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Mulini a vento

Nessuno tocchi il Porcellum

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Ci avrebbe certo fatto piacere se la Corte Costituzionale avesse ammesso il referendum, ma la sentenza con la quale ieri ne ha dichiarato l’inammissibilità è ineccepibile. Non c’è bisogno di essere Carnelutti per capire che l’abrogazione di una norma abrogatrice non fa in alcun modo rivivere la norma abrogata e che quindi il referendum abrogativo del Procellum non avrebbe in nessun modo potuto far rivivere il Mattarellum e che, ancora quindi, il referendum avrebbe prodotto un inammissibile e pericoloso vuoto normativo in uno de gangli fondamentali del sistema democratico: la legge elettorale per l’appunto. La Corte questa volta si è limitata ad un’applicazione dei suoi consolidati principi e non si è avventurata come in altre occasioni recenti (lodo Alfano docet) in spericolati ragionamenti innovativi.

E del resto, diciamola tutta, ormai, nonostante le dichiarazioni di facciata erano in pochi a volerlo davvero questo referendum. Il referendum infatti era stato pensato come strumento per tentare di dare la spallata al Governo Berlusconi, che di fronte ad esso avrebbe dovuto scegliere o riuscire a trovare una difficile sintesi fra PdL e Lega e fra le anime del PdL stesso o dimissioni e elezioni anticipate. Venuto meno il Governo è caduto il principale obiettivo del referendum.

Anzi il ritorno ad un sistema maggioritario, per quanto annacquato con il 25% di proporzionale, avrebbe complicato non poco i piani di molti in questa fase di grande movimento e confusione politica. Nel sistema della legge Mattarella, infatti, la logica bipolare e maggioritaria è assai più stringente che nell’attuale sistema, che porta la firma del Ministro Calderoli. Nel precedente sistema lo spazio autonomo per le terze e le quarte forze è assai ridotto e tutti i partiti sono indotti a trovare una sintesi prima del voto in modo da presentare candidati comuni nei collegi uninominali. Non solo, ma il fatto che i partiti abbiano candidati comuni per l’elezione di tre quarti dei parlamentari determina un ulteriore incentivo all’integrazione fra gli stessi. Il deputato (o il senatore) eletto in un collegio uninominale deve la sua elezione non solo al suo partito che lo ha indicato ma anche ai partiti alleati che hanno accettato l’indicazione e lo hanno sostenuto in campagna elettorale. Ciò alla lunga determina un affievolimento della dialettica interna alle coalizioni politiche e quindi un attenuazione di quella rissosità permanente fra alleati che rappresenta uno dei problemi principali del nostro bipolarismo.

Del resto ci vuol poco per convincersene. Qualunque fosse il risultato elettorale, è certo che con il mattarellum il numero di seggi conquistati dal fantomatico terzo polo (che riunisse UDC, FLI, API e compagnia cantante), non alleato con uno dei due grandi poli, sarebbero assai misero. E stesso discorso vale per la sinistra radicale che, presentandosi da sola, forse riuscirebbe a superare l’attuale soglia di sbarramento ma sicuramente non riuscirebbe a vincere in nessuno dei collegi uninominali. E la stessa Lega se si ritornasse al Mattarellum dovrebbe accantonare qualunque tentazione isolazionista e rassegnarci a ricucire il rapporto con il PdL.

La verità è che il Mattarellum è, come tutti i sistemi maggioritari, un sistema che conviene alle forze maggiori le quali avrebbero tutto l’interesse (e tutte le ragioni) per allearsi e conseguire l’obiettivo. Ma sia il PD che il PdL sembrano vittime in questa fase politica di un grave fenomeno di inconsapevolezza e di una sorta di cupio dissolvi, che li porta a compiere scelte tattiche che alla fine rischiano di accontentarli e portarli alla dissoluzione.

