Nella crisi di Rifondazione il dramma della sinistra italiana

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Nella crisi di Rifondazione il dramma della sinistra italiana

29 Luglio 2008

Salta agli occhi il parallelismo tra il vuoto assoluto del dibattito congressuale di Rifondazione  e i balbettamenti, le sbandate, l’inconclusione strategica e tattica del Pd di Veltroni. Un corto circuito che avrà per effetto la crisi inevitabile di molte amministrazioni locali –con effetti devastanti per il Pd- ma che è sintomo di un “male oscuro” della sinistra italiana ben più grave.

   Lo spettacolo sconfortante di Chianciano segna sicuramente una tappa fondamentale per la sinistra nel suo insieme: la manovra giacobina che ha portato al potere un segretario, Ferrero, eletto con i voti congiunti di ex cossuttiani (di pretta tradizione stalinian-togliattiana) e trotskisti ha chiuso –si spera per sempre- la tradizione massimalista. La genialità di Fausto Bertinotti, il fascino della sua lunga segreteria stavano infatti tutti nella sua capacità di riproporre ai giorni nostri i temi forti della sinistra di Serrati: verbalismo, volontarismo, culto della frase, disprezzo mal celato per le miserie del riformismo concreto, grandi, grandi, aspirazioni universali. Il “subcomandante” Fausto è stato capace di rinverdire la tradizione del socialismo massimalista con scelte insieme coraggiose –in primis il dibattito sul rifiuto netto, reciso, della violenza politica, senza se e senza ma- e poi confuse –uno spiritualismo new age a tratti imbarazzante- e una traballante aspirazione post psiuppina al governo concreto del paese. La ricetta era quella che era, la coazione a ripetere le follie serratiane era vincolante e così il risultato non poteva che essere quello che è stato: lo sgambetto a Prodi nel 1998 in nome della follia delle 35 ore (che intanto distruggevano la Francia) e poi la confusa subalternità a Padoa Schioppa e alle sue finanziarie demenzial-rigoriste dopo il 2006.

 Ci sono voluti ben 87 anni dopo il 1921 del Congresso di Livorno, perché il socialismo massimalista consumasse la sua traiettoria minoritaria. Ma adesso, finalmente, è finita e l’ultimo suo epigono, il delizioso Niki Vendola, ne ha pagato le dolorose conseguenze: è stato umiliato e scacciato da una farsa di congresso dai metodi staliniani. Terribile, evocativo, spietato quell’obbligo imposto da Ferrero, al voto sul palco, uno per uno, soli, a dichiarare se si era o no “nemici del popolo di Bandiera Rossa”.

 Tutto questo, mentre i fratelli separati della altra grande corrente europea del socialismo massimalista, i tedeschi, stanno fornendo invece prova di una eccellente vitalità. E nell’energia che ancora si riverbera nelle due anime della socialdemocrazia tedesca, a fronte dei miasmi paludosi che ammorbano una sinistra italiana preagonica, si misura tutta la differenza tra un movimento popolare egemonizzato dalla socialdemocrazia e uno, il nostro, ahimé, egemonizzato dal leninismo, sia pure addolcito da Gramsci.

Anche la Germania di Weimar, nel 1921, ha avuto i suoi serratiani, i suoi socialisti prigionieri volontari del mito leninista, i suoi “non comunisti, ma non socialdemocratici” della Uspd, con la loro enorme parte di colpe nelle vittorie elettorali di Hitler, con i loro scioperi dei trasporti indetti assieme ai sindacati nazisti contro i governi regionali socialdemocratici nel 1932 in Brandeburgo.

 La loro storia è poi riconfluita, dopo il 1945, nell’alveo della Spd e anche sotto questo profilo, la rottura violenta, radicale, del 1921 tra socialdemocratici e leninisti, ha segnato positivamente la differenza tra la inconcludente sinistra italiana e quella tedesca. Per un cinquantennio, la sinistra massimalista è stata una componente della socialdemocrazia tedesca, ne uscì nel 1966 con la Sed di Rudy Dutschke, ma fu una vicenda di studenti e di ’68, ma sostanzialmente restò come anima estrema di un partito che seppe darsi un anima federale dalle anime composite, un anima massimalista per anni impersonata dagli Jusos, la potente federazione giovanile del partito. Ma nel 2005, Oskar Lafontaine, che era stato candidato alla cancelleria nel 1990, presidente della Spd dal 1995 al 1999 e addirittura ministro delle Finanze nel primo governo Schoeder del 1998, decise di riproporne il cammino. Con una busca virata a sinistra, contro la  realpolitik di Schroeder, nel 2005 Lafontaine si mise alla guida di una esperienza di pretta marca massimalista: lavorò alla fusione tra la Wasg –la pissola sinistra massimalista fuoruscita dalla Spd- e il Pds –il partito comunista dell’est- di Gregor Gysi, erede dichiarato della comunista Sed, il partito di regime della Germania dell’Est. Bene, la nuova formazione voluta da Lafontaine, nelle elezioni del 2005 ha ottenuto ben 53 parlamentari, grazie all’8,5% di voti e il suo successo è stato la causa determinante della Grosse Coalition oggi guidata da Angela Merkel.

