Non è “l’amico Putin” a condizionare il governo ma il giudizio sulla Russia
01 Settembre 2008
Una sola cosa è chiara e netta nella crisi russo-georgiana: negli anni novanta gli Usa -cioè le due amministrazioni Clinton – così come l’Unione Europea, hanno sbagliato tutto nei confronti della Russia. Il gigante agonizzante è stato infatti pesantemente soccorso in tutti i modi dall’Occidente senza che fosse richiesta nessuna garanzia, nessun vincolo, nessun pegno. Washington e Bruxelles hanno così permesso che prima Eltsin e poi Putin ricostituissero un sistema paese e lo traghettassero dalla bancarotta economica più paralizzante alla attuale potenza produttiva, concedendo straordinarie forme di supporto economico-politico, senza chiedere nessuna contropartita, neanche in sede Wto (errore ancora peggiore è stato fatto con la Cina), tantomeno sul terreno del rispetto della sovranità dei paesi ex satelliti in cui peraltro, da subito, Mosca, ha iniziato ad agire in forme provocatorie. I risultati di questa dissennata assenza di politica, perfettamente parallela all’insensatezza dell’approccio al terrorismo islamico, sono oggi sotto gli occhi del mondo in Ossezia e Abkhazia. Per governare questa crisi è dunque indispensabile ripartire dal mal fatto, riconsiderarlo e soprattutto avere chiara la natura dell’avversario.
Va di moda in questi giorni – l’hanno fatto il Wall Street Journal e, in forma più blanda, Piero Ostellino sul Corriere – accusare il governo di Silvio Berlusconi di “ambiguità” forti al riguardo e al solito i pigrissimi giornalisti hanno ripreso la vecchia solfa dell’“andreottismo” tradizionale della politica estera italiana, quell’ipocrita “esserci e non esserci” che ha caratterizzato tante ambiguità mediorientali di Roma negli anni settanta e ottanta (sino alla collaborazione più aperta delle nostre autorità preposte alla sicurezza con i terroristi palestinesi evidenziata da quel “Lodo Moro” emerso alla luce nelle ultime settimane).
In realtà, la posizione di Berlusconi e Frattini altri non è che la posizione dell’Ue e coincide, salvo sfumature verbali, con quella della Francia di Sarkozy e della Germania della Merkel. Di nuovo, pigrissimi commentatori riportano questa posizione comune alla dipendenza energetica particolarmente accentuata per questi paesi. Spiegazione tanto banale, quanto insufficiente e imprecisa. La verità vera è che tra Roma, Parigi e Berlino e le capitali dei paesi dell’Ue che hanno sofferto il giogo sovietico-russo, la divaricazione si gioca tutta sulla valutazione divergente della natura politica dell’avversario. Tutti i paesi dell’Unione Europea che hanno sofferto sino al 1989 la schiavitù del Patto di Varsavia o addirittura dell’inclusione forzata e schiavistica nell’Urss, sono naturalmente portati a considerare il nazionalismo russo quale portatore dei valori e delle politiche proprie di un sistema totalitario. Berlusconi, Sarkozy e Merkel, invece, sono convinti che il nazionalismo russo, che si incarna nelle politiche di Putin e Medvedev, si rapporti invece ad un sistema di valori tendenzialmente democratico, non totalitario. Qui è la divaricazione strategica, non tattica tra le due posizioni interne all’Europa. Divaricazione resa più grave dalla non chiarezza della posizione americana – e specificamente della sovietologa Condoleezza Rice – che non rende affatto chiara neanche ai suoi alleati la propria valutazione sulla natura del regime russo, con un accentuata tendenza a considerarlo assolutamente recuperabile ad un cammino comune con le democrazie, contrastata da una politica delle alleanze con i suoi ex paesi satelliti che lascia intuire una analisi assolutamente opposta.
