Niente dialogo, l’Iran vuole la resa incondizionata degli Stati Uniti

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Niente dialogo, l’Iran vuole la resa incondizionata degli Stati Uniti

07 Giugno 2008

In un comunicato stampa rilasciato la scorsa settimana, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha espresso "serie preoccupazioni" per il fatto che l’Iran stia continuando a nascondere i particolari del suo programma nucleare, mentre al contempo respinge le richieste dell’ONU di sospendere l’arricchimento dell’uranio.

Intanto, l’aspirante candidato democratico alla Casa Bianca Barack Obama, invece di proporre una strategia per contrastare la crescente minaccia rappresentata dalla Repubblica Islamica, ripete ciò che è oramai diventato un ritornello all’interno del suo partito: dialoghiamo con l’Iran. Ovviamente non c’è nulla di sbagliato nel voler dialogare con un avversario, ma Obama e i suoi sostenitori non dovrebbero far finta che questo rappresenti una qualche forma di "cambiamento". Infatti tutte le amministrazioni USA nel corso degli ultimi 30 anni, da Jimmy Carter a George W. Bush, hanno cercato di dialogare con i leader iraniani. Senza però riuscirci. 
 
Appena 2 anni fa il segretario di Stato Condoleezza Rice invitò la Repubblica Islamica per dei colloqui, seguiti da una serie di promesse che uno dei suoi collaboratori descrisse come "carote succulente" ma senza l’ombra di un bastone. A quel tempo mi trovavo a Washington. Uno degli assistenti della Rice mi lesse –  al telefono e di primo mattino – il testo della sua dichiarazione (testo che venne trasmesso poche ore dopo) chiedendomi cosa ne pensassi. Io risposi che non avrebbe mai funzionato ma insistetti sul fatto che, in ogni caso, la dichiarazione avrebbe dovuto menzionare le preoccupazioni americane concernenti le violazioni dei diritti umani in Iran. "Non desideriamo porre precondizioni", fu la risposta. "Potremo discutere di tutti i problemi una volta che avranno accettato di parlare". Suppongo che la Rice stia ancora aspettando che i mullah iraniani accettino il suo invito, anche se Obama la sta accusando di non volere negoziare.
 
Gli europei hanno inventato l’espressione "dialogo critico" per descrivere il loro approccio all’Iran. Difatti hanno negoziato con Teheran per più di due decadi, ottenendo nulla in cambio. Gli arabi, soprattutto Egitto e Arabia Saudita, trattano da anni con i mullah: gli egiziani per riallacciare i rapporti diplomatici interrotti da Teheran, i sauditi sulle misure da adottare per fermare la contrapposizione tra sunniti e sciiti nel mondo musulmano. Inoltre, è dal 1993 che la Russia cerca di raggiungere un accordo per definire lo status del mar Caspio attraverso colloqui con Teheran, senza che si sia raggiunto alcun risultato.
 
Il punto è che l’Iran è affetto dalla tipica crisi d’identità che affligge la gran parte delle nazioni che passano attraverso un’esperienza rivoluzionaria. La Repubblica Islamica non sa come comportarsi: come uno Stato-nazione o come la personificazione di una rivoluzione con pretese messianiche universali? Uno Stato nazione punta alla soluzione di questioni concrete come i confini ben delimitati, i mercati, l’accesso alle risorse naturali, la sicurezza, l’influenza e, naturalmente, la stabilità. Sono tutte questioni che possono essere discusse con altri Stati-nazione. Una rivoluzione, invece, non pretende nulla in particolare, per il semplice fatto che vuole tutto.

Nel 1802, quando Napoleone iniziò la sua campagna per la conquista del mondo, la minaccia non proveniva dalla Francia in quanto Stato-nazione ma dalla Rivoluzione Francese nella sua veste napoleonica. Nel 1933 fu la Germania la causa che minacciò il mondo. Durante il comunismo, l’Unione Sovietica personificò la causa rivoluzionaria e di conseguenza rappresentava un pericolo. Dopo aver cessato di essere una causa e dopo il riemergere dello Stato-nazione, la Russia non rappresenta più una minaccia per gli altri.
Il problema che il mondo, compresi gli Stati Uniti, ha oggi non è con l’Iran come Stato-nazione ma con la Repubblica Islamica come causa rivoluzionaria che mira a sottomettere il mondo sotto la guida dell’Imam Nascosto. La seguente dichiarazione dell’Ayatollah Ali Khamanei, leader supremo della Repubblica Islamica, cui lo stesso Obama attribuisce un forte potere decisionale, dimostra l’inutilità dei colloqui proposti dal candidato democratico. "Voi non avete nulla da dirci. Non vogliamo avere relazioni con voi! Non siamo pronti per stabilire relazioni con voi, potenti divoratori del mondo!La nazione iraniana non ha bisogno né teme gli Stati Uniti. Noi… non accettiamo il vostro comportamento, la vostra oppressione e il vostro interventismo in diverse parti del mondo".