 Oggi dunque la sinistra socialdemocratica tedesca è rappresentata da due forze: la Spd e Die Linke. Ma la Spd, che pure nel 2005 avrebbe potuto agevolmente formare un governo di sinistra alleandosi a Die Linke e ai Grünen, non lo ha fatto e ha preferito la relativa umiliazione di un cancellierato di Angela Merkel, al cedimento al massimalismo. Ma Die LInke è forte e i sondaggi la danno assolutamente ben piazzata per le prossime elezioni; un percorso ben diverso da quello bertinottiano.

 In queste storie parallele, ma così diverse,  della sinistra italiana e tedesca, possiamo trovare il senso della perdita di sé che caratterizza la  sinistra italiana e il senso invece di una qualche continuità forte delle due anime della sinistra germanica. Gli eredi del nostro Pci non sono mai riusciti a fare i conti con la loro matrice leninista, malamente occultata, ma non risolta in un altro progetto prima da Togliatti e poi da Berlinguer. Oggi sono sbandati, si alleano a Di Pietro –all’estrema destra massimalista- e confondono giustizia sociale con le sue “mazzate” e la sua voglia di manette, non sanno neanche immaginare un contesto di Grosse Coalition perché sono ossessionati, letteralmente ossessionati, dal proprio bisogno, quasi fisico, di esercitare “egemonia” (D’Alema è il campione frustrato di questa isteria). Veltroni rappresenta il nulla programmatico, il nulla tattico, il niente strategico, non è più comunista, di certo, ma il problema evidente è che non ha la minima idea di cosa sia, tranne che una pessima copia di Obama o della prossima vedette della sinistra mondiale da scimiottare. Da due mesi parla solo di salari insufficienti e si dimentica che a tagliarli e tassarli è stato proprio il “suo” governo di Romano Prodi. I “fratelli separati” della tradizione massimalista del socialismo italiano soffrono di questo stesso male e –con Bertinotti e Vendola- precipitano nell’Ade di una sconfitta totale, assoluta, sancita da un congresso giocato male persino sulle deleghe. Unico loro vanto –e gliene va dato pieno merito e onore- il rifiuto orgoglioso di avere nulla a che fare con il giustizialismo becero di Di Pietro.

 Alla sinistra italiana nelle sue due anime, insomma, manca ogni ancoraggio riformista, manca la tragica esperienza di essere nipoti di socialdemocratici tedeschi capaci di votare nel 1914 i crediti di guerra, eterne vittime del “non aderire e non sabotare”. E’  sempre alla ricerca della bella frase – soprattutto americana: I care, We Can- sempre vittima dell’impulso destruens. Mai in grado di delineare un percorso construens.

 Ai tedeschi, alla sinistra tedesca, resta la forza –residuale, ma ancora viva- di una sinistra, anche sindacale, improntata alla logica del fare e del riformare, che dal 1945 fa votare gli scioperi nell’urna, uno per uno, da tutti gli operai interessati alla vertenza, che non gioca melodrammi in assemblee plebiscitarie, quanto minoritarie.

 Il problema, il dramma, è che tutto questo immiserisce l’intero assetto democratico italiano. Il disastro è che con la sconfitta definitiva e confusa del massimalismo di Bertinotti e con un Parlamento pieno di Madia, Colaninno e Calearo, la sinistra italiana ha completamente abdicato ad ogni sua capacità di rappresentazione delle classi lavoratrici.

 Un quadro abnorme. Come abnorme è la storia di una sinistra italiana egemonizzata da un Pci la cui unica operazione riuscita –in assoluto- è stata la decisione cinica di Occhetto, D’Alema e Veltroni di eliminare manu militari il Partito Socialista, addirittura al prezzo della vita di Bettino Craxi, che aveva capito tutto, ma non quanto i comunisti fossero maledettamente -e sempre- dei comunisti.