L’alternativa è dunque semplice: se il sistema paese che Putin e Mevdev stanno edificando in Russia è caratterizzato da un indubbio nazionalismo aggressivo, che però è governato da un sistema politico interno di una democrazia immatura e nascente, ma comunque di una democrazia, è ovvio che l’Ue e gli Usa devono arginare questa aggressività, difendere l’integrità territoriale di Georgia, Ucraina e di ogni altro paese, ma con misure che favoriscano il rafforzamento della democrazia interna alla Russia. Se invece avesse ragione chi come Bernard Henry Levy pensa che il nazionalismo russo di Putin sia espressione di un sistema di valori totalitario -del tipo di quello iraniano – e che la Georgia sia parallela ai sudeti del 1938 (là dove i tedeschi spalleggiati da Hitler avevano peraltro perfettamente ragione ad opporsi al governo democratico di Benes a Praga, che li opprimeva), è fuori di dubbio che l’azione di contrasto dovrebbe essere frontale, durissima, ben oltre le più rigide sanzioni.
Il dramma è che molti analisti in Europa – e tra questi ci pare vi sia anche l’amico Ostellino – tendono a sovrapporre quest’ultima analisi di merito, allarmantissima, alla contrapposizione ipernazionalista che giustamente vivono i paesi Ue ex schiavi di Mosca. Insomma, chi governa Praga come Tallin, come Kiev, non può non vivere in maniera antagonista il riemergere del nazionalismo aggressivo russo (che data dal 1300, per essere chiari). Ma chi governa Parigi, Berlino, Roma e soprattutto Bruxelles, non può non porsi solo e unicamente il problema focale: la collaborazione con Mosca è recuperabile o è definitivamente chiusa?
La risposta ci pare ovvia e giustamente Franco Frattini oggi chiedeva ai critici della posizione italiana come pensano di potere gestire il dossier iraniano – sempre più esplosivo – senza un forte raccordo tra l’Ue, gli Usa e la Russia. Il problema per l’Ue, e soprattutto per la sinistra europea e americana, è che la crisi russo-georgiana ha spazzato via l’illusione che sia possibile definire una “governance” del pianeta parlando di strutture (nuovi Consigli di Sicurezza, nuovi Tribunali, nuove Nato, ecc…). Esattamente come nella lotta al terrorismo – qui la stupenda lezione di George W. Bush – il problema del governo del mondo si risolve governando i problemi del mondo, accorgendosi delle patologie, dei vulnus insopportabili e cercando di porvi rimedio, intervenendovi e rimandando al dopo il tema della “governance” stessa. Insomma una politica di intervento il più possibile multilaterale (ma se questo portasse alla stasi, anche unilaterale) che però abbia chiaro e netto, anche in questa crisi caucasica, il punto: la Russia fa parte dell’Asse del Male, è, o non è, come l’Iran, un paese che tende a sovvertire l’ordine democratico del mondo (come ineffabilmente spiegano gli ayatollah iraniani), a far scomparire nazioni dalla faccia della terra e a imporre dentro e fuori i suoi confini un sistema di governo che violi i diritti umani? La risposta dei paesi fondatori dell’Ue è netta ed è: no.
Da qui parte le difficile ricerca di una strategia di contenimento e contrasto all’aggressività del nazionalismo russo che faciliti l’emergere di contraddizioni nel sistema paese di Putin e Medvedev e non rischi di facilitare invece forze totalitarie. Un cammino difficile per una ragione sola: l’Ue – così come anche la Nato – non sono in grado di fornire nessuna seria garanzia di deterrenza militare ai paesi ex Patto di Varsavia che si sentono minacciati da Putin, lasciano al solito questo compito agli Usa e questa carenza rende più incandescente il confronto. L’Europa non sa governare l’Europa, questo è il dramma, e venti anni dopo la caduta del Muro continua a occuparsi del suo Welfare delegando al contribuente e al soldato americano l’impegno sul terreno della sicurezza e del contrasto armato alla violenza armata. Questa è la vera “ambiguità” europea.
