina spezzoni corposi di esistenza contadina. Spazi e dimensioni segnati da abitudini secolari, dove l’ immutabilità e il premodermo fanno da padroni. Allora lo scrittore registra le tante anomalie e diversità dei suoi vicini. E le racconta con empatia. Assolutamente gustosa e puntuale è la descrizione di educazione sentimentale, corteggiamento e dimensione femminile alla maniera  contadina: “Questo preliminare dell’amore si chiamava: parlare, in seguito, quando al consenso della madre il ragazzo poteva entrare nella stalla e partecipare al filò, allora si diceva che andava in casa. L’amoreggiare durava per anni, fino a quando, ormai uomo, sarebbe ritornato dal servizio militare ed ella aveva potuto prepararsi di sua mano il corredo di lunghe camicie di lino, di ampie sottane che avrebbero durato per tutta la vita, le lenzuola, gli asciugamani e il vestito a nozze. Con il matrimonio incominciava la loro vita di donne dedicate alle cure della nuova casa, destinate a quelle consolazione del marito permesse nelle soste delle fatiche, destinate a parti innumerevoli e ad aiutare gli uomini in tutti i lavori dei campi”.

Ma anche lo specifico rurale non è immune dal tempo che scorre. “Contadini”, annota Comisso, “pure essendo isolati ricevono subito le notizie di una certa importanza. Sono tra gli ultimi esseri umani che ancora impiegano la fatica allo stato originale, ogni lavoro è fatica, per questo si trovano sempre nella necessità di sapere tutte quelle notizie che possono compromettere le regole della loro vita”. Accade puntualmente per la caduta del Duce, e subito dopo con l’inizio della guerra civile.

Anche la casa di campagna ne è segnata. Con lutti e dolori. Poi arriva il dopoguerra e alla fine degli anni Cinquanta la morte dell’adorata madre. E’ il punto a capo dell’idillio. Comisso non regge l’isolamento, e la casa di campagna perde d’incanto.

               

Giovanni Comisso, La  mia casa campagna, Longanesi, pagine 290, euro 18,60.

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