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Netanyahu al bivio: con gli americani o con la sua maggioranza di governo?

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Gerusalemme. Conto alla rovescia per il governo Netanyahu? L’interrogativo fa capolino nei commenti della stampa israeliana. Il premier è riuscito a cacciarsi nel vicolo cieco che per 20 mesi aveva evitato come la peste. Dopo aver ripetuto come un mantra che una storica intesa tra israeliani e palestinesi può scaturire solo con colloqui a quattr’occhi tra i leader dei due popoli, ieri, nell’incontro coll’inviato di Obama, George Mitchell, è stato costretto a dirsi disponibile ad affrontare in negoziati indiretti tutti i nodi più intricati del conflitto, ovvero lo status di Gerusalemme, i confini del futuro stato palestinese, i profughi.

L’inversione di marcia imposta dall’Amministrazione Usa. Dopo settimane di inconcludenti negoziati col premier israeliano sul congelamento degli insediamenti, il segretario di Stato americano Hillary Clinton, in un discorso che ha tutta l’aria di essere stato meticolosamente preparato, ha fatto cadere la richiesta di una moratoria nelle nuove costruzioni e ha proposto colloqui indiretti tra israeliani e palestinesi sui “core issues”, le questioni di fondo che per 18 anni hanno impedito un accordo.

Una mossa a sorpresa, con cui l’Amministrazione Obama da una parte prende atto dei suoi errori iniziali, dall’altra costringe israeliani e palestinesi a scoprire le carte. Mitchell farà la spola tra Gerusalemme e Ramallah per sollecitare rispettive concessioni. Washington si riserva il diritto di formulare ipotesi di compromesso, sulle quali il premier israeliano e il Presidente palestinese dovranno esprimersi con chiarezza.

Abu Mazen sarà costretto ad abbandonare il comodo slogan: “senza congelamento niente negoziati diretti” e cominciare a svelare quali concessioni è disposto fare in cambio del promesso Stato, dal momento che è chiaro, o almeno dovrebbe esserlo a tutti, anche ai palestinesi, che non è pensabile condurre un serio negoziato con l’obbiettivo di ottenere il 100 per cento delle richieste.

“Bibi” Netanyahu, dal canto suo, si troverà ben presto ad un pericoloso bivio: o entrare in seria rotta di collisione con il suo piu’ affidabile alleato o mettere in discussione la sua maggioranza di governo. Se le divergenze con l’Amministrazione americana sono state fin qui su un tema tutto sommato marginale, come quello del congelamento degli insediamenti, in futuro lo scontro potrebbe estendersi a temi ben più sostanziali, la reale intenzione di Netanyahu di porre fine allo status quo, che Washington ormai giudica contrario ai suoi interessi. D’altra parte, ogni concessione del premier israeliano su uno dei nodi del conflitto determinerebbe l’immediato sgretolamento della maggioranza di governo.

La terza strada, quella dell’immobilismo, della palude, fin qui seguita, sembra arrivata al capolinea. Ehud Barak, il ministro laburista della Difesa, è sempre più isolato nel suo partito. Finora, la parvenza di un processo di pace gli ha consentito di non ritirare il sostegno a Netanyahu. Ma senza uno scatto di reni da parte del premier, in un futuro il divorzio sarà inevitabile.

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