Non è vero che Israele sta per costruire nuove colonie in West Bank
09 Settembre 2009
di Redazione
Nei giorni scorsi l’Europa e gli Stati Uniti hanno continuato il loro pressing su Israele condannando i “nuovi insediamenti” che il governo Netanyahu è in procinto di costruire in Cisgiordania. “Non accettiamo la legittimità di un’espansione continuata degli insediamenti e chiediamo con urgenza che vengano fermati”, ha chiesto il portavoce della Casa Bianca Gibbs, mentre l’alto rappresentante della politica estera europea Solana aggiungeva: “La posizione dell’UE è ben nota. Tutte le attività di colonizzazione si devono fermare”. Il congelamento degli insediamenti israeliani resta la precondizione di un nuovo round diplomatico con i palestinesi.
Oggi scopriamo di che si tratta quando si parla di “nuovi insediamenti”. Sono nuovi permessi per vecchi cantieri, come ha scritto il quotidiano israeliano Haaretz, che non può essere certo definito un megafono della destra religiosa. Le autorizzazioni formalizzate da Netanyahu riguardano 455 nuovi alloggi nelle colonie già presenti in Cisgiordania, da costruire prima che passi l’eventuale moratoria proposta dagli Stati Uniti (il ministro degli esteri Lieberman è tornato a definire Gerusalemme ‘capitale indivisibile di Israele’ escludendola da ogni tipo di negoziato). Cantieri che, sempre secondo Hareetz, sono già aperti, ma erano stati bloccati dopo essere stati autorizzati dai precedenti governi.
Ormai la situazione è chiara. Da una parte ci sono l’amministrazione Obama, le diplomazie europee, i negoziatori palestinesi, che inseguono la “Road Map” come se fosse l’unica strada praticabile. Dall’altra il governo Netanyahu punta a favorire la “crescita normale” delle colonie già esistenti, senza costruirne di nuove, e vuol espandere quella “pace economica” con i palestinesi di West Bank che nell’ultimo anno sembra aver portato buoni frutti.
Il fatto è che, almeno negli Usa, la maggioranza degli americani non ha le stesse idee di Obama sul conflitto israelo-palestinese. A leggere i dati di un sondaggio commissionato dall’Israel Project viene da chiedersi se il presidente, da quando è in carica, abbia mai avuto una percezione davvero chiara di come la pensano i suoi concittadini su tutta questa storia.
Il sondaggio è stato realizzato tra il 22 e il 25 agosto scorso da Neil Newhouse di Public Opinion Strategies e Stan Greenberg del Greenberg Quinlan Rasner Research. I risultati sono sorprendenti: la maggioranza degli americani (59 per cento) è dalla parte di Israele nel conflitto con i palestinesi – con un aumento di 10 punti percentuali rispetto al giugno scorso. Il 63 per cento del campione crede che gli Usa dovrebbero sostenere il loro alleato, con un incremento di 19 punti rispetto all’anno scorso. Solo l’8 per cento ritiene che gli Usa dovrebbero schierarsi con i palestinesi.
E’ un appoggio chiaro e trasparente che riguarda elettori indipendenti, conservatori e democratici. Ci sono dei valori condivisi e profondi tra l’America e Israele anche se i politici di Washington ormai sembrano sintonizzati su altre frequenze. Il 57 per cento degli americani, infatti, crede che Netanyahu stia facendo gli sforzi giusti per raggiungere un piano di pace, mentre solo 1/3 degli americani pensa che i palestinesi si comportino allo stesso modo (solo il 30 per cento si fida della leadership di Hamas a Gaza, mentre il 36 per cento di quella dell’ANP in West Bank).
Il 72 per cento degli americani, infine, è d’accordo con Netanyahu quando il premier israeliano promette di non costruire nuovi insediamenti e di pensare solo alla crescita naturale di quelli che esistono già. Il 95 per cento del campione chiede ai palestinesi di interrompere la lotta armata e riconoscere lo stato di Israele come stato ebraico. Ma Obama ha la testa altrove.