Dunque come si può dialogare con un regime simile? La sfida per gli USA e per il mondo è trovare un modo per aiutare l’Iran ad assorbire la sua esperienza rivoluzionaria, cessare di essere una causa in sé, e riemergere come Stato-nazione. È stato infatti possibile trattare con l’Iran, anche con buoni risultati, ogni volta che si è comportato da Stato-nazione. In Iraq, per esempio, l’Iran ha negoziato con successo su una serie di problematiche sia con il governo iracheno che con gli USA. Un accordo è stato poi raggiunto sulle condizioni alle quali milioni di iraniani visitano l’Iraq ogni anno in pellegrinaggio. Un altro accordo è stato concluso per bonificare la via fluviale dello Shatt al Arab dai resti di tre decenni di guerre, rendendo così possibile la riapertura da parte di Iraq e Iran dei loro porti più grandi. Ancora agendo come Stato-nazione, l’Iran ha concesso ai propri cittadini di investire in Iraq.
 
Tuttavia, quando l’Iran si comporta come la personificazione della sua anima rivoluzionaria non ci sono accordi possibili. Non ci sarà alcun compromesso sul contrabbando iraniano di armi verso l’Iraq. Né le Guardie Rivoluzionarie accetteranno di fermare l’addestramento dei terroristi in territorio iracheno. Inoltre, sia Baghdad che i suoi alleati non dovrebbero permettere ai mullah di esportare attraverso la violenza e il terrore la loro malata ideologia in un paese liberato dalla tirannia solo da poco tempo.

Come Stato-nazione l’Iran non è assillato dalla questione palestinese e non avrebbe ragione di essere nemico d’Israele. Come causa rivoluzionaria, invece, il paese dei mullah deve apparire come l’arcinemico dello stato ebraico per rafforzare la sua leadership nel mondo arabo. Come nazione gli iraniani sono tra i pochi al mondo ad essere ancora filo-americani. Come rivoluzione, tuttavia, l’Iran rappresenta il principale bastione dell’anti-americanismo. Lo scorso mese a Teheran si è svolta un’importante conferenza sul tema: "Un mondo senza America". A ben vedere, fin dall’elezione di Mahmoud Ahmadinejad nel 2005 l’Iran è regredito verso uno stadio più acuto d’isteria rivoluzionaria. Il presidente iraniano sembra credere veramente che l’Imam Nascosto sia in procinto di arrivare per conquistare il mondo sotto il vessillo dell’Islam. Non sembra proprio essere interessato a quel genere di "carote" che la Rice voleva offrirgli due anni fa ed a cui Obama allude.

Ahmadinejad parla di cambiare il destino dell’umanità mentre Obama e i suoi esperti di politica estera offrono parti di ricambio per i Boeing o tessere della  World Trade Organization. Forse il candidato democratico ignora che uno dei primi atti del presidente iraniano è stato quello di congelare gli sforzi di Teheran per aderire alla WTO perché riteneva l’organizzazione "un covo di cospiratori sionisti e americani".

Obama esiterà se si troverà a parlare direttamente con Ahmadinejad o qualche altro rappresentante della Repubblica Islamica, incluso l’Ayatollah Ali Khamenei. Inoltre, non ha mai chiarito con quale dei due Iran, lo Stato-nazione o la causa rivoluzionaria, desideri parlare. Un passo falso potrebbe legittimare il sistema khomeinista e aiutarlo a schiacciare la speranza degli iraniani di un ritorno allo Stato-nazione.

La Repubblica Islamica potrebbe ben accettare colloqui senza condizioni ma solo se gli USA si mostrassero disponibili ad una resa incondizionata. Discutere se dialogare  o no con l’Iran e se fare pressioni su Ahmadinejad non può nascondere il fatto che, a distanza di trent’anni da quando gli scagnozzi di Kkhomeini attaccarono l’ambasciata USA a Teheran, l’America non ha ancora capito cosa stia realmente accadendo in Iran. 

 

© Wall Street Journal

Traduzione Nicola Gori