“No ai piani quinquennali sul corpo delle persone”
27 Marzo 2009
Signor Presidente, colleghi senatori, signori del governo,
vorrei innanzi tutto ringraziare lei, Presidente Schifani, per aver consentito di giungere al voto nei tempi previsti senza comprimere lo spazio del confronto, in un’aula che pure, in una sera di appena un mese e mezzo fa, aveva conosciuto la tensione delle emozioni forti. Ringrazio il governo, il ministro Sacconi, il sottosegretario Fazio, e in particolare il sottosegretario Roccella, per la costanza, il rispetto e la discrezione con cui ha seguito i nostri lavori.
E ancora grazie al presidente Antonio Tomassini, al capogruppo in Commissione Michele Saccomanno, a tutti i membri del PdL della Commissione Sanità, e un ringraziamento speciale al relatore, Raffaele Calabrò, per la pazienza, l’attenzione e la tenacia con cui ha portato a termine il suo non facile compito.
Grazie al presidente del nostro gruppo, Maurizio Gasparri: abbiamo condotto questa battaglia all’unisono, con la stessa passione e il comune sentire di chi appartiene davvero a una sola casa.
Mi sia anche consentito di stringere in un caloroso abbraccio tutti i componenti del gruppo. Anche coloro che dopo di me interverranno in dissenso, perché in un grande partito capita a tutti una volta o l’altra di essere in minoranza, e in questi casi oltre a pretendere rispetto lo si deve anche dare: tale regola esce più forte da questa battaglia parlamentare.
Infine, e non pro forma, ringrazio l’opposizione per la lealtà con cui ha perseguito le proprie istanze. Il rammarico, semmai, è che non siano state colte alcune aperture che pure ci erano state sollecitate.
Vengo ora al merito del provvedimento. Parto dall’intervento del senatore Veronesi, che se non ho potuto apprezzare per i riferimenti al diritto costituzionale – me lo lasci dire senatore, piuttosto incerti – mi ha molto colpito per il vissuto e la profonda esperienza che ha comunicato. Si è trattato di un invito all’empiria; al fatto che laddove valgono deontologia professionale e giuramento di Ippocrate, e i rapporti umani si basano su un senso consolidato di civiltà, non vi è bisogno della legge.
Signor Presidente, la maggior parte di noi, partendo da convincimenti diversi da quelli del senatore Veronesi, concorda sul fatto che su questo tema non si sarebbe dovuto legiferare. Ma a sfidare il legislatore è stata la magistratura con interventi che abbiamo giudicato al di fuori dell’ordinamento. E assieme alla magistratura, a sfidare il Parlamento è stata una lobby che vuole ideologizzare questi temi allo scopo di spostare più in là la frontiera dei diritti, anche a costo di distruggere la cultura e la civiltà condivise di questo Paese introducendo l’eutanasia senza neanche prendersi il disturbo di chiamare le cose con il loro nome.
Noi non abbiamo consentito che il Parlamento e la politica abdicassero. Dunque, eccoci qui, ad approvare una legge che fissa tre capisaldi.
Innanzi tutto impedisce che le volontà di una persona possano essere ricostruite ex post addirittura dallo stile di vita. Stabilisce che nessuno può arrogarsi il diritto di decidere quando una vita è degna di essere vissuta e quando non lo è, o addirittura di affermare che vi sia un momento, prima della morte, in cui una persona cessi di essere tale. La religione non c’entra nulla. Basta rifarsi ai fondamenti della nostra civiltà umanistica, o richiamare “Delitto e castigo” di Dostoevskij, per comprendere quanto le norme di garanzia introdotte in questa legge siano immaginate in difesa dei più deboli.
