Nessuno si è accorto che il semestre della Svezia sarà cruciale per la UE

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Nessuno si è accorto che il semestre della Svezia sarà cruciale per la UE

13 Luglio 2009

Nella oramai consueta cornice di scarso interesse da parte dei media europei, il primo luglio scorso si è aperto il semestre di presidenza svedese dell’Unione europea. Quello avviato dal Primo ministro conservatore Reinfeldt sarà, almeno nelle attese, un semestre cruciale.

Innanzitutto l’agenda prevede tre dossier chiave: crisi finanziaria, clima e giustizia e affari interni. A questi tre grandi cantieri si deve poi aggiungere la grande incognita istituzionale. Oltre all’attesa per il voto irlandese (ma anche per le decisioni dei presidenti della Repubblica Ceca, della Polonia e della Corte costituzionale tedesca) non bisogna trascurare la difficile posizione in cui si trova la Commissione, con un Presidente rinnovato solo a metà e la scadenza naturale del suo mandato oramai alle porte (31 ottobre 2009). Insomma il giovane Capo del governo svedese si trova a gestire un mix esplosivo di “ordinaria amministrazione” e di “incognite istituzionali” da far tremare i polsi al più navigato dei leader continentali.

Innanzitutto la cosiddetta “ordinaria amministrazione”, che di ordinario, in realtà, rischia di avere davvero poco. Come si è detto sono tre i principali dossier sul tavolo della presidenza svedese.
Il primo è quello che riguarda, naturalmente, la crisi economico-finanziaria globale. Su questo fronte Stoccolma sembra aver scelto il doppio binario del pragmatismo e del volontarismo.

Da un lato Reinfeldt ha dichiarato di voler procedere sul fronte delle iniziative portate avanti da Consiglio e Commissione (coadiuvate dalla Commissione Larosière) con l’obiettivo di creare un nuovo sistema finanziario europeo. Stoccolma dovrà fornire un impulso fondamentale affinché i progetti per la creazione di un European System of Financial Supervisors (che dovrebbe fissare gli standard europei ai quali le supervisioni nazionali dovranno adattarsi) e di un European Systemic Risk Board (vero e proprio termometro in grado di emettere “early warnings” in caso di rischi alla stabilità finanziaria).

Le maggiori difficoltà sono politiche. Stoccolma, infatti, dovrà cercare di mediare tra la posizione francese (e in parte tedesca), decisa a sfruttare la “occasione” della crisi per creare un sistema articolato di regole (spesso non troppo sfavorevoli a Parigi) e quella inglese, totalmente in disaccordo rispetto alla possibilità che la supervisione europea possa sostituirsi a quella nazionale.

La questione si complica ulteriormente quando la “ricetta Sarkò” relativa a più regole per hedge funds e private equity entra nuovamente in contrasto con il liberalismo economico-finanziario inglese (che teme di perdere il ruolo di leader finanziario continentale), per tramutarsi in possibile punto di rottura sulla nomina del presidente dello European Systemic Risk Board. Su questo fronte gli inglesi non hanno ancora accettato l’opzione che sia scelto per il ruolo il presidente della Bce, convinti che in questo modo gli undici Paesi dell’area non euro finirebbero per ricevere una scarsa tutela.

Accanto a questa complicata opera di mediazione tra le due anime dell’Ue, Reinfeldt non ha poi esitato ad inserire anche il suo personale punto di vista a proposito dei piani di rilancio economico anti-crisi. E in questo caso il liberalismo del Primo ministro non ha esitato ad emergere: basta con l’abuso del deficit spending, è tempo di chiudere con i piani di rilancio all’insegna dell’aumento costante ed incontrollato del debito pubblico. Un Paese di medie dimensioni come la Svezia, certamente geloso del suo mitico welfare state, in questa fase non può che sentirsi minacciato dai proclami provenienti da alcune capitali europee (prima fra tutte Parigi) che prospettano scenari foschi di protezionismo e dirigismo economici.

Secondo grande dossier quello climatico. L’obiettivo è quello di giungere alla Conferenza Onu sul clima di Copenaghen (7-18 dicembre 2009) con i 27 uniti nell’ambizioso progetto di riduzione delle emissioni inquinanti (il cosiddetto 20-20-20) messo a punto dalla presidenza tedesca nel 2007 e chiuso da quella francese nel dicembre scorso.

Certamente la crisi economica potrebbe ridimensionare le promesse assunte dai Paesi europei (in particolare da quelli più in difficoltà, cioè i Paesi dell’est europeo). Ma il vero passaggio proibitivo consisterà nel non giungere all’appuntamento danese accorgendosi di essere l’avanguardia di un fronte che in realtà non esiste. L’Unione europea deve aiutare gli Usa di Obama, impegnato nel difficile compito di far accettare al suo Paese scelte drastiche nel settore energetico. Ma ancor di più deve porsi accanto a Washington nel tentativo di coinvolgere la Cina nel negoziato di Copenaghen. Difficilmente un nuovo protocollo sul clima avrà senso senza la partecipazione della Cina e inoltre un forfait cinese condurrebbe il Senato Usa a bocciare qualsiasi piano di riduzione delle emissioni di gas tossici.

