Nella poesia di Eliot la Chiesa era una “Roccia” da edificare e difendere

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Nella poesia di Eliot la Chiesa era una “Roccia” da edificare e difendere

11 Aprile 2010

Un amico, presentando in un sito fiorentino alcuni interventi che si opponevano all’attacco cui il Pontefice è sottoposto da settimane, anche prima dell’articolo della Goodstein sul NYT, li introduceva, acutamente, con la citazione di celebri versi del dramma sacro La roccia ("The Rock", del 1934; generalmente reso con Rocca in italiano, ma The Rock è la Chiesa, la roccia dunque) di T.S.Eliot.

Nel Coro quinto, che ha movenza  di salmo,  Eliot evoca gli uomini dalle “eccellenti intenzioni” che “corrono attorno come cani, … e fiutano e abbaiano”, decisi a metter fine alle “turpitudini dei cristiani”. Contro l’assalto degli uomini dalle “eccellenti intenzioni (e cuore impuro)” il moderno salmista esclama: “Siamo circondati da serpenti e da cani: per cui qualcuno deve stare all’opera [di costruzione], e altri reggere le lance”. È che i cristiani devono riedificare senza sosta la Città. Il Coro quarto, che rievoca il ritorno di Neemia in una Gerusalemme cadente,  aveva anticipato il tema: “Così edificarono, come gli uomini devono edificare,/ Con la spada in una mano e la cazzuola nell’altra”.  Tanto più colpisce, nella meditazione di T.S. Eliot, che questa debba essere anche la modalità dell’esistere cristiano. La vita del cristiano è dare opera alla città di Dio in terra; ma in Gerusalemme vi sono “fuori nemici per distruggerla/ E dentro (…) spie  ed opportunisti”. Per questo l’agire che edifica (la cazzuola) dovrà essere difeso (le metafore delle lance, della spada). La voce dei Salmi, di cui Eliot si fa eco, è sempre realistica, che celebri l’intronizzazione del Signore o scruti l’incombere del nemico, dell’aggressore magico, o denunci a Dio ferite e patimenti. Non si può non pensare, in quegli anni, all’ebreo che nella Palestina del mandato britannico ricostruisce Israele (“con la cazzuola in una mano, e la pistola/ pronta nella fondina”, un’altra delle versioni della formula eliotiana). 

Ma Eliot mostra una lettura fine, importante per l’oggi, della congiuntura nihilistica indotta dalle “eccellenti intenzioni”, dall’agitarsi provvidente. Per queste persone eccellenti la Chiesa è una “casa il cui uso è dimenticato”; coloro che vi abitano appaiono “come serpenti distesi su scale cadenti,/ soddisfatti al sole”.  Gli altri fiutano e abbaiano, e “dicono, Questa casa è/ un nido di serpi, distruggiamola,/ Mettiamo fine a questi abomini, alle turpitudini/ dei Cristiani”. Sensibile alle culture anticristiane, specialmente a quelle del nuovo engagement  degli anni Trenta, Eliot scruta il contrasto tra la Chiesa e gli uomini del pacificato nichilismo, ai quali Essa ricorda “il male e il peccato, e altri fatti spiacevoli” (Coro sesto). E aggiunge: “[uomini che] cercano sempre d’evadere/ dal buio esterno e interiore/ sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno/ avrebbe bisogno d’essere buono./”. Eliot penetrava quello che altri chiamavano alienazione e ne colpiva, contemporaneamente, gli aberranti ideali di uomo disalienato; lo faceva adottando la simbolica cristiana. La sua lettura è, di conseguenza, duratura, senza declino.

Ascoltavamo queste parole nelle rappresentazioni della Rocca, non rare nel dopoguerra, ed erano attuali. Attualissime oggi, dopo un certo oblio: la cattolicità ha supposto, infatti, per decenni che la costruzione della Città di Dio non avesse avversari, se non quelli evocati dalle retoriche ‘rivoluzionarie’ (equivocando tra le due Città). Ha talora disperso, in questo mezzo secolo, il sapere che edifica non solo l’anima ma la Città, e perduta la coscienza che l’edificio in costruzione ha dei nemici, e va difeso. T.S.Eliot non suggeriva visioni di gloria prossima – coltivate semmai da chi confonderà Chiesa e Proletariato, ed oggi identifica la Chiesa con una vita buona e garantita, corpi integri e sani, senza peccato né colpa: un nichilismo sorridente e ordinatore, nella “totale confusione del bene e del male”.  Ma scriveva, quasi intravedesse il decennio imminente: “se il sangue dei Martiri deve fluire sui gradini/ Dobbiamo prima costruire i gradini;/ E se il tempio dev’essere abbattuto/ Dobbiamo prima costruire il Tempio”. 

In una popolazione prevalentemente cristiana e cattolica, come l’italiana, le arene del costruire e del difendere la Città sono numerose, ad un tempo personali (fatti dell’anima), di relazione e pubbliche: istituzioni, pratiche, leggi.  Una maggioranza cattolica, sia pure difforme e multiforme, non può mostrarsi inerte e soddisfatta di fronte a coloro che “fiutano e abbaiano” contro la verità e l’istituzione cattolica. Non è incantata dalle apparenze di bene, dalle impure “ragioni del cuore” degli anticristiani dal volto umano; il Coro quinto inizia con versi indimenticabili, da citare per intero: “O Signore, difendimi dall’uomo che ha eccellenti/ intenzioni e cuore impuro: perché il cuore/ è su tutte le cose fallace, e disperatamente/ malvagio”.

Abbiamo avuto notizia dell’ennesimo intervento (intempestivo) del Card. Carlo Maria Martini, per un ripensamento del celibato nella Chiesa. Più recentemente anche di una sua ferma difesa di Benedetto XVI. Pastore di grande sensibilità, teologo spirituale, il Cardinale ha nei decenni poco contribuito a mettere in guardia i fedeli cattolici dalla schiera di uomini che hanno “eccellenti intenzioni”; la “Cattedra dei non credenti” era destinata a dar autorità ad intelletti dai quali ci si sarebbe dovuto, contemporaneamente, saper difendere. È ormai urgente chiedersi se in quella stagione (di cui la “Cattedra” è solo un istituto simbolico) i credenti non avessero posato e la cazzuola e la spada, e se ne stessero senza azione propria né responsabilità verso se stessi (come cittadini della Città di Dio) alla mercè di nuovi maestri.

Certo, la postmodernità ha corretto l’utopia evocata da Eliot: da qualche decennio il sogno è quello di “sistemi talmente imperfetti che più nessuno abbia bisogno d’essere buono”. Ma quel duplice volto del falso amico, eccellenti intenzioni/cuore impuro, è ancora più marcato nel magma postmoderno; anzi, potrebbe esserne assunto ad emblema. Abbiamo bisogno di  guide che, contraddicendo il magma, costruiscano mura e sappiano usare le armi; cristiane, spirituali, intellettuali, ma armi. Cosa non facile, perché l’edificare e il combattere sono virtù che la postmodernità ignora o aborrisce.