Nessuna incoerenza. Ad ispirarlo fu sempre la passione civile e religiosa

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Nessuna incoerenza. Ad ispirarlo fu sempre la passione civile e religiosa

24 Maggio 2009

Pubbliciamo qui di seguito l’intervento che Gaetano Quagliariello, senatore del Pdl, ha pronunciato in occasione della commemorazione di Baget Bozzo al Senato.

Signor Presidente, colleghi senatori,

se si provasse a mettere in fila le diverse esperienze attraverso le quali la passione politica di Gianni Baget Bozzo si è sviluppata dagli anni Quaranta fino ai giorni nostri, e se si ricostruisse questo percorso prescindendo dall’afflato e dalla generosità dell’uomo che l’ha interpretato per oltre mezzo secolo, sembrerebbe quasi di trovarsi di fronte a un personaggio in cerca d’autore. Ma se si rilegge la storia d’Italia del secondo dopoguerra con gli occhi di don Gianni, se ci si immedesima in questo appassionato pensatore innamorato della libertà, si comprende come le varie tappe della sua vicenda umana siano state in realtà momenti di una lettura unitaria e coerente, che di volta in volta ha sperimentato le forme empiricamente più adeguate per farsi politica.

Da storico acuto qual era, don Gianni avrebbe tratto grande gusto nell’analizzare la sua vivace biografia. E avrebbe trovato qualcosa di straordinario nella parabola esistenziale di un uomo che ha veramente combattuto la resistenza e quindici anni dopo, nel pieno dell’egemonia ideologica dell’antifascismo di Stato, ha avuto il coraggio di classificare il fascismo come fenomeno storico da sottoporre a valutazione oggettiva, al di là delle categorie del fascismo e dell’antifascismo. Che ha imparato da Dossetti e Maritain che si poteva essere moderni e cristiani al tempo stesso, ma poi, di fronte all’incalzare della secolarizzazione, piuttosto che aderire alla facile via del rigetto della politica ha scelto di perseguire una strada più ardua ma anche più ambiziosa: ricercare la sintesi possibile tra i propri ideali e alcuni esiti della modernità.

Mentre il suo percorso subisce questa prima evoluzione, dopo aver militato nelle file della Democrazia cristiana del dopoguerra, Baget Bozzo scorge nella svolta a sinistra della stessa Dc la consacrazione di quel "pragmatismo a-cristiano" contro il quale, attraverso una prospettiva in continua evoluzione, avrebbe lottato per il resto dei suoi giorni. Da qui lo sguardo interessato all’esperienza gollista, l’avvicinamento a un Tambroni ormai in disgrazia e a una giovane generazione destinata a trascorrere gli anni Sessanta chiusa in un ghetto; negli stessi anni, mentre Moro e Scelba lo aiutano a guadagnarsi da vivere, Baget Bozzo matura la scelta del sacerdozio e diventa collaboratore del cardinale Siri.
E’ anche il momento dell’elaborazione culturale sul fronte storiografico: la Dc, il tradimento della sua “vocazione” e l’apertura a sinistra divengono campi d’analisi impietosa. Ne scaturiscono libri che ancora oggi resistono come capisaldi della storiografia.

Finché, negli anni Settanta, è l’avvento della cosiddetta "società radicale" a stuzzicare l’instancabile curiosità intellettuale di don Gianni e a presentargli una nuova sfida. Di fronte a quella che percepisce come la sostituzione del concetto di bisogno al concetto di individuo, Baget Bozzo avverte l’esigenza di un elemento comunitario, sociale, e in questa fase guarda persino al Partito comunista come possibile interlocutore.

Il successivo avvicinamento al PSI, e in particolare alla figura di Craxi, non è un ripensamento. E’ piuttosto una ulteriore lineare evoluzione del percorso di un intellettuale-demiurgo, che persegue un suo coerente disegno ideale di fondo, e di volta in volta individua il contesto e l’opportunità politica che meglio possono favorire la realizzazione del progetto che ha in mente: sottrarre l’Italia alla morsa delle ideologie, e consentire al nostro Paese di trovare una strada lungo la quale le ragioni della modernità potessero laicamente comporsi con la nostra identità e la nostra tradizione, e “l’evento della libertà” potesse ritrovare quel nesso indissolubile con “l’evento cristiano” – in una prospettiva erasmiana – nella convinzione che entrambi gli eventi “si fondano sul concetto che l’uomo sia una persona e che la persona possa creare”.

Baget Bozzo vedeva lo scorrere di un sentimento popolare profondo al di sotto della marea della cultura dominante. E nell’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica ha individuato l’occasione affinché, attraverso il riconoscimento reciproco tra il popolo e il leader, la sfida fosse lanciata, e tale sentimento di libertà potesse emergere e trovare rappresentazione.

Poche settimane prima di lasciarci, don Gianni ha potuto assistere, seppure a distanza, alla nascita del frutto più maturo del suo intenso percorso esistenziale: quel Popolo della Libertà al quale ha così profondamente contribuito con il consiglio, lo stimolo, la discussione. E in una delle sue ultime lettere, poco dopo la fondazione del nuovo partito, già guardava al passo successivo: come istituzionalizzare quel fatto sconvolgente per il sistema politico italiano rappresentato da un congresso nel quale si erano incontrati sulla destra dello schieramento politico un popolo, una classe dirigente, un leader. “Vedo che andiamo in questa direzione – scriveva don Gianni -, e il morso che la grande crisi purtroppo farà subire al Paese fonda la possibilità politica” della riforma costituzionale.

Trarre forza dal momento di difficoltà e cogliere l’opportunità storica di modernizzare le nostre istituzioni: questo è l’ultimo grande compito che don Gianni ci ha lasciato in eredità. Faremo di tutto per essere all’altezza della sua generosità, della sua passione, della sua speranza.