Nel caso del PD il problema è antico e deriva dal confronto mai risolto fra l’anima riformista è quella massimalista del partito. Tale confronto, che ha avuto pagine alte nella storia del PCI, è oggi ridotto ai battibecchi fra D’Alema, Veltroni e Bersani, ai dolori esistenziali della componente popolare, alle liriche nostalgie di chi strizza l’occhio a Nichi Vendola ed alla sinistra antagonista. Il fatto è che il PD, a dispetto del nome, non ha mai veramente scelto se puntare a diventare un partito democratico contemporaneo, e quindi candidarsi a governare senza bisogno di stampelle, o accontentarsi di essere un partito socialdemocratico novecentesco, che può sì andare al governo ma solo con la benedizione dei cattolici di sinistra.

Ma anche il PdL attraverso un periodo assai critico. La caduta del Governo Berlusconi sembra aver prodotto un durissimo contraccolpo psicologico prima che politico. La prospettiva di un PdL senza Berlusconi non solo ha, come era prevedibile, allentato drammaticamente i legami di solidarietà e lealtà interna. Non solo ha fatto riemergere le identità e le sensibilità politiche differenti che precedentemente erano portate a sintesi da Berlusconi. La caduta del Governo ha determinato una vera e propria crisi di senso, Oggi molti dei leader del PdL danno la chiara impressione di non credere loro per primi che il PdL possa sopravvivere a Berlusconi, che il PdL rappresenti l’asse portante della società civile italiana e che pertanto occorra soltanto lavorare per rendere tale funzione rappresentativa effettiva ed adeguata. E solo così si spiegano i balbetti sulle liberalizzazioni, l’assenza sulla riforma del mercato del lavoro e, da ultimo, le incertezze sulla riforma elettorale.

Ma se questo è il quadro, di una cosa sola possiamo essere certi. Se questo Parlamento dovesse davvero riuscire a riformare il sistema elettorale il risultato sarà un pasticcio ignobile. Un pasticcio che eliminerà, o comunque ridurrà, il tasso di “maggioritarismo” del sistema e quindi ci riporterà ai fasti della Prima Repubblica, con governi decisi dalle segreterie di partito dopo le elezioni, con governi totalmente prigionieri dei partiti, con governi di durata media inferiore ai dodici mesi. E un pasticcio che, in nome della democrazia e della lotta alla casta, reintrodurrà in qualche modo il voto di preferenza, con ciò determinando un secco aumento dei costi della politica, e quindi della corruzione, e la consegna alla criminalità organizzata della dialettica politica di una vasta area del Paese.

Ed è per questi motivi che, memori dell’adagio secondo il quale il peggio non è mai morto, diciamo: “nessuno tocchi il porcellum”.

 

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2 COMMENTS

  1. Quando i tecnicismi fanno comodo….
    Non c’è bisogno di essere Carnelutti, certo. Basta essere Azzeccagarbugli.
    I quesiti per una volta erano chiari e puliti. Ognuno poteva capirne le conseguenze. Vuoto legislativo? Esiste solo per una cultura giuridica che è stata capace di bocciare in parte la legge Pecorella e arrivare a sostenere che, malgrado l’esplicito dettato costituzionale, un Presidente può motu proprio graziare un condannato.

  2. Non c’è mercato in Italia per le riforme
    Articolo molto interessante e molto condivisibile: magari vivessimo in un paese dove i due partiti maggiori avessero la forza e la consapevolezza per assicurare al paese quella riforma che, da sola, probabilmente metterebbe alle nostre spalle 60 anni di cancrena partitocratica.
    I nostri partiti restano deboli, privi di strategia e visione. Aggiungo solo, rispetto all’autore del pezzo, che questa assenza di visione, mi pare, a ben guardare, sia lo specchio fedele di una società in cui le aree culturali principali (destra e sinistra) sono incapaci di qualsiasi spinta propulsiva e riformista degne di questo nome. I nostri partiti, in sostanza, sono quello che sono perché la massa degli elettori, di destra come di sinistra, è ultraconservatrice, non ha consapevolezza né chiede quelle riforme e quell’innovazione determinanti per avvicinare il nostro paese alle democrazie sviluppate contemporanee.

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