Il secondo principio riguarda la necessità che il futuro resti sempre aperto, non venga ipotecato; che nessuno possa essere impiccato a una scelta precedente mentre magari nel frattempo la scienza, che voi vorreste sempre con la "S" maiuscola, si è evoluta; che nessuno possa essere privato di quello spazio di sensazioni e di meraviglia che la vita deve poter offrire fino all’ultimo istante. Anche in questo caso la religione non c’entra. Lo spiraglio che abbiamo lasciato aperto, per consentire che l’alleanza terapeutica tra medico e paziente prosegua fino alla fine e in qualsiasi condizione, è una garanzia contro l’affermazione di una deriva deterministica, per la quale tutto può essere programmato, pianificato, vincolato. Senatrice Finocchiaro, a noi i piani quinquennali non sono mai piaciuti, a maggior ragione se riguardano il corpo! La libertà di contraddirsi o di essere contraddetto dagli eventi è propria della migliore tradizione illuministica, e non è un caso che un uomo non religioso come Leonardo Sciascia la volle scolpita nel suo epitaffio: “contraddissi e mi contraddissi”.
Infine, si è discusso a lungo se l’alimentazione e l’idratazione siano cure o meno. E’ stato il momento più controverso del nostro dibattito, e sul punto anche la scienza è divisa. Noi non saremo manichei, come alcuni dei nostri avversari; non diremo che vi è unanimità laddove questa unanimità non c’è. E di fronte a un’incertezza, in questo campo, a prevalere dovrebbe essere sempre il principio di precauzione. Ma a guidarci è stata anche una scelta culturale, che proviene da quel senso assoluto del diritto alla vita che troppo frettolosamente è stato presentato in quest’aula come interesse esclusivo dei cattolici, dimenticando ad esempio quanto esso sia miliare nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo o persino nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Signor Presidente, colleghi senatori, signori del governo,
è stato affermato che questa legge sarebbe stata scritta sotto l’influenza del Vaticano, e risponderebbe a un vincolo di fede piuttosto che a scelte laiche. Ebbene, noi abbiamo avuto massima considerazione anche per le posizioni espresse dalle Chiese, e in particolare dalla Chiesa cattolica che rappresenta parte importante dell’identità del nostro popolo. Noi, a differenza del senatore Maritati, non riteniamo che laicità significhi rinchiudere la fede nel ghetto della coscienza individuale. Le Chiese non solo hanno il diritto di intervenire nello spazio pubblico: hanno il dovere di farlo! Ma questa legge nasce dal libero convincimento di liberi legislatori.
Non è stata impermeabile a influenze culturali differenti. In Italia, infatti, vi sono stati in passato momenti importanti di dialogo tra cattolici e laici. Agli inizi della nostra storia repubblicana, quando la collaborazione tra uomini come De Gasperi, Saragat e La Malfa determinò la collocazione atlantica del Paese e lo sviluppo di un partito cattolico non confessionale. E poi, a sinistra, quando il faro fu la giustizia sociale.
Oggi si apre la prospettiva inedita di un nuovo dialogo tra cattolici e liberali; entrambi, seppur da prospettive diverse, impegnati affinché non si ripresenti sotto altre forme il costruttivismo sconfitto dalla storia; affinché l’ingegneria sociale non diventi ingegneria antropologica; e affinché non torni a circolare quel virus della presunzione fatale che nell’illusione di esorcizzare la debolezza insita nella condizione dell’uomo rischia di attentare alla sua più intima libertà.
Infine mi rivolgo ai colleghi dell’opposizione: noi non aspiriamo ad avere i quarti di nobiltà politico-culturale dei Gattopardi. Non frequentiamo i salotti radical-chic dove queste insegne vengono attribuite. Preferiamo il senso comune della gente comune. Ma – e volevo dirvelo da quella sera nella quale, emozionati, ci scontrammo duramente – in questa parte dell’emiciclo non ci sono sciacalli. E soprattutto non c’è chi crede di essere il sale della terra. Non lo abbiamo creduto prima dell’89, a maggior ragione non lo crediamo oggi che la storia ci ha dato ragione.
Per questo, non siamo sicuri che quella che stiamo approvando sia la legge migliore. Sappiamo però di aver fatto un buon lavoro, e di possedere gli argomenti e la forza per spiegarlo a un’opinione pubblica fin qui intossicata di ideologia. Lo diciamo con umiltà, ma con la coscienza tranquilla propria degli uomini liberi.
