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Nella scuola contano i contenuti dell’insegnamento non le teorie liberali

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L’intervento di Della Vedova e Palma dimostra – sia detto con simpatia e cordialità – qual è il principale problema nella discussione attuale sulla scuola. Si tratta del fatto che si parla troppo spesso senza cognizione di causa, sulla base di dati statistici o inchieste che non di rado riflettono male la realtà e soffermandosi sugli aspetti organizzativi e di sistema senza dire nulla del problema dei contenuti dell’insegnamento, probabilmente perché se ne sa poco o non si ha il tempo e la voglia di informarsi. Che senso ha prendere come oro colato il rapporto Pisa – che contiene aspetti non poco discutibili – e ignorare la situazione sul campo? Che cosa intendono Della Vedova e Palma con “competenze matematiche rudimentali o nulle?”. Hanno un’idea precisa di che cosa sia la capacità di lettura e scrittura effettive degli scolari italiani? Si sono fatti un’idea delle forme concrete di tali incompetenze e, soprattutto, delle loro cause, al di là di percentuali che non vogliono dire nulla.

Vediamo allora di precisare alcuni punti. Quando Della Vedova e Palma dicono che il disastro della scuola non è certamente colpa di un ministro (Moratti) e che è soltanto propaganda voler far credere che l’attuale ministro (Fioroni) è il salvatore del sistema dell’istruzione, dicono una cosa perfettamente vera. Difatti, nell’articolo che ho pubblicato ieri su L’Occidentale (e in precedenti articoli sul Foglio) ho parlato di un disastro che è iniziato negli anni settanta e che ha preso corpo in modo chiaro nelle riforme dal 1985 in poi. Si tratta quindi di più di un trentennio di un sistematico lavoro di demolizione che ha sostituito una riforma tanto magistrale quanto appartenente ad un’altra era (la riforma Gentile) con un coacervo di sperimentazioni deliranti ispirate a un pedagogismo deteriore.

La polemica su questo andazzo – che non è soltanto italiano – è diffusa ed evidentemente Della Vedova e Palma non ne sono informati. Per esempio, potrebbero aggiornarsi sulla vicenda del matematico francese Laurent Lafforgue, che è stata talmente clamorosa da suggerire di invitarlo a presentare le sue idee sulla scuola al Meeting di Rimini davanti a un pubblico enorme. Quando Della Vedova e Palma ironizzano dicendo che «nessun dottor Stranamore ha ingiunto di sostituire Google alle tabelline o di rimpiazzare i racconti di Salgari con i Peanuts» non si capisce con chi ce l’abbiano, visto che nessuno ha mai detto questo. Al contrario. I pedagogisti che dominano sulla scena scolastica italiana da un trentennio almeno non c’entrano nulla con la politica delle tre “i”. C’entrano piuttosto con una sostituzione metodica dell’insegnamento disciplinare con un complesso di vuote metodologie che hanno trasformato la matematica, la storia o la geografia in altro da sé. La colpa della gestione della scuola durante il quinquennio del centro-destra non è tanto di aver propugnato la politica delle tre “i” – che pure era lungi dall’essere entusiasmante ed adeguata alle necessità nonché culturalmente valida – quanto di aver proseguito con l’andazzo precedente, affidando la gestione dei programmi scolastici alle stesse caste di sinistra (stataliste e dirigiste) che avevano dominato da decenni e, in particolare, nei precedenti governi di centro-sinistra.

Della Vedova e Palma dovrebbero chiedersi cosa abbia a che fare con una politica liberale l’idea dirigistica e quasi sovietica che i contenuti dell’insegnamento siano determinati da un ceto pedagogico-burocratico-sindacale come avviene da decenni, e perché mai il centro-destra non abbia saputo mostrare il proprio liberalismo rompendo con questo andazzo, ed anzi continuando ad alimentarlo a tutto spiano. Dovrebbero chiedersi cosa abbia a che fare con una politica liberale dare spazio alla matematica del cittadino zapateriana. Hanno mai letto le indicazioni del 2004? Hanno letto i passaggi in cui si dice che «un obbiettivo specifico di apprendimento di matematica è, e deve essere sempre, allo stesso tempo, non solo ricco di risonanze di natura linguistica, storica, espressiva, estetica, motoria, sociale, morale e religiosa, ma anche lievitare comportamenti personali adeguati alla Convivenza civile»? Si rendono conto che un simile approccio esce di sana pianta dalle cucine del Sindacato Cgil dei Lavoratori della Conoscenza? La libertà didattica invocata da Della Vedova e Palma non esiste perché l’insegnante è ridotto a un passacarte delle impostazioni determinate in modo dirigistico dai pedagogisti democratici e se questo non è certamente colpa della scuola delle tre “i”, il centro-destra ha la colpa di aver accettato in pieno questo modello.

Sono perfettamente d’accordo che i principi della sussidiarietà  e gli altri enunciati da Della Vedova e Palma sono importanti e corretti e utili a far uscire la scuola dalla crisi. Intanto, però dobbiamo gestire una scuola pubblica che rappresenta la quasi totalità dell’istruzione e tale resterà per lungo tempo, a meno di sognare.

Quel che temo soprattutto è che a Della Vedova e Palma importi poco dei contenuti dell’insegnamento. Temo che essi pensino che basti affidarsi agli interventi strutturali e all’uscita dalla logica del pubblico impiego e del monopolio e di quel che si insegna a scuola poi chi se ne importa, ognuno fa come gli pare. E qui sbagliano e di grosso. Perché l’ignoranza matematica non è frutto semplicemente della struttura statale della scuola, ma della degenerazione dei contenuti dell’insegnamento nell’ultimo trentennio. La capacità di leggere e di scrivere è crollata perché a scuola non si insegna più nemmeno a tenere una penna in mano.

Credere di poter risolvere le cose in termini soltanto gestionali è pura illusione. La sostanza della scuola sono i contenuti dell’insegnamento e credere di potersi infischiare di questo aspetto lasciandolo al “laisser faire, laisser aller”, è un grave errore.

Siamo in tanti a tentare di sollevare queste tematiche da tempo. Si era sperato che, dopo la tragica era berlingueriana, il centro-destra avrebbe mostrato maggiore attenzione. E invece, per pigrizia mentale o per non rompere con certe caste, ha continuato con lo stesso andazzo. Non è affatto di buon auspicio che gli indirizzi della politica scolastica di un centro destra che torni al governo vengano riproposti in modo talmente acritico, con tanta disattenzione per gli argomenti e i problemi avanzati, liquidandoli con una battutaccia sui dottor Stranamore della pedagogia che dimostra soltanto la scarsa voglia di ascoltare e confrontarsi.

 

 

 

 

Giorgio Israel

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