Il terzo passaggio cruciale che attende la Svezia è l’avanzamento nei lavori dello “Stockholm Programme”, che dovrà nel periodo 2010-2014 sostituire l’“Hague programme” e fissare l’agenda per la cooperazione europea nei settori cruciali della giustizia, dell’immigrazione e della sicurezza interna. L’obiettivo è quello di sviluppare una strategia comune per la sicurezza interna dell’Unione.

Gli ambiti di intervento sono numerosi e di estrema rilevanza. Si va dalla creazione di un sistema comune per l’attribuzione del diritto d’asilo fondato sul cosiddetto “burden sharing”, finalizzato cioè a spartire il carico di richieste d’asilo tra tutti i Paesi membri e di conseguenza allentando la pressione su Paesi iper-sollecitati come Malta, Italia e Spagna, a quello della più grande banca dati di impronte digitali al mondo. Ultimo e ambizioso programma la creazione di una carta d’identità comune a tutti i cittadini dell’area Schengen, emessa dallo stesso consolato europeo. Anche su questo punto, naturalmente, è soprattutto la Gran Bretagna a dichiararsi scettica.

Se la cosiddetta “ordinaria amministrazione” appare impegnativa, le incognite istituzionali potrebbero rivelarsi proibitive. La situazione di fondo è di grande transizione. Il Parlamento europeo non è ancora formalmente entrato in carica (la prima seduta plenaria si terrà il 14 luglio prossimo), la Commissione è in scadenza di mandato (formalmente il 31 ottobre) e il nuovo Presidente galleggia in una sorta di limbo: formalmente riconfermato dai Capi di Stato e di governo ma non politicamente in grado di operare per l’assenza del voto del parlamento di Strasburgo. Inizialmente Reinfeldt era stato chiaro: la Svezia non intende assumere la presidenza dell’Ue con un Presidente della Commissione, Barroso, in realtà “anatra zoppa”.

In sostanza da Stoccolma si chiedeva un rapido voto di conferma da parte di Strasburgo. Le ultime indiscrezioni e una dichiarazione dello stesso Reinfeldt hanno cambiato le carte in tavola: la riconferma di Barroso non arriverà prima di settembre e addirittura potrebbe essere posticipata al post referendum irlandese. Proprio il secondo referendum di Dublino turba ulteriormente il sonno di Reinfeldt (e non solo il suo!). Se l’ipotesi di un nuovo “no” non è scaramanticamente contemplata, anche in caso di ratifica gli scenari che si aprono non sono dei più lineari.

A quel punto si tratterebbe di gestire la delicata nomina del Presidente dell’Ue e dell’Alto Commissario, per poi passare alla formazione della Commissione, con l’ulteriore incognita del numero dei commissari (una clausola voluta da Dublino impone il mantenimento di un commissario per Paese membro, ma nessuno ha stabilito per quanto la norma durerà in vigore, dato che Lisbona in origine prevedeva un numero di Commissari pari ai 2/3 dei Paesi membri). Anche nell’ipotesi di un “sì” sarà comunque complicata la creazione della nuova Commissione, con Francia e Germania, in particolare, alla spasmodica ricerca di aggiudicarsi il decisivo “dicastero” del Mercato Interno.

Di fronte ad una congiuntura così complessa viene da domandarsi se la Svezia, che garantisce la presidenza della Ue per la seconda volta (la prima era stata nel 2001) dal suo ingresso nel 1995, sarà all’altezza dei compiti. Non pochi osservatori hanno sottolineato che, dopo l’“encefalogramma piatto” della presidenza della Repubblica Ceca, difficilmente si potrà fare peggio. Di sicuro a Stoccolma siedono un Primo ministro giovane, ambizioso e moderno (un conservatore atipico, sul modello dell’inglese Cameron, liberale convinto ma attento alla dimensione sociale dell’impegno politico) e un Ministro degli esteri, Carl Bildt, con esperienza da vendere e ottimi contatti in tutte le capitali europee.

Ciò non toglie che non sarà semplice per la presidenza svedese navigare tra le acque tempestose della complicata crisi economica europea, cercando di portare l’Unione finalmente fuori dalle sue “secche istituzionali”, riuscendo a conquistarsi un minimo di autonomia tra l’assillante protagonismo francese (che dal dicembre 2008 esercita una sorta di “presidenza ombra” dell’Ue) e le più o meno visibili crepe nella governance economica europea. All’evidente contrasto tra il protezionismo francese e il liberalismo anglosassone, potrebbe aggiungersi a breve l’inedito, e ben più pericoloso, scontro tra ortodossia di bilancio di Berlino e “spese folli” dell’Eliseo. Trovarsi investito da una profonda crisi alle fondamenta dell’edificio europeo sarebbe davvero troppo anche per il volenteroso Reinfeldt.