Nicola Mancino ha tradito se stesso ma non deve dimettersi
05 Dicembre 2008
Nicola Mancino –galantuomo d’altri tempi- farebbe bene a pensarci su due volte prima di minacciare le dimissioni dal Csm. Questa scelta sarebbe troppo comoda, indegna di lui e della sua specchiata biografia. Prima di pensare o di dire che è pronto a dimettersi, Nicola Mancino ha altro da fare: ha da scusarsi –innanzitutto con sé stesso- per essersi tradito. Il vicepresidente del Csm è uno dei pochi politici italiani che sa in cosa consista questo peccato, ed è per questo che glielo ricordiamo con rispetto e amicizia. Nicola Mancino ha infatti tradito Nicola Mancino da quando è stato eletto al Csm e solo e unicamente per questo può –se lo crede, unico giudice- pensare a dimettersi.
Non certo per l’inguacchio indecente di una telefonata compromettente, rubata da un suo collaboratore su una sua utenza telefonica. Quando fu eletto al Csm –ed era chiaro che ne sarebbe stato eletto vicepresidente- il consenso fu unanime. Soprattutto da parte dei garantisti. Amico e di lunga data del teorico del garantismo italiano Giuseppe Gargani, Mancino –allora ministro degli Interni- ha attraversato la stagione delle forche di Mani Pulite e gli anni successivi a testa alta e testimoniando sempre una elegante avversità nei confronti della deriva giustizialista che tanto entusiasmava il Pds-Ds e tanta parte della sinistra ulivista e post ulivista in cui sarebbe infine confluito.
Presidente del Senato, Mancino ha favorito con saggia discrezione ma con intensi interventi sotterranei, il tentativo di riportare la magistratura nei suoi binari costituzionali operato in Bicamerale. La “bozza Boato”, fu frutto anche del suo paziente lavoro di cucitura e mediazione, tanto che era di pubblico dominio il consenso bipartisan di cui avrebbe potuto godere alla fine del mandato di Scalfaro, quale suo successore al Quirinale. Classica “réserve de la Rèpublique”, nessuno si stupì anni dopo quando fu scelto per dirigere il Csm. Dopo di che… il Mancino garantista che tutta Italia conosceva, scomparve, si dissolse, sparì, si rese trasparente e evanescente. Al suo posto comparve un Mancino semplicemente, incredibilmente succube. Sì: succube. La sua direzione del Csm è stata letteralmente irrilevante, quando non complice della deriva giustizialista. Se abbiamo assistito allo spettacolo indecente di un Procuratore di Santa Maria Capua Vetere che incrimina Mastella e sua moglie –e fa coscientemente cadere il governo Prodi- solo per vendicarsi di una disposizione che lo avrebbe costretto a traslocare in altra sede (le sue accuse all’Udeur di essere un associazione sovversiva erano pazzesche e assieme a tutte le altre contestazioni sono state immediatamente archiviate), lo dobbiamo anche a Nicola Mancino.
Se oggi le procure di Salerno e Catanzaro si perquisiscono a vicenda, si incriminano a vicenda e un domani prossimo si arresteranno a vicenda, lo dobbiamo anche a Nicola Mancino. Se i Pm di Milano pretendono di governare le relazioni internazionali dell’Italia e si ribellano sul caso Abu Omar sia alla decisione del governo Prodi, che a quella del governo Berlusconi, di opporre un sacrosanto segreto di Stato, lo dobbiamo anche a Nicola Mancino. Insomma, se la deriva istituzionale del Csm, della Anm, di tanta parte della magistratura, si è ormai trasformata in una valanga di fango e liquami che ormai travolge e sconvolge non più solo le istituzioni politiche, ma anche la stessa magistratura, lo dobbiamo anche a Nicola Mancino che è stato vuoi il complice, vuoi il “palo”, di tutte le manovre destabilizzanti operate dai più vari settori della magistratura militante o deviante negli ultimi tre anni. Mai, mai, il vicepresidente del Csm ha fatto da minimo argine all’arroganza istituzionale dei magistrati, neanche quando si sono riuniti per concordare decine di ricorsi identici alla Consulta per invalidare leggi, come fu fatto per la Bossi Fini, manovra costituzionalmente eversiva, meritoria del licenziamento in tronco. Succube dell’Anm, del Consiglio, delle “componenti”, Mancino si è ritagliato un ruolo vuoi di notaio, vuoi di copertura verso tutto e tutti, fino a entrare quasi in rotta di collisione col presidente del Csm, Napolitano, quando ha permesso che esso riaffermasse il suo ruolo di “terza Camera del Parlamento” quando ha contestato la non costituzionalità del Decreto Alfano.
Ora, per la inevitabile Nemesi, Mancino rischia di essere stritolato dalla stessa “Bestia” che ha lasciato tranquillamente scorazzare per le aule di giustizia. Un perfetto parallelo con il Pd veltroniano che vedrà i suoi fulgidi destini implodere nelle aule di giustizia di Firenze, Napoli, Perugia e Genova dove verrà malamente processato il malaffare delle sue giunte più prestigiose, mentre i compagni di merende giustizialiste dell’Espresso e di Repubblica si apprestano a diventare i suoi becchini, come lo furono dei partiti della Prima Repubblica.
