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Verso il voto di marzo

Netanyahu ricompatta la Destra ed è pronto a guidare Israele

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Il big bang stavolta ha il nome di Benjamin Netanyahu. E’ lui l’astro rinascente della politica israeliana. L’uomo che da ministro della Finanze – un incarico impopolare con cui Ariel Sharon, acerrimo rivale,  sperava di distruggerlo politicamente per sempre – ha introdotto un’energetica dose di liberismo senza la quale l’economia israeliana non avrebbe galoppato a tassi del 5 per cento dal 2003 fino all’inevitabile brusca frenata causata dalla crisi finanziaria globale.

In due settimane, il più filo americano dei politici israeliani è riuscito a mettere assieme una Grande Armada che difficilmente l’avversario più diretto, Tzipi Livni, potrà contrastare. La lista delle “stelle” che hanno annunciato la loro candidatura per il Likud è impressionante, non solo per numero e qualità ma anche per il differente orientamento politico: da Benny Begin, il figlio dell’ex premier Menachem Begin, indomito oppositore di ogni concessione territoriale; all’ex presidente del Consiglio di sicurezza nazionale Uzi Dayan, definito “sinistrorso” dalla vecchia guardia del Likud per essersi pronunciato a favore di un ampio ritiro dalla Cisgiordania.

Nella campagna acquisti condotta da Netanyahu, il nome più altisonante è di gran lunga  quello di Moshe Ya’alon, capo di stato maggiore dal 2002 al 2004, gli anni più difficili dell’Intifada dei kamikaze. Fu sostituito, con grande rumore, e violando una prassi fino allora rispettata (il rinnovo automatico di un anno della carica), per la sua contrarietà al ritiro dalla Striscia di Gaza deciso da Ariel Sharon. Ya’alon si è tolto molti sassolini dalle scarpe, scrivendo un libro acrimonioso, in cui accusa  Sharon di aver smantellato gli insediamenti di Gaza per distogliere i riflettori dalle inchieste giudiziarie che minacciano di travolgerlo. Netanyahu, che al ritiro si oppose, ha corteggiato Ya’alon per due anni.  Alla fine gli ha strappato il sì. I maligni dicono in cambio della promessa della poltronissima di Ministro della Difesa in caso di vittoria.

All’ingrossamento delle file del Likud fa da contrappunto la grande fuga dalla barca che affonda del partito laburista di Ehud Barak. Il ministro della Difesa ha subito, tra l’altro, la defezione di Ami Ayalon, eroe di guerra e coautore  di un piano di pace che porta il suo nome e quello dell’intellettuale arabo Sari Nusseibeh. Dell’insoddisfazione che circonda il partito laburista si è avvantaggiato Meretz, storico partito della sinistra , che si dissolverà in una “cosa” israeliana  ancora senza nome ma che ha già conquistato le pagine della stampa internazionale per l’adesione di intellettuali del calibro di Amos Oz e David Grossman. Al centro resiste Tzipi Livni. Il suo partito,  Kadima, non ha subito defezioni di rilievo, ma non ha neppure attratto nuovi astri. La leadership dell’attuale ministro degli Esteri è attesa alla prova del nove della composizione della lista elettorale: non sarà facile contenere le esose richieste avanzate da  Shaul Mofaz, sconfitto di misura alle primarie.

Al contrario delle elezioni precedenti, dominate da questioni sociali, quelle del 10 febbraio 2008 sono dominate dal tema della sicurezza: la minaccia di un Iran nucleare, il lancio di razzi da Gaza, l’insoddisfacente performance dell’esercito israeliano della  guerra agli Hezbollah. Ai blocchi di partenza,  il Likud è favorito: i sondaggi gli danno 34 seggi (il triplo degli attuali) su 120 della Knesset; contro i 28 di Kadima. A sinistra, tonfo annunciato per il partito laburista (appena 8 seggi contro gli attuali 11) e piccola avanzata della “sinistra letteraria” (7 seggi contro gli attuali 6 di Meretz). Il Paese insomma sembra svoltare a destra,  come sempre quando fosche nubi si addensano all’orizzonte. Ma anche fosse, sarebbe azzardato fare previsioni sulla direzione di marcia.

Finora, gli  unici premier che hanno fatto reali concessioni territoriali sono stati di destra: Begin con la restituzione del Sinai all’Egitto;  Sharon col ritiro da Gaza. Senza contare che il candidato favorito, Netanyahu, quando fu premier firmò con Arafat l’accordo sulla divisione di Hebron in due settori, uno sotto controllo israeliano l’altro palestinese. Il Medio Oriente riserva sorprese e  rovescia previsioni, soprattutto quando si cerca di leggere la politica  israeliana con le logore categorie di  campo della pace e campo della guerra.

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